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Tutti gli altri ostaggi della colombia

Nel paese più pericoloso del mondo, c’è chi lavora per liberare la persona

Ven 01 Ago 2008 | di Francesco Buda | Attualità

 

L’estate ci ha portato all'improvviso una buona novità: Ingrid Betancourt liberata. I guerriglieri delle Forze Armate Rivoluzionarie della Colombia (Farc) l'avevano rapita il 23 febbraio 2002. Lo scorso 2 luglio l'esercito colombiano l'ha liberata con un'operazione top secret, insieme ad altri 14 ostaggi. La notizia della liberazione dell'ex candidata alla presidenza del Paese latinoamericano (nella foto) ha fatto il giro del mondo, il tempo di qualche forsennato tg con il “lancio” dello scoop a tamburo battente. E poi zapping, tutti a sparare titoloni su caldo record, esodo e controesodo, topless, celluliti e vip al mare, ecc., ecc.

 

 

Tutti contro tutti
Il lunghissimo sequestro della Betancourt è maturato in un contesto di guerra. Un conflitto pagato dai poveri, ma che nasce dalla ricchezza della Colombia, patria degli smeraldi, secondo esportatore al mondo di caffè, fiori, banane, terzo Paese del pianeta con le più abbondanti risorse idriche, oltre a giacimenti di petrolio, oro, carbone ed altri minerali. Tesori che da cinque secoli vengono rapinati dai vecchi e nuovi colonizzatori. Gli spagnoli prima, i latifondisti e le multinazionali poi, ai quali si affiancano dagli anni ’70 i narcotrafficanti, in un meccanismo di potere che dopo lo sterminio degli indigeni e degli schiavi africani deportati, continua a seminare morte, a strappare i contadini alle loro terre, alla loro natura, alla loro dignità creando scandalose disuguaglianze in cui il 10% della gente più ricca ha un reddito 133 volte superiore a quello del 10% più povero.

 

 

Da 60 anni vige un ininterrotto gioco al massacro, tutti contro tutti: esercito, paramilitari, guerriglieri. è la guerra che chiamano... "civile". Tutte le fazioni, ribelli comunisti da un lato e milizie private di destra al soldo di capitalisti e narcotrafficanti dall'altro, denunciano l'ingiustizia sociale, l'abbandono della popolazione da parte dello Stato, invocano la riforma agraria e la redistribuzione delle ricchezze. Un grande imbroglio contro la vita e contro la persona.

 

 

In questo meraviglioso giardino trasformato in trincea permanente, le sopraffazioni hanno tirato fuori il peggio di molte persone. Lo Stato strizza l'occhio ai prepotenti, nella partita politica che tutela solo ricchi ed arricchiti, in cui c'è posto solo per due partiti, uno liberale e l'altro conservatore. Una spirale di materialismo a suon di proiettili e violenze.

 

 

 

 

 

Violenza contro violenza
E c'è chi al terrore e all'ingiustizia risponde con l'ideologia armata: i guerriglieri, tra montagne, foreste e piantagioni di coca, inseguono l'idealistica rivoluzione marxista contro lo Stato, a colpi di mitra e rapimenti. Contro di loro l'esercito e i paramilitari, soldati privati, per l'”autodifesa” anticomunista.

 

 

In mezzo restano i poveri, i bambini e a volte personaggi come Ingrid Betancourt. Il quotidiano L'Unità la propone per il Premio Nobel per la pace. E c'è da gioire per il ritorno a casa di questa donna che non vuole piegarsi ai violenti giochi di potere e corruzione spendendosi per la sua gente.

 

 

Sopita però la festa per la sua liberazione, la Colombia rimane un inferno, uno dei posti con il maggior numero di assassini di sindacalisti, politici, attivisti dei diritti umani e giornalisti. Qui la repressione sistematica di qualsiasi opposizione legale al regime bipartitico è una costante, continuano la violenza e lo sfruttamento come metodo privilegiato per l'accumulazione di ricchezze, terre e capitali. La liberazione, insomma, deve ancora arrivare. E può arrivare. Senza violenza.

 

 


LA VERA LIBERAZIONE DELLA PERSONA
Con gli indios nasa e i discendenti degli schiavi afrocolombiani


Di fronte ai 2.321 giorni di prigionia della Betancourt, cinque secoli di sopraffazione attendono un riscatto. Il nord del Cauca è un concentrato di tutti i problemi della Colombia: ci sono guerriglieri, paramilitari e narcotrafficanti. Italia Solidale è lì, con gli indigeni e i discendenti degli schiavi africani. Insieme testimoniano che alle violenze si può davvero reagire senza violenza, ma con forza e dignità fino a riscattarsi. «Collaboriamo con i Nasa, la più grande comunità indios colombiana, popolo meraviglioso, riconosciuto patrimonio dell'Umanità dall'Unesco, probabilmente l'unico tra gli indigeni che si è mantenuto integro: non si sono piegati agli spagnoli, né ai creoli nobili, né alle multinazionali, ma neanche alla guerriglia, ai paramilitari o ai narcotrafficanti», racconta Antonella Casini, responsabile delle collaborazioni missionarie di Italia Solidale in America Latina, che in questo periodo, come ogni estate, è in Sud America a sostenere lo sviluppo dei bambini, delle famiglie e di intere comunità, macinando migliaia di chilometri in un oceano di umanità e fede concreta. «Questo Paese è come una donna continuamente violentata e, se non dài ad ogni persona la possibilità di vivere le sue forze, dentro avrà sempre violenza, questa è la liberazione che ogni persona aspetta ovunque», dice. Proprio nel Cauca José Climaco Camayo, 44 anni, volontario Nasa di Italia Solidale è stato ucciso da sicari nel settembre 2007. La Chiesa lo ha inserito tra i Martiri Cristiani.

 

 

Natura, persona, Dio: liberi!
«I Nasa – spiega la volontaria – hanno mantenuto la loro cultura, molto naturale nella sua visione della persona e della natura collegate a Dio, assai vicina al Vangelo. Ma rischiano di perdere questo patrimonio se non incontrano una cultura che li sostenga ad arrivare fino in fondo a Cristo nel concreto della vita. Quando avevano la loro economia, la loro vita media era di 100 anni, oggi è di 39. Ma il pericolo che sentono non è tanto il fatto economico, la disoccupazione, la carestia, ma la minaccia di perdere il rapporto con la natura dentro e fuori di sé, nello scambio con le persone e con Dio. Ciò che più apprezzano in Italia Solidale è la solidarietà dei volontari-donatori con le adozioni a distanza e dei volontari che li seguono da vicino, non come beneficenza in denaro, ma come solidarietà profonda, partecipazione vera e concreta al loro sviluppo. È come una pioggia che cade su questo enorme patrimonio che già c'è in loro e lo fa fiorire concretamente».

 

 

Sentono cioè che non gli si portano cose materiali, ma una cultura di vita che rispetta la loro cultura naturale millenaria per affrontare e risolvere tutti i mali in cui si imbattono, perché li aiuta a ritrovare la loro persona, il rapporto con Dio e quindi ad amare bene e a lavorare bene. Confermano che occorre una cultura che "coltivi" la persona nelle sue forze uniche e irripetibili, che la sostenga a vedere i propri condizionamenti fino a liberarsi completamente, per non ripetere le ferite del passato. «Questa è una cultura di pace - sottolinea Antonella -, noi non facciamo un lavoro di soldi, strutture o cose materiali, ma aiutiamo le persone a vedere che hanno delle forze che sono state colpite, dove sono state colpite sostendendoli affinché le liberino. Questo libera la gente, questo porta la pace».

 

 

Forti, senza violenza, con Cristo
Su queste basi gli indigeni Nasa arrivano quindi a rafforzare tutta la comunità e ad aiutare anche altre comunità, vicine ma pure nel mondo. «Questa esperienza la stanno cogliendo anche gli afro-colombiani – racconta ancora Antonella -, gente schiavizzata che nemmeno credeva di essere persona con delle forze proprie. Sono molto colpiti dentro, e certo sentire e vedere testimoniato che ogni uomo ha dignità ed energie personali, gli fa sentire la concreta possibilità di riscattarsi, di superare le ferite dello schiavismo. Aiutati dai donatori italiani e dai volontari di Italia Solidale-Colombia Solidale si stanno ritrovando».

 

 

Di fronte a tutto ciò, la verità mette in crisi. I ribelli guerriglieri dicono ai Nasa ed agli afro: «voi non fate sviluppare il popolo perché gli impedite di fare la guerra e la rivoluzione contro lo Stato oppressore». I paramilitari, cani da guardia dei narcotrafficanti, li accusano di essere comunisti e di stare con la guerriglia, mentre i trafficanti di droga sono arrabbiati perché non gli fanno fare i loro sporchi affari.

 

 

E il governo è impotente. «Il problema è perciò risolvere l'ingiustizia alla radice, dentro le persone», ribadisce Antonella Casini.

 

 

Ed è vero. Anzi, è già in atto.

 

 



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