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Muay Thai: la terribile boxe thailandese

Nelle palestre e sui ring alla scoperta di uno sport che non prevede esclusioni di colpi

Gio 28 Feb 2019 | di Testo e foto di Roberto Gabriele | Attualità
Foto di 19

Pur ritenendomi una persona pacifica e contraria alla violenza in ogni sua forma, ho sempre trovato nobile uno sport duro come il pugilato, che porta gli atleti a contendersi gli esiti di un incontro con pugni sferzati all’avversario. Da bambino ricordo le estati calde passate davanti la televisione a vedere le Olimpiadi. Non c’erano condizionatori in casa, mia nonna dormiva e io, perfettamente attrezzato in bermuda e canotta, come il miglior Fantozzi, cercavo refrigerio rotolandomi sul pavimento di marmo. A quell’ora la televisione (la RAI) passava solo la boxe: ore e ore di incontri, pugni e sudore. Era il 1980. Tra una riflessione e l’altra sul senso della boxe e di quelle scazzottate 'gratuite', sono diventato grande e ho iniziato a darmi qualche risposta. Ma per comprenderlo meglio ho deciso di andare in Thailandia,  dove è lo sport nazionale portato alla sua massima espressione.


IL VIAGGIO A BANGKOK
In Thailandia si chiama Muay Thai ed è la boxe thailandese tradizionale che non conosce esclusione di colpi: sono ammessi pugni, ginocchiate, gomitate e persino il temutissimo calcio al collo che può essere dato in modo tanto violento quanto coreografico addirittura facendo una piroetta, che ne aumenta ancora di più la velocità e la forza di impatto. Prima di partire mi metto a cercare una palestra in cui andare a fotografare gli allenamenti: voglio capire perché questo sport sia sentito così tanto a Bangkok e voglio capire perché così tante minute ragazzine di 18-20 anni con lo smalto alle mani e ai piedi scelgono, mantenendosi estremamente femminili, uno sport tanto duro che pensavo fosse quasi esclusivamente per veri uomini. Pregiudizi che voglio scardinare in me.

LE PALESTRE
La prima palestra è di fatto una semplice tettoia e capisco subito perché ci andavano le ragazze carine. La palestra è gestita da due fratelli ormai in età avanzata che l’hanno aperta per insegnare agli altri la difficile arte del combattimento. I due fratelli su un tappeto antiscivolo si riempiono di protezioni la testa, le mani le braccia e le gambe e di fatto diventano due bersagli sui quali far sfogare la rabbia delle giovani ragazzine, che li riempiono di sonore raffiche velocissime, di calci e pugni che senza le protezioni farebbero comunque male anche agli esperti maestri. Un posto dove fare un po' di sport dopo le lezioni all’Università, divertendosi a dare botte sapendo comunque di non prenderne. Gli allenamenti si svolgono con il maestro che dà i comandi per farsi colpire dagli allievi e dà il ritmo per farlo, con brevi parole gli dice se tirare un pugno sul guantone o un calcio che lui sarà pronto a parare per proteggersi. Da quel posto gli unici campioni che ne escono sono i maestri la sera quando tornano a casa dopo l’orario di lavoro. Non ne rimango deluso, ma al contrario sono soddisfatto di quella visione del mondo che non conosco. Di certo è una palestra in cui fare sport anche impegnativo, ma quello è un posto alla moda, non una fucina di atleti come quella che voglio vedere io. 
Capisco però il perché questo sport sia tanto diffuso in Thailandia: perché in quel modo lo può fare davvero chiunque ed è questo il motivo del suo successo.

MANCA QUALCOSA
Eppure mentre sono lì c’è una sensazione che non riesco a spiegarmi, mi manca qualcosa, ma non capisco cosa sia, me ne rendo conto solo dopo essere rientrato in Italia, riguardando le fotografie con una certa attenzione. È una sensazione che lì sul momento non riesco a spiegarmi, qualcosa mi sfugge…
Ecco cosa è: manca il ring! Mica una cosa secondaria: non ce n'è traccia e quella è la prova. È un posto per divertirsi e non un posto in cui combattere. La boxe è uno sport nobile, non dimentichiamocelo.
Il giorno dopo vado a cercare emozioni nuove in un’altra palestra: anche qui persone di entrambi i sessi e con una età più allargata: c’è anche gente decisamente più grande di età. Qui finalmente c’è un vero ring!

UN RING IN CEMENTO ARMATO
Un grande spazio in cemento armato, decisamente più spartano, nel quale finalmente sento l’odore acido delle persone che si mescola con quello della pelle dei guantoni, creando quel mix olfattivo deciso, forte, sofferto. Anche qui mi avvicino ad una ragazza molto carina, tonica, scattante, con dei guantoni più grandi di lei e le chiedo chi le ha fatto quell’enorme livido grande come tutta la coscia destra. Lei si gira verso un’altra ragazza e con un sorriso vero e sincero mi dice: «è stata la mia amica, è stata bravissima, molto più veloce di me, mi ha dato un calcio che non sono riuscita ad evitare. Ma la prossima volta sarò più veloce io». Non c’è vendetta né risentimento nelle sue parole: ho visto il sorriso di chi sa di essersi difeso con onore dagli attacchi di un avversario più forte.
Gli allenamenti qui sono veramente seri: ci si allena a colpire un sacco pieno di sabbia senza spaccarsi una mano, si fanno migliaia di salti con la corda ad un ritmo fittissimo, qui si sollevano manubri e bilancieri e non si colpisce il maestro per gioco o per sfogarsi.

Qui impari non solo a colpire, ma anche a difenderti, perché nella vita servono entrambe le cose.

PERMESSO SPECIALE 
Finalmente, dopo le due palestre, all’incontro ci vado davvero, munito di un permesso speciale per entrare e uscire liberamente dagli spogliatoi, dove posso assistere al sacro rituale preparatorio dei combattenti prima di andare a combattere. E nel fetido spogliatoio del palazzetto dello sport, tutto il mio viaggio trova il senso che cerco. Provo le emozioni più forti proprio in quel silenzio che precede l’incontro. Ragazzini, giovanissimi, muscolosi e definiti, agili e scattanti come molle, fisici asciutti ed esili, 15-20 anni… 
Distesi su dei tavolacci lerci ci sono gli atleti completamente glabri, che vengono unti e massaggiati dai loro preparatori prima del match. La cosa che mi colpisce subito è il fatto che lo spogliatoio è lo stesso contemporaneamente per tutti gli atleti: non ci sono delle stanzette, ma un unico stanzone scarsamente illuminato dalla luce incerta di un neon schifoso coperto di ragnatele. Sono lì tutti insieme: pugili e allenatori… I secondi, il medico, gli amici dei ragazzi e tutto si svolge in un apparente clima di amicizia prima di darsele di santa ragione. Mi piace studiare i loro sguardi persi nel vuoto, vedere nei loro occhi la concentrazione che precede i grandi momenti. Gli allenatori con una serie di gesti ripetuti e abituali, dosati e precisi, vanno a preparare le mani dei loro campioni, riempiendole di garze, cerotti, e infilano loro i guantoni che daranno l’ultimo dettaglio alla vestizione.
Negli spogliatoi la tensione è fortissima, si sente tutta l’emozione di quegli ultimi istanti che precedono la gara in cui gli atleti sanno di stare bene, ma di lì a poco, comunque vadano le cose, la lotta sarà durissima. Qualcuno resta disteso sul tavolaccio a mandare un Whatsapp all’esterno, altri li vedo tirare pugni e calci in aria in una specie di disimpegno prima del corridoio che porta sul ring. Nessuno sembra accorgersi di me e della mia fotocamera, tutti sono, giustamente, impegnati in ben altro tipo di ragionamenti, tanto che io passo del tutto inosservato.
Nell’aria adesso non c’è odore di sudore né si sente quello dello scantinato in cui ci troviamo: l’aria è piena di odore di olio canforato, un odore fresco e piacevole, stridente e inaspettato, in quel luogo malsano in cui mi trovo a vivere un’emozione fortissima condividendola con degli sconosciuti.

SUL RING
Ed ecco il grande momento: i combattenti vengono chiamati sul ring, camminando all’indietro precedo i contendenti vestiti con il loro tipico mantellino, per fotografarli mentre si dirigono verso il quadrato in cui il pubblico li aspetta. Sono emozionato più di loro: aspetto quel momento da 40 anni, sto per chiudere il mio cerchio emozionale, inserendo la boxe tra le esperienze che ho vissuto da vicino. 

GONG! L’incontro abbia inizio: vinca il migliore.
 

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