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Basta compiti a casa: e se fosse meglio così?

Una rete di docenti e genitori vuole abolirli: «Sono inutili e dannosi». In Finlandia non li assegnano e sono primi al mondo nell’istruzione

Gio 28 Mar 2019 | di Francesco Buda | Attualità
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Tu adulto sei obbligato a portarti il lavoro a casa? È quello che succede ai nostri bambini e ragazzi ogni santo giorno, anche quando i grandi non ci vanno a lavorare, perché è sabato, domenica o vacanza. Si sta diffondendo in Italia la richiesta di abolire i compiti a casa nella scuola dell'obbligo, cioè alle elementari e medie. 

Chili di libri e quaderni che nemmeno al master di fisica nucleare. Chiunque può fare un semplice ed efficace test: pesare i libri di testo dei propri figli o nipoti. Già alle elementari sono diversi kg. Non occorre essere ortopedici per domandarsi se già solo gli zaini addosso facciano male alla salute. 

Fa un certo effetto vederli usare il trolley per andare a scuola anziché in vacanza. E c'è chi adotta il libro di testo di educazione fisica, ma la scuola non ha palestra o comunque non fa fare ginnastica e sport! I baby facchini dell'istruzione quanto veramente imparano così? Niente, secondo la rete “Basta Compiti!”. Insegnanti, capi d'istituto, genitori che hanno avviato anche una petizione su internet tramite change.org, che ha raccolto finora circa 34mila adesioni. 
Ma perché, se si è sempre fatto così? 

I MOTIVI PER ABOLIRE I COMPITI
Il manifesto della petizione, in sintesi, snocciola i motivi per cui abolire i compiti a casa: 
• sono inutili: visto che le nozioni ingurgitate così svaniscono dopo pochi mesi; 
• sono dannosi: procurano disagi, sofferenze soprattutto agli studenti già in difficoltà, suscitando odio per la scuola e repulsione per la cultura, oltre alla certezza, per molti studenti “diversamente dotati” della propria “naturale” inabilità allo studio;
• sono discriminanti: avvantaggiano gli studenti che hanno genitori premurosi e istruiti, e penalizzano chi vive in ambienti deprivati; 
• ledono il “diritto al riposo e allo svago” riconosciuto dall’articolo 24 della Dichiarazione dei diritti dell’uomo a tutti i lavoratori; 
• costringono i genitori a sostituire i docenti, senza averne le competenze professionali. 
Non solo: limitano fondamentali attività formative (musica, sport...) oltre gli orari delle lezioni e stressano generando molta parte dei conflitti e litigi tra genitori e figli, quando sarebbe invece essenziale disporre di tempo libero da trascorrere insieme, serenamente. 
E poi, sottolineano quelli di Basta Compiti!, sono malsani: portare ogni giorno zaini pesantissimi, colmi di quadernoni e libri, è nocivo per la salute, per l'integrità fisica soprattutto dei più piccoli, come dimostrato da numerose ricerche mediche.

SI DOVREBBE IMPARARE A SCUOLA 
«Da molto tempo diverse ricerche hanno dimostrato tutto ciò – spiega alla rivista Acqua & Sapone Maurizio Parodi,  dirigente scolastico, pedagogo, coordinatore e responsabile scientifico della rete docenti e dirigenti a compiti zero. Dal titolo del suo libro “Basta Compiti! - Non è così che si impara” ha preso il nome la campagna per l'abolizione dei compiti a casa. L'iniziativa corre sull'omonimo sito web e attraverso due pagine facebook, una aperta con oltre 13.500 utenti, soprattutto genitori, e l'altra professionale, riservata ai docenti e capi d'istituto. Organizzano incontri in giro per l'Italia. Il dottor Parodi continua ad approfondire il tema, il senso e le radici anche scientifiche di questa mobilitazione nel suo ultimo libro “Così impari. Per una scuola senza compiti”, fitto di dati e riflessioni sperimentate sul campo in varie parti del mondo. Sta anche raccogliendo fondi per realizzare un documentario. 
«Compito della scuola – prosegue l'esperto - non è “punire” gli studenti caricandoli di lavoro anche fuori dalle aule. Bensì insegnare il giusto metodo per imparare con profitto e far emergere la personalità di ciascuno di loro. Il contrario dei compiti a casa standardizzati, uguali per tutti. I lavoratori hanno diritti e sindacati. I bambini no: devono continuare a “lavorare” pure a casa invece che godersi le relazioni, la natura, il gioco e le altre attività. È un accanimento morboso. Si segue il principio aberrante secondo cui a scuola si insegna e a casa si impara. In verità l'allievo può apprendere molto di più semplicemente vivendosi serenamente il pomeriggio, il week end, la vacanza». 

«LA SOFFERENZA DEI PICCOLI»
Ma perché un dirigente scolastico si imbarca in una simile battaglia totalmente controcorrente, contro il senso comune, contro la maggioranza di maestri e prof, contro quello che credono e sostengono quasi tutti i genitori benché “vittime” anch'essi del sovraccarico dei loro pargoli? 
«Per molte ragioni. Innanzitutto perché sono sempre più insofferente rispetto alla sofferenza che la scuola infligge ai suoi utenti più deboli, sofferenze spesso inutili e controproducenti. Mi creda, ne soffro - confida il promotore di “Basta Compiti!” -. Un modello che ti chiede unicamente di memorizzare cose da ripetere all'interrogazione o per le verifiche scritte, ma che poi dimentichi. Non c'è nemmeno la funzione cognitiva – ragiona il dottor Parodi - e il corpo viene fatto fuori, mentre in classe restano inchiavardati ai banchi ad ascoltare adulti che parlano di cose astratte. Devono fare così, punto e basta. Si assegnano compiti a casa persino ai bambini di sei anni che fanno il tempo pieno: dopo 8 ore di lavoro in classe gli si chiede altro impegno! Pure nei week end. È assurdo». 
Alla rete dei docenti a compiti zero hanno aderito circa 800 insegnanti, di ogni ordine e grado. E i loro alunni non sono caproni. 
Pare che siano mediamente anche più sereni. «I loro studenti non hanno problemi, anzi… Gli insegnanti dovrebbero imparare a non insegnare, ma ad essere maieutici, a far venir fuori le potenzialità degli allievi naturalmente», ricorda il dottot Parodi. 
«Le migliori evidenze scientifiche internazionali dimostrano che i compiti a casa non aiutano, ma comunque non devo essere io a dimostrare che sono inutili, ma sei tu che li assegni a dovermi dimostrare che servono».  

FELICI O “ISTRUITI” IN SERIE?
Tra gli studiosi che hanno attaccato il dogma dei compiti a casa, ci sono nomi importanti in àmbito pedagogico ed educativo: Harrys Cooper,  John Dewey, Etta Kralovec e John Buell, Granville Stanley Hall, fondatore tra l'altro della prima rivista di psicologia negli Usa nel 1887, l'American journal of psychology e dell'American psychological association. E ancora Philippe Meirieu e l'ex Ministro dell'istruzione Tullio De Mauro, padre di  uno dei più noti vocabolari della lingua italiana. 
«I compiti sono un supplizio che devono subire gli studenti italiani sin dalla tenera età: devono fare il triplo e quadruplo dei loro colleghi europei, con risultati inferiori, deludenti e inquietanti», insiste Parodi. 
In concreto? «Basta guardare la Finlandia: i loro studenti dal fondo in cui stavano negli anni ’60, sono passati al primo posto nella classifica mondiale dell'istruzione nel 2000. Come? Hanno eliminato i compiti a casa». 
Lo racconta Michael Moore nel documentario “Where to invade next”. 
Spiega una insegnante intervistata dal famoso regista: «Gli permettiamo di essere bambini». «Cerchiamo di insegnargli ad essere felici», aggiunge un prof di matematica nel film del premio Oscar. 
E noi? Ci è stato consentito questo? Rendersene conto, può aiutarci a districarci nel dilemma “compiti sì, compiti no”.



 


«Facciamo una ricerca in Italia»

«Non vogliamo allevare fannulloni, come scrive qualcuno. Si tratta invece di stimolare i bambini e i ragazzi secondo la loro natura. Non leggono più se stanno a fare i compiti anche dopo cena. Non hanno tempo di suonare uno strumento musicale o fare sport! Accompagniamoli ad essere curiosi, non a ripetere meccanicamente. Ma spesso i più ostili sono i genitori». A parlare è la dottoressa Annunziata Brandoni, preside in pensione, pedagogista e sostenitrice di “Basta Compiti!”. 
«Avevo approntato un progetto di ricerca per verificare se gli allievi senza compiti apprendono e rendono come quelli che fanno i compiti a casa. C'era pure qualche insegnante disposto ad aderire, ma avevano paura dei genitori che vogliono tanti compiti, perché i figli devono diventare ingegneri». Il progetto è rimasto sulla carta. Sarebbe un bel compito da svolgere per verificare alla prova dei fatti cose è meglio. 



 

L’ALLERTA DEL MINISTERO: NON LI CARICATE... ERA IL 1964

3 circolari degli anni ’60 (dimenticate) invitano a non sovraccaricare gli allievi

La rete “Basta Compiti!” fa leva anche sulla Carta internazionale dei diritti dell’infanzia, articolo 31: “Gli Stati membri riconoscono al fanciullo il diritto al riposo e al tempo libero, a dedicarsi al gioco e ad attività ricreative proprie della sua età”. Dal canto suo il Ministero della pubblica istruzione italiano, nel frattempo amputato dell'aggettivo “pubblica”, oltre mezzo secolo fa ha invitato a non esagerare. In tre circolari ai capi d’istituto sollecitava a lasciare il tempo di vivere agli alunni: nel 1964, la n. 62 sottolineava che “costringere i giovani ad aggiungere alle quattro o cinque ore di scuola altrettante, o anche più, ore di studio individuale a casa, oltre agli eventuali riflessi dannosi sotto il profilo igienico, contribuisce a determinare una preparazione lacunosa [...] e precaria”. Morale: “Ogni sovraccarico di compiti per casa è naturalmente escluso”. Invito ribadito nel 1965, con la circolare n. 431:  “Un sovraccarico degli impegni di studio o la concentrazione di essi in alcuni giorni nuocerebbe, infatti, sia alla salute dei giovani, sia al processo di maturazione culturale, che non può essere costretto in schemi innaturali”. 
A maggio 1969, con la circolare 177, il Ministero sottolinea l'importanza di lasciare tempo da dedicare “alla pratica degli sport, alle manifestazioni artistiche [...], attività tutte che quasi sempre si svolgono nelle giornate domenicali e in altri giorni festivi”. Negli anni 2000 vari Ministri dell'istruzione hanno invitato a ridurre il carico. 
Ma questi “compiti” chi di dovere non li fa. 

 

 

 


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