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Angelo Branduardi

Il menestrello che canta il trionfo della vita

Ven 01 Ago 2008 | di Giuseppe Stabile | Zona Stabile
Foto di 6

"Io sono il trovatore: sempre vado per terre e paesi, ora sono giunto fin qui, lasciate che prima che me ne vada, canti". Angelo Branduardi usa spesso queste parole di un anonimo menestrello dell’anno mille per iniziare i suoi concerti, esperienza magica per grandi e piccini. Un uomo ed un artista con un fascino elegante e quasi impenetrabile, che sembra venire da lontano, proprio come le sue melodie, intrise di storia e cultura, che risuonano nell’anima e trasportano in altri mondi.

Maestro, dove inizia la sua storia?
«Sono nato vicino Milano ma la mia famiglia si è trasferita subito dopo a Genova e per molti anni abbiamo vissuto in una zona popolare vicino al porto. Ho cominciato a suonare che non avevo ancora sei anni ed a quindici ero già diplomato in violino al conservatorio. Poi, tornando a Milano, scoprii la musica antica e popolare e feci degli incontri che segnarono la mia vita».

Quale fu il momento della svolta?
«Mi iscrissi alla facoltà di Filosofia dove incontrai Luisa, che divenne presto mia moglie: le sue bellissime poesie si sposavano perfettamente con le mie composizioni musicali. L’anno dopo il nostro matrimonio, nel 1976, arrivò il primo grande successo con “Alla fiera dell’Est”, una canzone che ormai è diventata veramente popolare, nel senso che è entrata nella storia e non appartiene più a me».

Qual è stata la sua evoluzione personale?
«Da giovane ero una persona più chiusa ed arrabbiata, ma ho conservato una coerenza espressiva di cui sono fiero. Io non sono coerente perché voglio esserlo, ma perché la mia espressione mi viene naturale, come il mio naso: non sarei in grado di gestire la mia creatività, perché non riuscirei neanche a mettere le dita sul violino. Io mi esprimo per quello che sono e se sono abbastanza unico, nel bene e nel male, mi rende doppiamente felice, sia perché non mi piacciono gli uomini per tutte le stagioni sia perché gli artisti devono dividere il pubblico».

Essere coerenti vuol dire essere rigidi?
«Certamente no, perché essere coerenti non vuol dire che non si possa cambiare idea nel corso della vita. Non ci può essere una coerenza a tutti i costi ma si deve conservare la capacità di essere fedeli a se stessi».

Perché ama la storia?
«Ritengo che conoscere il proprio passato, anche molto remoto, sia necessario per scoprire la propria identità, che è necessaria per avere un futuro. Se non conosci la tua storia, non sai qual è la tua identità e dunque non hai futuro».

Lei è molto riservato e si tiene lontano dal gossip.
«A volte leggo il gossip quando vado dal parrucchiere. Tutto ciò che posso aver fatto di giusto o sbagliato nella mia vita, a parte che lo rifarei, è sempre stato fatto con discrezione. Oggi invece si tende ad essere tutti calciatori o veline. Ma nella storia abbiamo vissuto periodi peggiori».

Com’è la sua vita sentimentale?
«Sono sposato da 33 anni con Luisa. È un periodo lungo che ha conosciuto momenti meravigliosi, difficili e di crisi, secondo il cammino personale di ognuno. Comunque auguro a tutti di sperimentare la passione almeno una volta nella vita: è straordinaria e ne vale sempre la pena, anche se a volte può essere distruttiva. In una coppia la passione non può durare per sempre, come un fuoco che brucia: resterebbe solo cenere. In realtà ci sono molte altre cose che tengono insieme due sposi, come esprimo nella canzone “La donna della sera”: è un testo crudo, di amore coniugale, scritto insieme a Roberto Vecchioni e dedicato ad una moglie non più giovane».

Lei suona in tutto il mondo: come vive la sua quotidiana vita familiare?
«In modo molto semplice. Ho due figlie, di cui una musicista, che mi danno grandi soddisfazioni e vivo in relativo isolamento in provincia di Varese. Ho abitato in molte città ma alla fine siamo andati in una zona abbastanza bucolica perché ormai la vera ricchezza sono lo spazio ed il tempo. Io, fortunatamente, mi permetto entrambe. Giro molto, suono dappertutto, ma ho uno spazio che mi godo nella mia casa nel verde e cerco di vivere al meglio il mio tempo, che è un bene preziosissimo. Nella mia vita privata ho a disposizione tutto questo, ma non significa che ho una situazione idilliaca, che non potrà mai esistere: si inciampa e si cade, ma finora mi sono sempre rialzato».

Qual è il valore della musica?
«La musica è nata migliaia di anni fa legata strettamente alla spiritualità, perché i musicisti parlavano con entità invisibili e vedevano quello che c’era dietro la porta chiusa. Quindi, senza usare paroloni, la musica è legata alla trascendenza e comporta una spiritualità nel farla e nell’ascoltarla. Con la musica però c’è anche il corpo: si muove, danza, suda, percepisce scariche di adrenalina, batte il cuore. Quindi credo che la musica sia l’unica attività umana che concili la spiritualità più alta e le energie del corpo».

Come agisce la musica sulla nostra anima?
«La musica ha una funzione curativa e consolatoria grandissima: se mettiamo dei bambini in una stanza buia, ci sarà qualcuno che piange ma troveremo sempre qualcuno che canta. La musica ed il canto sono un potente esorcismo contro tutte le paure, compresa la più grande di tutte che è quella della morte: la musica è il trionfo della vita! Ho scritto delle canzoni sul fatto che la musica sconfigge anche il dolore e questo viene ormai applicato anche in campo medico con la musicoterapica, ancora poco diffusa in Italia, ma valido aiuto in varie malattie, non solo fisiche».

A che punto è la sua ricerca spirituale?
«Non posso dire di avere delle certezze granitiche ma trovo che sia anche giusto e bello così, nel senso che una fede a prova di bomba che ti viene data in regalo è qualcosa che non ti sei meritato. Viceversa i cammini che conoscono dei momenti difficili, errori, peccati, cadute, sono cammini che meritano, che ti conquisti. Le cose importanti bisogna meritarsele mentre la passività è il nulla, è la fine della persona. In particolare il rapporto con la figura di Gesù è un argomento difficile, che richiederebbe un approfondimento lunghissimo. Comunque è una domanda che mi sono posto e che pongo ad altri amici, tra i quali in particolare un frate francescano».

Come mai negli ultimi anni si è dedicato così intensamente alla figura di San Francesco?
«Il Santo di Assisi è una figura straordinaria che mi ha sempre appassionato. Già nel 1970 scrissi su di lui una canzone, (“Francesco” pubblicata solo nel 2005 nella raccolta Platinum - ndr). Poi, inaspettatamente, una decina d’anni fa, alcuni frati mi chiesero di scrivere un’opera sul Santo. Di fronte ad un progetto così impegnativo e carico di responsabilità la mia prima reazione fu negativa ma, dopo aver studiato attentamente, insieme a mia moglie, le Fonti Francescane, prevalse la voglia di ridare voce alle sue parole. San Francesco era un vero Santo, perché era un vero uomo, fedele al Vangelo e pieno di gioia, inoltre era anche un poeta che amava cantare. La sua figura è estremamente attuale anche se pensiamo alla sua geniale intuizione sul significato dell’infinitamente piccolo, confermata dalla recenti e rivoluzionarie scoperte della fisica quantistica. L’infinito e l’eternità sono dentro di noi, non fuori di noi».
 

UN RISERVATO AMICO DEI BAMBINI
Con la consueta riservatezza, da molti anni Branduardi è impegnato in varie attività sociali e di solidarietà, in favore degli emarginati, dei bambini e dei malati. Inoltre è presidente onorario della Assoartisti di Varese, l’associazione di Confesercenti che tutela e valorizza i giovani talenti emergenti.
Branduardi è molto amato anche dai bambini, dei quali dice: «Nella musica c’è un fondo di gioco che richiama molto i bambini. Io mi ritrovo molto nella frase di un artista che disse: “Sono un bambino che ha mille anni”». Ai più piccoli Branduardi ha dedicato, per Gallucci Editore, tre libri corredati da cd intitolati “Alla fiera dell’Est”, “La pulce d’acqua” e “L’uovo o la gallina”, quest’ultimo scritto con il suo grande amico Giorgio Faletti.

 


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