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Nel nome di Giacomo

Dopo la morte per incidente di Giacomo Vidiri, è nata un’associazione fatta da giovani che offre anche un servizio taxi per riportare gli studenti a casa dopo le feste

Gio 28 Mar 2019 | di Angela Iantosca | Attualità
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Loro sono quattro ragazzi romani: Caterina, Lavinia, Andrea e Guido. Uno studia, frequenta Architettura, e gli altri tre lavorano, una nel mondo del turismo, una come impiegata in tv e uno è giornalista. 

Hanno poco più di venti anni e in comune Giacomo Vidiri e il desiderio di dare un senso alle cose della vita. Come la morte di un ragazzo, di un amico, di un fratello. 

«Per me era più di un amico. È stato difficilissimo accettarlo – racconta Lavinia Spada -. Pensavo che non ci sarebbero stati più i colori dopo, che sarebbe stato tutto per sempre nero. Mi sono lasciata andare, anche a scuola non mi interessava prendere buoni voti. Era tutto sopportabile se messo a confronto con quella perdita».
Era il 2013, Giacomo stava tornando da una festa, era in uno stato psicofisico alterato, era in moto e dietro una curva, a soli 17 anni, ha visto scadere il suo tempo. Una perdita che la famiglia e gli amici, tuttavia, hanno trasformato in una occasione per tutti di crescita e confronto.
«La famiglia di Giacomo - continua Lavinia -, dopo pochi mesi, ha dato vita all'Associazione Giacomo Vidiri, in sua memoria. Io sono entrata nel direttivo, ma non ho sentito subito la spinta a trovare una ragione per mettermi in movimento, finché ho perso un'altra amica, un altro incidente, questa volta in motorino, sulla Cassia, tornando da scuola: un incidente banale. Allora ho capito che ciò che è successo può succedere a chiunque. Che è importante fare prevenzione, che è importante trasformare».
Una trasformazione cominciata dalla famiglia, dal fratello di Giacomo, Matteo, e continuata dagli amici, che da allora hanno voluto fare un buon volontariato, organizzando incontri nelle scuole, raccolte di cibo, distribuendo cestini alla stazione due volte l'anno, pulendo i parchi, allestendo feste per raccogliere fondi, costruendo tutto intorno alla musica. 
«Perché Giacomo suonava la batteria – racconta Guido Gasbarri, amico di Matteo -. La musica, quindi non manca mai. Abbiamo anche una sala prove nella nostra sede, in zona Monte Mario, che abbiamo ottenuto grazie a Suor Paola della So.Spe.».
Un’associazione fatta da giovani, che, nonostante gli impegni quotidiani, si organizzano per andare anche nelle scuole e parlare agli adolescenti: «Raccontiamo di noi, sensibilizziamo su alcune tematiche, anche grazie al supporto di Antonello, il padre di Giacomo e Matteo. Lui è medico e introduce in maniera più tecnica e scientifica il tema delle tossicodipendenze», prosegue Guido.
«Inoltre – racconta Andrea Vescovi - abbiamo due eventi importanti con i quali ci facciamo conoscere e raccogliamo fondi: a settembre, così come facemmo il primo settembre dopo la scomparsa di Giacomo, a Piazza Mancini, quando organizzammo un concerto chiamando amici e conoscenti musicisti. E poi in occasione del compleanno di Giacomo, ad aprile, quando allestiamo una cena presso il Factory Club, grazie all'amica Elisabetta Mancini: in quell'occasione noi volontari serviamo ai tavoli e organizziamo anche la parte musicale. Tutto il ricavato serve per sostenere le nostre attività».
Punta di diamante dell'associazione il servizio taxi che i volontari organizzano per andare a prendere e riportare a casa i ragazzi che devono andare alle feste organizzate dalle scuole.
«L'idea è nata durante un'assemblea – spiega Andrea -. Stavamo provando a capire come aiutare attivamente e abbiamo deciso che è corretto andare nelle scuole a fare informazione, ma è anche corretto essere presenti in altri momenti, proprio quando gli adolescenti vanno ad una festa e alzano un po' il gomito, pensando di essere invincibili ed eterni...». 
«Quindi noi li andiamo a prendere – spiega Caterina Fondi -, rimaniamo alla festa e li riportiamo a casa. Di solito veniamo contattati tramite Facebook o Instagram dai rappresentanti di istituto. Se il luogo della festa è fuori mano noi ragazze ci organizziamo per andare con un ragazzo dell'associazione…». 
«Abbiamo notato – prosegue Andrea - che ci ascoltano molto di più in queste occasioni, che in quelle 'istituzionali'. Perché mentre siamo alla festa con loro non diciamo cosa si deve o non si deve fare, ma ci poniamo da compagni in ascolto, spiegando che sono liberi di scegliere, ma che è importante che sappiano cosa può accadere. Ci raccontano delle loro conquiste, dei sogni, del futuro, delle paure senza maschere… Si aprono e ascoltano. Non sono diversi da come eravamo pochi anni fa. Prima che se ne andasse Giacomo».                                                     
 
FRAMMENTI: IL PRIMO FILM REALIZZATO CON UNA SCUOLA
Ad aprile al via le riprese del primo film in Italia realizzato con una scuola, grazie alla legge 220 del 2016. Un esperimento unico che vede coinvolti l’istituto di Via Sarandì al Tufello, periferia romana, già teatro del film “Ladri di biciclette”, e il Liceo linguistico Ninni Cassarà. Le riprese di “Frammenti”, questo il titolo, cominciano il 15 aprile. Il progetto è un’idea di Alveare Cinema e nasce nell’ambito di un bando congiunto Miur Mibac ed ha come partner ANAC, Roma Capitale municipio III e Alveare per il sociale. I giovani registi, tutti tra i 17 e i 21 anni, hanno raccontato al critico cinematografico Marco Giusti le storie da loro scritte che sono poi diventate la sceneggiatura del film. «La mia storia – dice Caterina Peta, la più giovane tra i registi – racconta da un lato il rapporto con il quartiere e dall’altro quello con la madre, ho voluto parlare di incomunicabilità tra genitori e figli, ma anche cercare un modo per venirsi incontro».



 


Quando le aragoste non c’entrano 

Nell’epoca dei social e della globalizzazione nasce un Galateo 2.0, anche per i bambini

Angela Iantosca

E' un modo di essere prima che essere un modo di fare. È gentilezza, è sentire l'altro come prolungamento di sé e non come altro da sé, da cui prendere le distanze. È rispetto per le differenze, è educazione, è sorriso e cortesia. Si chiama galateo, una parola che ci potrebbe far pensare a ricche donne ingioiellate, a regole rigide e ad un cavalierato che non esiste più. In realtà il galateo è molto altro e molto di più rispetto a quello che si legge nel tomo di Giovanni della Casa scritto nel Cinquecento.
A raccontarcelo è Samuele Briatore, presidente dell'Accademia Italiana Galateo, che da anni studia le regole antiche adattandole ai tempi moderni, dando vita ad una nuova forma di cortesia, da definirsi quasi 2.0. 

Sono diverse le attività che portate avanti con la vostra Accademia. 
«Cominciamo dal corso di galateo che comincerà il 10 maggio presso l'Università La Sapienza di Roma. Si tratta di un Corso di Alta Formazione (le iscrizioni si chiudono il 15 aprile; per avere info consultare il sito de La Sapienza nella sezione Corsi di Alta Formazione - ndr) e si tratta della prima edizione di un corso di buone maniere non intese come esercizio ozioso, ma come un linguaggio che contribuisce a non tagliarci fuori dal lavoro. Mi spiego: se una persona si occupa di relazioni internazionali e non sa che soffiarsi il naso in Giappone è una cosa considerata volgare, perderà un lavoro. Se un ufficio stampa non conosce le giuste regole della comunicazione sul web o l'arte di mandare una mail o la comunicazione para-verbale e non verbale rischia di rimanere fuori. Per esempio tra i nostri iscritti c'è una infermiera perché imparare a creare un rapporto empatico con i suoi pazienti. E soprattutto vuole capire come comportarsi quando si trova a dover curare persone di religioni diverse o maschi appartenenti ad altre culture».

Dunque il galateo si adatta ai tempi e non ha a che fare con la forma. 
«Il galateo non è forma, ma è il suo contrario. Se leggiamo i galatei antichi, i manuali legati al mondo cattolico, l'educazione del buon fanciullo o i manuali dei Gesuiti ci rendiamo conto che non si tratta di testi che parlano del centrotavola o di come disporre le forchette. Si tratta di testi legati alla conversazione, all'accoglienza, a come gestire un rapporto in modo efficace. È l'attenzione verso l'altro. Non significa saper mangiare bene una aragosta. Perché se ne siete capaci, ma non siete in grado di mettere a proprio agio una persona timida o se le vostre battute creano disagio nessuno si ricorderà della vostra capacità con l'aragosta!».

Non ci vorrebbe anche un galateo dei social?
«Certamente! Di questo aspetto se ne occupa la coordinatrice del corso, Romana Andò, professoressa di Fashion Brands' Digital Communication al dipartimento SARAS della Sapienza Università di Roma. Facciamo un esempio: se pubblichi una foto pazzesca su Instagram, devi tener presente non solo che sei una persona, ma anche il ruolo che hai. Cioè ognuno di noi è anche la sua parte professionale. Che non significa privazione di libertà, ma anche consapevolezza di sé. Come un politico non può permettersi di sbagliare un verbo o un tweet, anche noi non possiamo sbagliare sui social perché siamo personaggi pubblici in un modo o nell'altro».

Voi vi occupate anche dei più piccoli?
«Realizziamo corsi anche per i piccoli. Ma una cosa è da specificare: prima di cominciare il percorso con loro, io organizzo un incontro con le mamme. E se le mamme mi dicono che quando stanno a tavola guardano la tv o che il figlio può tenere il cellulare acceso, beh il mio insegnamento rischia di rimanere lettera morta. Insomma il galateo comincia a casa! Quello che vogliamo evitare è che si tratti di una serie di regole, appiccicate come pecette da sapere nella teoria e non applicare nel quotidiano».

Ci sono anche altri ambiti nei quali lavorate?
«Lavoriamo sui giovani, sull'immigrazione e la cultura. Abbiamo una biblioteca nella nostra sede (Via Capo D'Africa, 8, Roma – ndr) che chiunque può frequentare e dove si possono consultare i libri gratuitamente su appuntamento. Inoltre realizziamo iniziative gratuite di formazione per gli under 35, in modo che possano imparare a redigere un curriculum, ad inviare una lettera, a gestire un colloquio, ad apprendere i rudimenti anche nel mestiere di ufficio stampa!».

E i migranti?
«Abbiamo tanti progetti che li riguardano. Quello più entusiasmante, a mio avviso, è legato alla cucina! Considerando quante culture convivono sul nostro territorio, perché non dar vita ad una cucina davvero fusion? Per farlo vogliamo preparare soprattutto donne migranti che hanno l'arte della cucina tra le mani a dar vita ad un nuovo ricettario, 4.0 per poi arrivare ad aprire un ristorante con ricette che non si trovano in nessun altro luogo e che sono il risultato della compresenza di molte cucine. Ornai siamo in una Italia fluida dove mia nonna usa il seitan e la coreana adopera il latte di capra italiano!». 

Dopo la scuola
Che fare dopo la maturità? È la prima, importante scelta comune a tanti ragazzi, che di solito preoccupa i genitori e che richiede una valida attività di orientamento. Rivolgendosi a tutti gli studenti delle superiori, Skuola.net propone un metodo che permette di scegliere tenendo conto dei veloci cambiamenti del mondo del lavoro. E lo fa con un libro, “Dopo la scuola - Come costruire il tuo futuro in sei semplici mosse” (Sperling&Kupfer) pubblicato a marzo e disponibile anche in versione ebook.
In questa guida, agile quanto un buon tutorial, vengono ribaltati molti luoghi comuni e si scopre, per esempio, che una laurea umanistica è ancora spendibile; che è meglio essere flessibili che superspecializzati; che per i selezionatori di personale allenare una squadra di calcio dopo le lezioni può essere un punto a favore nel curriculum… Inoltre, qui si possono trovare gli strumenti più aggiornati per decidere il percorso scolastico: informazioni sull’università e le possibili alternative,  test per misurare le proprie potenzialità, testimonianze di ragazzi di successo come lo youtuber Leonardo Decarli e la pastry chef Isabella Potì. 
Da loro si impara il segreto per imboccare la strada giusta: fissare gli obiettivi incrociando passioni, talenti e studio e mettersi alla prova al più presto. 
Un libro che dà idee ai ragazzi, rassicura i genitori e rischiara il futuro con una buona notizia: c’è un posto per tutti. 

 


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