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Samira Wiley: La voce delle donne

Samira Wiley è una delle attrici più amate della tv e con il coraggio dei suoi ruoli ha dato speranza e forza a milioni di donne nel mondo

Gio 28 Feb 2019 | di Alessandra De Tommasi | Interviste Esclusive
Foto di 7

Vedere Samira Wiley piangere spezza il cuore, soprattutto perché quest’amazzone rock arriva al Festival della TV di Monte-Carlo inguainata in un chiodo di pelle nero, trucco minimal e capelli cortissimi. Ma lo stile da dura è solo una maschera, anzi uno scudo: la protegge da un mondo che troppo spesso l’ha trattata in modo crudele con pregiudizi di ogni genere, come donna di colore omosessuale. Le lacrime le rigano il volto mentre cerca di non far tremare la voce, ma sembra impossibile: vincono i sentimenti, la cui forza l’ha spinta a dare voce alla dolce carcerata Poussey in “Orange is the new black” (su Netflix) e all’ancella vessata in “The Handmaid’s tale” (su TIMVision). Per parlarne toglie i tacchi a spillo e li nasconde sotto la poltroncina in cui non riesce proprio a sprofondare, quasi le fosse impossibile rilassarsi. È un mistero indovinare come faccia a mescolare una grinta da leonessa a quella timidezza innata che trapela di tanto in tanto mentre si racconta con gli occhioni lucidi e sempre sgranati.

Quali storie desidera raccontare?
«Storie di ogni colore, dai classici di Shakespeare al ruolo di madre, insomma racconti di ogni tipo che descrivano l’umanità nella sua varietà. Come lo vedreste un Amleto donna e per giunta afroamericana? Me l’hanno ispirata i miei genitori: sono entrambi pastori in chiesa e si trattano da pari, quindi mi hanno sempre mostrato valori di tolleranza e uguaglianza».

Però è l’esatto contrario di quanto succede in questi due telefilm, dove le donne sono oppresse…
«Ha ragione, ma lanciano un messaggio chiaro e poi a scuola ho imparato a lasciare il personaggio sul set. Sarebbe un disastro portarmi a casa il lato oscuro di alcune situazioni».

Basta guardare il suo stile per capire che possiede una personalità decisa. Le è pesato l’anonimato delle divise da detenuta e da ancella?
«Il modo in cui ci vestiamo è come un bigliettino da visita e influenza la prima impressione che l’altro ha di noi. Da ragazzina preferivo jeans e maglietta, non me ne fregava niente della moda, ora ho capito che è una forma d’espressione e d’arte. La libertà dell’abbigliamento è una di quelle di cui i miei personaggi sono stati privati ed è come una metafora del fatto che non abbiano voce».

Nell’epoca del #metoo sono due storie necessarie, non crede?
«Che siano arrivate proprio in questo periodo lo considero un fortunato incidente. È questo il momento giusto per “The Handmaid’s tale” di farsi strada nella società americana, visto la situazione politica attuale».

Il libro da cui è tratto risale agli anni Ottanta, ma anticipa la perdita dei diritti delle donne, che vengono addirittura segregate in questo futuro distopico maschilista e tirannico. Le donne fertili diventano incubatrici umane violentate dal padrone, gli omosessuali sono impiccati. 
«Il sistema delle caste ipotizzato da questa storia ha amplificato un dibattito sociale di cui sono orgogliosa di far parte. Ammetto di aver avuto paura d’interpretare un altro ruolo gay, ma mia moglie mi ha detto: «Se devi proprio prestare il volto ad un personaggio omosessuale, non c’è niente di meglio di uno di Margaret Atwood». Aveva ragione e spero di esserne all’altezza». 

La spaventa ricevere insulti sul web?
«Se qualcuno ha un’opinione diversa dalla mia è bene accetta, aiuta comunque il confronto. Quello che mi fa paura è il silenzio, percorso che ha portato a società come quella di ‘The Handmaid’s tale’. E poi mi piace concentrarmi su tutti i ragazzi che mi raccontano su Instagram di essere stati ispirati dal mio coraggio a fare coming out. Sai quanti vengono cacciati di casa e si uccidono? Mi scrivono anche dall’Africa e se riesco a impedire che anche uno solo di loro si faccia del male allora ho fatto il mio lavoro».

Ricorda quando ha confessato pubblicamente di essere gay?
«Non è stato difficile e non ho dovuto fare un annuncio ufficiale, perché all’epoca non ero un’attrice conosciuta. L’ho vissuto con normalità, d’altronde è quello che sono da quando sono nata e questo è liberatorio. Ha ragione Ian McKellen che dice che nessuno si è mai pentito di aver fatto coming out». 
 
L’insegnamento più profondo dei suoi genitori, che lei ha sempre descritto come accoglienti e sempre incoraggianti?
«Mi hanno insegnato ad essere sempre gentile con tutti a partire da se stessi. Volersi bene a volte sembra l’impresa più dura».
 

 


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