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INTEGRAZIONE

Una suora, un’associazione ed un avvocato al servizio degli ultimi che vivono in una Italia che non sempre è in grado di accogliere

Gio 28 Feb 2019 | di Angela Iantosca | Attualità
Foto di 17

Una frase in arabo pronunciata in una canzone ci terrorizza (a volte). Un ragazzo che all'anagrafe è registrato con il nome di Alessandro vince il Festival di Sanremo e molti gridano allo scandalo. Se qualcuno arriva prima ad un concorso di bellezza ed ha una pelle diversa da quella bianca ci si indigna. Si accusano gli 'stranieri' di rubarci il lavoro, ma siamo i primi a non accettare offerte che non corrispondono alle nostre richieste o che possono crearci un certo 'disagio'. Rilanciamo notizie negative che vedono coinvolti gli stranieri e strumentalizziamo all'occorrenza vicende che dovrebbero essere lontane da qualsiasi interpretazione politica. 

Cosa sta succedendo? La verità è che c'è un Paese scollato dalla realtà, miope, a tratti anche in preda ad un profondo 'sonno della ragione', un Paese senza alcuna capacità di guardarsi intorno, di osservare chi ci cammina accanto, di comprendere che siamo dentro una società globalizzata e multicolore, di accettare che la parola globalizzazione significa apertura, inclusione, integrazione, non solo abbattimento delle frontiere commerciali e velocizzazione delle comunicazioni. In queste pagine diamo voce ad una suora, un’associazione, un avvocato e allo sport antirazzista. 


Anni Novanta

Il termine globalizzazione è un termine adoperato a partire dagli anni ’90, per indicare un insieme di fenomeni connessi con la crescita dell’integrazione economica, sociale e culturale tra le diverse aree del mondo.

 

 

Se ci giriamo dall’altra parte, siamo complici

Casa Rut: grazie a suor Rita a Caserta rinascono le migranti in difficoltà, vittime della tratta e costrette a prostituirsi

Emanuele Tirelli

Più di 550 donne accolte e 80 bambini nati. Una grande credibilità conquistata dal 1995 da Rita Giaretta, suora Orsolina del Sacro Cuore di Maria di Vicenza, che da ventiquattro anni è in missione a Caserta, dove è responsabile di Casa Rut. Il centro di accoglienza per giovani migranti in difficoltà o in situazioni di sfruttamento è nel cuore della città, dove ospita 6 ragazze per volta, mentre un altro appartamento è nel vicino comune di San Nicola La Strada. 
Quattro suore, volontari, mediatrici culturali e una rete costruita negli anni, fino alla creazione di New Hope nel 2004. È una cooperativa sociale che si occupa di vestiti e stoffe, con un punto vendita nel centro di Caserta, grazie anche al sostegno della Diocesi e ai macchinari acquistati dalla Regione Campania per i corsi di formazione e messi in disuso. 

Com’è nato tutto questo?
«Quando siamo arrivate a Caserta, c’era un grande dibattito nazionale sui migranti e sull’immigrazione, quello che ha portato alla legge Turco-Napolitano del ’98, ma non se ne sapeva molto della tratta delle donne. Noi, però, le vedevamo in strada e ci chiedevamo perché, come fosse possibile. L’8 marzo del 1997, insieme ad alcune collaboratrici laiche, abbiamo deciso di incontrarle per cercare di capire. Abbiamo portato a ognuna di loro un vasetto con una primula e un gesto semplice, senza giudizio, per far comprendere a chi incontravamo che qualcuno pensava a loro con amore. È iniziata così. Ci hanno chiesto di tornare e l’abbiamo fatto una volta la settimana e piano piano ci hanno consegnato le loro storie tremende».

Chi è stata la prima?
«Un giorno, una ragazza nigeriana chiamata Faith si è infilata nella nostra auto chiedendoci di aiutarla, di portarla via. Aveva visto una sua amica scaraventata da un cliente fuori dell’automobile ancora in movimento e poi travolta da un altro veicolo. Voleva uscirne a tutti i costi nonostante il terrore e le difficoltà. Poi sono arrivate le altre e l’ospedale ha iniziato a chiamarci, ma noi Orsoline vivevamo in una canonica del Rione Acquaviva e c’era bisogno di più spazio. Il nostro istituto di Vicenza ha creduto in questo percorso e ha acquistato gli appartamenti dove siamo adesso, che sono un unico nucleo. Lo abbiamo voluto nel centro cittadino per una questione di sicurezza, per portare l’attenzione della comunità sul problema e per dare alle ragazze un senso di centralità-normalità. Sono tutte storie importanti, ma ce n’è una che mi ha toccato tanto e che credo dica più di molti ragionamenti».

Una vostra ospite?
«Una ragazzina albanese, Martina, di sedici anni e mezzo, portata qui dai Carabinieri perché aveva avuto il coraggio di denunciare i suoi aguzzini. Il suo volto non era felice, come quello di tutte. Sono riuscita a farla aprire e ho scoperto che aveva un bambino nato da pochi mesi, ma gliel’avevano sottratto costringendola a tornare subito in strada. Grazie alle forze dell’ordine siamo riusciti a ritrovare quel bambino e ad avviare un percorso per riunirli. Adesso lui ha 17 anni e lei ha trovato un compagno italiano. È felice e hanno anche una figlia insieme. Chi direbbe che da queste storie possano nascerne altre molto belle? Per questo dico che Casa Rut è un cuore pulsante per restituire vita e dignità».

In cosa consiste il vostro percorso?
«Non facciamo assistenzialismo, ma accompagniamo queste donne in una rinascita, come un genitore che aiuta i figli a crescere perché spicchino il volo. E l’accoglienza è solo la prima parte: è importante che trovino un posto ordinato, ospitale, sereno, loro che si sentono sporche e piene di sensi di colpa, quando invece sono solo delle vittime. Poi c’è la regolarizzazione con la Questura. Poi la scuola di italiano, sia con operatrici qui a Casa Rut che attraverso i corsi di alfabetizzazione e di raggiungimento di quello che prima si chiamava diploma di licenza media. Le inseriamo in tirocini formativi per farle rinascere in un senso di autonomia e propositività. Inoltre, nel 2004, abbiamo creato New Hope, dove ci sono sei contratti di lavoro attivi».

Cosa stiamo sbagliando come società?
«Non capisco come mai non riusciamo ad essere davvero in contatto con la realtà. Pensiamo di avere mille informazioni, ma c’è tanta menzogna. Oppure abbiamo paura di entrare in contatto con quella verità. Chi fa politica dovrebbe essere un visionario, raccogliere le paure e trasformarle in visioni. Vogliamo davvero alzare mura sempre più alte? Questo per me è un grande schiaffo e mi fa paura il ragionamento di molte persone che non riescono a offrire una riflessione più ampia, che si chiudono nel proprio campetto, nel quale non vogliono perdere sicurezze, ma sono disposti a vederne sottratte sempre di più agli altri. Se ci accorgiamo di cosa accade intorno a noi, non possiamo essere miopi. Se ne siamo informati, non possiamo girarci dall’altra parte o alimentare queste atrocità di sfruttamento, brutalità, vendita e riduzione in schiavitù delle donne, altrimenti diventiamo complici».

È quello che dite anche ai giovani durante i vostri incontri?
«Non vogliamo dare insegnamenti, ma condividere. Ognuno potrà farsi le proprie domande e innescare delle riflessioni personali, anche sul concetto di andare con una donna a pagamento che è ridotta in schiavitù ed è vittima di tratta. Potrebbe essere nostra sorella, nostra madre, una nostra amica. Potremmo essere noi stessi. Ma viviamo in una società che spinge a non essere fragili, soprattutto gli uomini, a non ammettere la propria umanità, così finiamo nel non volerla vedere nemmeno negli altri».                        
NEW HOPE
Nel maggio 2004 nasce la Cooperativa Sociale “newHope” nella struttura di un laboratorio di sartoria etnica. La forza della newHope è la consapevolezza che non c’è scarto che non possa fiorire.



 

BENVENUTO RIFUGIATO!

Refugees Welcome è un’associazione nata in Germania a sostegno dei rifugiati. Oggi è presente in 15 Paesi tra cui l’Italia

Manuele Mareso

C’è chi nei dibattiti sull’immigrazione cerca di spegnere ogni dialogo con un “Ospitateli a casa vostra!”, aprire le porte della propria casa è quello che già fanno centinaia di italiani che hanno scelto di offrire un aiuto diretto a rifugiati e titolari di protezione, tramite percorsi istituzionali o dell’associazionismo non profit. L’ondata di diffidenza, paura e in alcuni casi vero e proprio odio nei confronti dei migranti registrata negli ultimi mesi ha in effetti avuto effetti collaterali anche positivi: con l’aumentare di casi di cronaca che vedevano discriminati gli stranieri in difficoltà sono aumentate anche le disponibilità ad accogliere presso le proprie abitazioni persone che portano con sé storie di fame e persecuzione. 
Lo conferma Sara Consolato, responsabile delle relazioni con i media di Refugees Welcome Italia: «Casi eclatanti, come per esempio il respingimento di navi cariche di migranti disperati, hanno convinto molte persone in disaccordo con questi provvedimenti inumani a reagire con azioni concrete e dirette. Proprio la scorsa estate abbiamo registrato un picco di iscrizioni sul nostro sito e le famiglie che si dichiarano disposte a offrire ospitalità a un migrante sono in aumento».
Campagne social e un rigido protocollo di azione a tutela della buona relazione tra i richiedenti ospitalità e le famiglie ospitanti sono le basi del successo di questa associazione che in soli due anni ha reclutato decine di sostenitori che si riconoscono in una pratica dell’accoglienza semplice, gratuita ed efficace.
«Vogliamo promuovere un cambiamento culturale e un nuovo modello di accoglienza: crediamo che l’ospitalità in famiglia sia il modo migliore per facilitare l’inclusione sociale dei rifugiati – spiega Sara Consolato –. Per questo motivo abbiamo elaborato un modello che, proprio perché basato sullo scambio, l’incontro e la conoscenza fra rifugiati e cittadini italiani, può contribuire a combattere pregiudizi, discriminazioni e luoghi comuni». 
Un approccio ambizioso e non privo di difficoltà che vanno affrontate con realismo. 
«Il nostro percorso – continua la portavoce di Refugees - segue una logica di responsabilità: non ci limitiamo a fare incontrare “domanda e offerta”, ma seguiamo attentamente migranti e famiglie in un percorso di analisi della personalità e delle esigenze reciproche, in modo da arrivare all’esperienza della convivenza con le migliori premesse e con un approfondimento molto concreto delle possibilità da parte di entrambi». 

STORIE A LIETO FINE
Per questo quelle che oggi Refugees Welcome Italia può raccontare sono storie a lieto fine. Come quella di Gumbadin e Hajikhan, due ragazzi afghani di poco più di 20 anni, titolari di protezione internazionale, che hanno trovato ospitalità da parte di una coppia di Padova, Andrea e Bruna Cavazzana, che motivano la loro scelta con le parole più semplici ed efficaci: «Lo abbiamo fatto perché, se nostro figlio si fosse trovato in difficoltà come loro, avremmo molto apprezzato che qualcuno si fosse preso cura di lui». Oppure quella di Maria Cristina e Luca, che hanno conosciuto Anas, un giovane siriano in fuga dalla guerra, quando era in ospedale per curare la gamba colpita da proiettili. I racconti delle atrocità subite sono stati per loro un passaggio per guardare la realtà con occhi diversi. «So che sembra un’affermazione esagerata, ma la nostra vita è molto più bella e ricca da quando c’è lui», dice Maria Cristina senza temere di apparire retorica. E non lo è affatto, perché sa immedesimarsi in Anas, che cerca ogni giorno, tramite i social e i suoi contatti, le liste dei nomi dei defunti della guerra in Siria, pregando di non trovare quelli della nonna, dei genitori e dei due fratelli rimastigli dopo che il terzo è morto con gli zii sotto le bombe. C’è poi Alì, di neanche 20 anni, che, avendo trovato ospitalità da Ester, fa di tutto per dimostrare la sua riconoscenza, occupandosi del giardino e facendole trovare la cena pronta quando torna tardi alla sera dal lavoro. Scappato dal Mali all’età di 14 anni, non ha potuto vivere l’adolescenza a cui avrebbe avuto diritto. «Quando i miliziani hanno imposto la legge islamica e costretto i ragazzi della zona ad unirsi alla guerriglia sono voluto scappare, andando prima in Algeria e poi in Libia, dove sono stato trattenuto per 8 mesi in un centro di detenzione. Non avevo nessuno che potesse pagare un riscatto per me e allora ho trovato il modo di scappare e salire su un barcone. La traversata è stata spaventosa, ma abbiamo avuto la fortuna di essere soccorsi da una nave italiana che ci ha portato in Sicilia».

ORDINARIA GENEROSITA' 
«Le nostre storie dimostrano che l’accoglienza in famiglia fa bene a tutti - conclude Sara Consolato -: non solo ai rifugiati, ma anche ai cittadini che decidono di aprire le porte della propria casa. Chi ospita un rifugiato ha l’opportunità di conoscere una nuova cultura, aiutare una persona a costruire un progetto di vita nel nostro Paese, diventare un cittadino più consapevole e attivo». Storie di semplice e ordinaria generosità, che creano un sottobosco di speranza nella giungla delle cattive notizie.



 

 

Io, avvocato di strada


Massimiliano Arena dal 2005 ha aperto uno sportello a Foggia per dare consulenze gratuite agli ultimi

Angela Iantosca

Un medico può salvare una vita, ma una persona sprovvista di documenti non può accedere al diritto di farsi curare da un medico se non c’è un avvocato che si batta per fargli ottenere quei documenti. La nostra professione è la più misericordiosa...”. Proprio per garantire diritti a tutti nell'aprile del 2005 con un gruppo sparuto di persone, Massimiliano Arena ha dato vita allo sportello di Avvocati di strada a Foggia. 

Sono passati quattordici anni: qual è la situazione attuale?
«Siamo a fasi alterne: andiamo dalle 12 alle 20 unità. Dodici è il numero di avvocati volontari che rappresenta lo zoccolo duro. Poi, ogni tanto, abbiamo ragazzi che fanno volontariato. Dal mese di marzo daremo vita alla Clinica legale: gli studenti della facoltà di Giurisprudenza di Foggia potranno frequentare lo sportello, così da avere una preparazione tecnica, ma anche etica». 

Com’è cambiata la sua percezione della professione di avvocato? 
««Mi sono iscritto alla Luiss nel 1991 e chiaramente è cambiata: per me oggi è una professione di servizio, di relazione e di prossimità ai bisogni della gente».

Che tipo di approccio ha con la clientela?
«Sia a studio che allo sportello sono molto severo. Allo sportello è giusto fare un'opera di filtro rispetto alle reali esigenze. Se ci chiedono cose che non stanno né in cielo né in terra cerchiamo di non assecondare. Non è facile avere a che fare con i poveri e noi non siamo né santi né profeti. Sicuramente è un lavoro che mette a dura prova la tolleranza e la resistenza, ed è sicuramente un modo per educarsi a stare a contatto con la puzza dei poveri. Spesso i poveri sono petulanti e assillanti. Io, che ho la responsabilità dello sportello, chiedo a tutti di non assecondare tutte le richieste. Siamo un servizio legale non sociale, anche se dobbiamo prenderci a cuore la vita della persona e per questo siamo in rete con tutta la rete sociale della città». 

Come fate a finanziarvi?
«Ci sono dei bandi a cui partecipiamo, ci sono Fondazioni che finanziano o lo sportello locale o quello nazionale la cui sede centrale è Bologna. La nostra sede è messa a disposizione da Trenitalia e a volte ci autotassiamo se abbiamo bisogno di qualcosa».

Cosa non viene raccontato dai media?
«Che la percentuale di accesso di italiani e migranti allo sportello è quasi pari. Io ho cominciato nel 2005, quando l'80% era straniero. Ora il 60% è composto di migranti. Eppure, nella percezione collettiva povertà e disagio sono appiattiti sulla voce della migrazione. Invece ci sono molte fasce della popolazione italiana che fanno fatica a stare sopra la soglia di povertà, avendo perso lavoro, casa, sussidio e che stanno per finire in mezzo alla strada. In questo caso, sempre attraverso la rete laica e cattolica, diamo le giuste dritte». 

Quali sono le richieste?
«La maggior parte delle richieste per i migranti riguarda la regolarizzazione dello status di rifugiato, la richiesta di asilo politico e il ricongiungimento familiare, oltre alle questioni relative allo sfruttamento del lavoro nelle campagne».

Cosa ha cambiato la legge sul caporalato?
«Ha pochissima incidenza, anche perché c'è scarsa propensione alla denuncia. I ragazzi che noi sollecitiamo hanno paura di essere estromessi dall'unico circuito a loro disposizione». 

Che fare?
«Sono molto schietto. Parlo dei migranti: secondo me bisogna far capire che una massa così grande di stranieri in Italia non ce la possiamo più permettere, per una forma di rispetto nei loro confronti. Vivono soprattutto nei ghetti della nostra provincia: il più grande gesto di umanità sarebbe riaccompagnarli nei Paesi di provenienza, visto che non hanno accesso a nessun diritto basilare, istruzione o sanità. Bisognerebbe fare un grosso investimento e fare in modo che queste persone, circa 500mila irregolari, anche imparando un mestiere in 6 mesi, siano rimpatriati. Per quanto riguarda i nostri italiani, il Governo deve investire nel welfare oltre al reddito di cittadinanza». 

Lei ha viaggiato nel Sud del mondo, che spesso non è diverso dalle nostre periferie: lo consiglia?
«Viaggiare nelle zone più povere del mondo lo consiglio. Credo sia più performante di tanti Master e corsi. Dopo questi viaggi apprezzi tutto ciò che hai, sia nel poco che nel tanto».

Lei non crede che noi siamo un popolo di razzisti?
«Tranne che per piccole fasce della popolazione, la realtà è che abbiamo paura di ciò che è diverso, di tutto ciò che scoperchia le nostre paure che abbiamo messo da parte. A noi fa paura la povertà. Proiettiamo sui poveri la paura di impoverirci. Di perdere le zone di confort. Non è razzismo. Il razzismo è qualcosa che le correnti politiche creano ad hoc per scaricare sull'anello più debole della popolazione tutto ciò che di contingente fa male…». 

Voi siete operativi nel territorio da quattordici anni, durante i quali sono cambiati molti Governi. Qualcuno ha inciso sulla situazione?
«No assolutamente. Nessun Governo ha mostrato approcci diversi a queste fasce della popolazione. Oggigiorno il clima è diverso perché c'è una corrente politica che sta cavalcando la pancia della gente, prendendo i problemi di una nazione e scaricandoli sulla fascia più debole, i migranti. Io vivo in una città in cui hanno messo bombe davanti a quattro esercizi commerciali per estorsione solo pochi giorni fa. Ma di cosa parliamo? Del problema dei migranti». 

Ci sono cinquanta sportelli in Italia come il vostro.
«Siamo uno studio diffuso. Il più grande d'Italia, ma quello che fattura meno di tutti!».

L'Italia è un Paese fondato sul volontariato, dunque?
«Il volontariato in un Paese dal welfare traballante è vitale. E non parlo solo del volontariato come il nostro, ma anche di quello che genera buste paga, come le comunità per minori a rischio, per tossici… I vari Governi hanno peccato di miopia e sordità rispetto ad un settore che andava premiato molto di più. Certo è un settore che ha generato anche tanti furbetti, penso al campo della cooperazione sociale, che ha danneggiato le persone oneste...». 

In questi anni ha incontrato tante storie: quali le sono rimaste addosso?
«La storia di Mario, il ragazzo rumeno che, grazie a noi, ha avuto il risarcimento perché è stato investito da un trattore in campagna, dove lavorava da irregolare. Ora sta bene, è tornato in Romania ha aperto un bar e viene ogni tanto in Italia a trovare i parenti... Ma penso anche a un ragazzo truffato da un gruppo on line che noi non siamo riusciti a salvare dall'alcol e dal freddo, perché ci siamo concentrati solo sulla problematica legale. Per questo, dopo quella vicenda, abbiamo modificato il protocollo: oggi è obbligatorio che, quando una persona ci porta una questione legale, ci si relazioni anche su tutti gli altri problemi, eventualmente attivando la rete». 


 

Sport antirazzista


Un messaggio che va oltre i campi di calcio e arriva nelle piazze, nelle università e nelle scuole

Emanuele Tirelli

Sette anni festeggiati da pochi mesi. Un giorno del 2011, un gruppo di amici si è riunito per una partita di calcetto e ha assistito agli insulti di alcuni automobilisti a un ragazzo extracomunitario che vendeva fazzoletti a un semaforo. Lo ha invitato a giocare per consolarlo e col passare del tempo ha conosciuto tutta la comunità senegalese che giocava sul territorio casertano. Sono nate partite miste e, subito dopo, l’idea di una vera e propria squadra di calcio iscritta al campionato di Terza Categoria. La RFC Lions Ska Caserta conta settanta ragazzi: quelli stranieri sono prevalentemente africani, ma ce ne sono stati anche di origine peruviana, inglese… E da quest’anno il progetto ha dato vita anche a una squadra di basket. «Questo percorso ha preso molte strade - dice Maurizio Affuso, musicista, grafico e tra i fondatori del progetto -. Ogni anno diventa sempre più grande e vuole combattere ogni forma di discriminazione, per questo portiamo un messaggio più ampio del razzismo legato al colore della pelle e partecipiamo a numerose manifestazioni. Siamo palesemente schierati in favore dello sport come diritto di tutte le persone e per noi è importante sottolineare di essere contro il fascismo, il sessismo e l’omofobia, per l’aggregazione e il superamento delle barriere. Il campo da gioco è solo uno dei luoghi in cui ci muoviamo. Cerchiamo di condividere questo messaggio nelle piazze, nelle università e nelle scuole, quando andiamo noi stessi a vedere una partita di qualunque sport, e più in generale ovunque ci siano persone di tutte le età».

Il marchio no-profit
Il logo ha tre frecce che rappresentano la solidarietà, l’uguaglianza e la libertà, simbolo del movimento R.A.S.H. (Red Anarchist SkinHeads). Rage Sport è nato nel 2015 da un’idea di Affuso per dare continuità al pensiero che muove tutto il progetto antirazzista. L’obiettivo è quello di rispettare i diritti dei lavoratori, con abbigliamento sportivo prodotto in Italia, da fabbriche a norma di legge. Inoltre, il 10% del ricavato è destinato al recupero di strutture e aree sportive ad accesso gratuito. Sono molte le squadre che indossano questo marchio. Veste la Afro-Napoli United, la St. Ambroeus FC di Milano, l’ASD Atletico No Borders di Fabriano, e poi Roma, Teramo e tante altre, fino alla United Glasgow e ultimamente all’inglese Clapton Fc.                           

Mondiali Antirazzisti
Dal 1997, a Castelfranco Emilia in provincia di Modena, si tengono i Mondiali Antirazzisti. Sono nati dal Progetto Ultrà – Uisp Emilia Romagna, con l’Istituto Storico per la Resistenza di Reggio Emilia, ma non si gioca solo a calcio. Ci sono anche squadre di basket, volley e rugby che arrivano da tutta Italia, da Svizzera, Spagna, Francia, Germania, Austria, Belgio e Inghilterra. L’obiettivo è già tutto nel nome della manifestazione che ogni anno si tiene la prima settimana di luglio, ma che, a volerlo sottolineare, rimanda ai concetti di uguaglianza, integrazione e inclusione. Sono quasi 200 le formazioni che si sono iscritte all’ultima edizione e molte di loro sono formate da migranti ospitati in strutture d’accoglienza. Ma i Mondiali Antirazzisti sono anche il momento per discutere di diritti e immigrazione, per favorire la condivisione.

 

 

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