acquaesapone Mondo
Interviste Esclusive Viaggi Editoriale Inchieste Io Giornalista TV/Cinema A&S SPORT Zona Stabile Rubriche Libri Speciale Cannes

Haiti: Il chilometro della vergogna

Nella baraccopoli di Haiti per costruire un ospedale isnieme alla missione Belém

Gio 28 Mar 2019 | di Testo e foto di Fernando Muraca | Mondo
Foto di 16

Esistono gli angeli, li ho visti scivolare nelle strette strade di una favela. Li ho osservati sorridere con indulgenza prendendo una postura che solo l’amore sa conferire ai corpi. Quando si cammina nel mezzo di lamiere arrugginite che designano i perimetri delle case, se non ci sono angeli a sorriderti, l’unica prospettiva che puoi sognare è un pezzo di pane, un giaciglio meno umido e maleodorante. Se sei una bambina, un luogo che ti protegga da vili aggressioni, se sei una mamma, invece, preghi, perché almeno in Dio devi sperare per salvare i tuoi figli. Ci deve essere qualcuno lassù che ascolta queste invocazioni pronunciate ai lumi di candele, che rendono le baracche come la grotta di Betlemme. Ci deve essere, perché io questi angeli li ho visti con i miei occhi increduli, li ho seguiti con la macchina fotografica che quasi cadeva dalle mani, mentre guardavo i volti segnati da sofferenze che non dovrebbero esistere, soprattutto a sfregiare l’infanzia. 

Ho avuto la fortuna che queste persone mi concedessero la loro amicizia e mi accompagnassero a conoscere i fratelli che hanno scelto di abbracciare, donando loro la vita affinché potessero trovare sollievo e iniziassero a progettare un futuro che vada oltre le strette necessità, un domani dove igiene, istruzione e autodeterminazione possano essere conquistate.

Hanno fondato  la Missione Belém, che si chiama così in onore di quella grotta in cui 2.000 anni fa un Dio che era stato annunciato e venerato dai Profeti trovò la sua prima casa, per dire al mondo che il valore, la dignità, non risiedono in ciò che possediamo, ma nella relazione. Un uomo, una donna poco più che adolescente, un bambino. Un gruppo di pastori, i poveri di allora, a dare il benvenuto al mondo all’atteso Messia. Anche nel racconto biblico nessuno diede senso e valore a ciò che accadeva. Come oggi. Haiti sembra non esistere. Haiti, come tutti i posti poveri della Terra dove milioni di persone aspettano un sorriso, una mano tesa, un abbraccio.

UN CHILOMETRO DI LAMIERE
Waf Jeremie è una bidonville lunga un chilometro, le cui baracche arrivano a lambire l’oceano della grande isola dell’arcipelago caraibico. Un’isola che speculazione e violenza hanno diviso a metà. La Repubblica Domenicana, lussureggiante e ingolfata di resort, dove l’occidente trova ristoro, e Haiti, una terra quasi desertificata, dove milioni di uomini vivono come confinati ai margini dell’inferno.
Cinque anni fa,  mentre la coda del colera frustava una popolazione stremata, appena uscita da un devastante terremoto che non aveva lasciato in piedi quasi niente, ho avuto un primo incontro con questa devastante realtà. Giampietro, il fondatore della Missione, mi chiese di andare a filmare qualche immagine che potesse aiutare a raccogliere fondi per la costruzione delle scuole. La generosità di tante persone in Italia e in Brasile ha trasformato il suo sogno, in realtà. Le scuole ora ci sono e tantissimi bambini possono studiare, tirandosi fuori per tutto il giorno dal degrado in cui prima perennemente vivevano. 

CONDIVIDERE LA POVERTA'
Mentre scrivo queste notizie cronachistiche a me vengono in mente i volti di Cacilda, Renata, Vanessa, Robson... Giovani che stanno spendendo i migliori anni della loro vita per consentire a tutti coloro che nel mondo vogliono aiutare a far sì che questo aiuto non si trasformi in mero assistenzialismo, ma abbia i contorni tipici della famiglia. Una famiglia per chi non ha famiglia. Queste care persone non sono supereroi, sono afflitte come tutti noi dalla paura, anche in loro si fa strada il dubbio, il desiderio di avere un giaciglio più comodo di quello che si sono scelti in mezzo alle baracche, poveri fra i poveri. Si sono abbassati non per disprezzare i benefici normali che si possono avere nell’esistenza, ma per guardare chi soffre negli occhi, per condividere la loro condizione, viatico privilegiato, affinché chi è nel bisogno ritrovi la sua dignità senza sentirsi inferiore, in obbligo perpetuo. Questo percorso fatto d’un amore folle e disinteressato è la descrizione esatta della tenerezza, la rappresenta fuori dal circolo delle speculazioni intellettuali, la esprime nella sua essenza più pura.
Ne ho potuto riscontrare gli effetti su un ragazzo di 15 anni che chiamerò Jefferson (per concedergli il dovuto anonimato). Quando aveva 8 anni, rimasto senza genitori, approdò nella baracca della zia. Mi ha raccontato che il suo futuro era senza speranza. Un giorno, attaccato al cancello che protegge il centro di accoglienza della Missione Belém, vide passare Renata, una delle missionarie e dalla gola gli uscì un richiamo in creolo, la lingua haitiana che è una mistura di antichi dialetti africani con il francese. Renata fu colpita al cuore da quella vocina, si fermò e gli andò incontro. Con quel suo sorriso semplice gli rispose nella sua lingua. Jefferson rimase stupito che un bianco potesse parlare come lui così bene. Le disse che voleva studiare, le chiese se poteva entrare anche lui… I missionari all’epoca ospitavano 400 bambini, il massimo che potevano. Ma come si può dire di no agli occhi imploranti di un bimbo che ti chiede di studiare? Senza riflettere troppo, la mano della giovane missionaria aprì il varco sufficiente a farlo passare e accoglierlo in un abbraccio. Quel varco non si è più chiuso e adesso i bambini sono diventati 1.800. Irragionevolmente tanti, perché per sostenerne gli studi e l’accoglienza occorrono circa 75.000 dollari al mese. Risorse che ogni volta vanno messe insieme, sperando nelle donazioni che vengono da tutto il mondo in modo del tutto imprevedibile. Jefferson, dopo 7 anni di permanenza nel centro, è approdato agli studi liceali ed è un ragazzo sensibile che ha sviluppato una coscienza di sé notevole. Forse sarà uno di quelli che darà un contributo importante alla rinascita del suo Paese. Haiti può sperare, perché persone come lui hanno avuto una opportunità nella vita. Qualcuno che, con semplicità, ha risposto alle sue domande, accogliendolo in un abbraccio che gli ha consentito di sognare un futuro migliore.

UN PONTE FRA L’ITALIA E WAF JEREMIE
Questa volta, a differenza di cinque anni fa,  non sono partito da solo a fare i filmati necessari, mi sono cercato dei compagni di viaggio disposti, nella gratuità, a ripercorrere insieme a me la strada verso Waf Jeremie. Marta e Luca, due giovani filmakers, hanno accettato con entusiasmo di mettere a disposizione i loro talenti per realizzare un nuovo documentario, perché adesso, dopo le scuole, occorre con urgenza edificare un ospedale. Viaggiare con loro e camminare insieme nelle viuzze della favela è stata per me una delle esperienze più significative della vita. I giovani hanno uno spirito profetico, sono coraggiosi, non hanno peli sulla lingua. A causa della loro feconda intransigenza lo sguardo è diventato meno frettoloso, attento ai dettagli. Le relazioni con le persone che incontravamo più profonde. Così, piano piano, mi sono ritirato e ho potuto lasciare a loro l’iniziativa e la direzione delle interviste. Nello stesso tempo un altro gruppo di giovani italiani, in varie città, hanno deciso di occuparsi della gestione di un profilo Instagram, attraverso il quale abbiamo raccontato, i momenti salienti del nostro viaggio. Nel giro di pochi giorni 1.500 persone hanno preso a seguire le nostre attività ad Haiti e si è creato come un ponte fra l’Italia e Waf Jeremie. Una strada che si poteva percorrere emotivamente nelle due direzioni e che ha generato, in un gruppo di studenti del policlinico Gemelli, il desiderio di chiedere ai loro professori di occuparsi della progettazione degli spazi del futuro ospedale. Tutto questo mi sembra un miracolo…

DIECI ANNI FA: L’INIZIO DI TUTTO
I pensieri corrono a un giorno di 10 anni fa, quando ho incontrato per la prima volta in Brasile Giampietro e Cacilda,  che hanno iniziato per primi la Missione Belem, alle giornate passate insieme sotto i ponti della metropoli di San Paolo, dove il mio punto di vista sul mondo è cambiato, mentre loro mi lasciavano avvicinare per intervistarli i “meninos de rua”, bambini che vivono sulla strada. L’ultimo giorno, prima di partire, mi sono appartato con Giampietro e in una stanzetta e facemmo un patto. 
Da quel momento lui prometteva di offrire spiritualmente la sua vita coi poveri per la mia azione nel mondo della cultura. 
Io gli promettevo che nella mia attività artistica non avrei dimenticato di raccontare con i miei lavori che esistono i poveri. 
Tutte le cose che ho raccontato sono nate lì, in quel patto fatto col cuore e senza un progetto preciso. In una relazione vera. Un missionario e un regista, uomo accanto a uomo, a sognare un mondo diverso. 
Un patto che si è dimostrato fecondo e che ha favorito la costruzione di scuole e speranza, cose che possono fare la differenza nelle storie di tanti. 
Questo modo un po’ singolare di interpretare un incontro ai margini delle periferie esistenziali è una proposta anche per altri. 
C’è uno spazio da colmare fra i popoli, non dobbiamo dimenticare che nessuno di noi decide il posto in cui nascere. Facciamo tutti parte della famiglia umana. Basta una semplice osservazione a ricordarlo: ogni anno il popolo haitiano riversa nelle acque dell’oceano i rifiuti che produce e i liquami del suo rudimentale sistema fognario senza alcun trattamento o depurazione. 
A poca distanza i pescherecci gettano le loro reti che issano nelle stive il pesce che arriva sulle nostre tavole e di cui ci cibiamo. 
Che lo vogliamo o no siamo interdipendenti. La Terra appartiene a tutti anche se frontiere e confini ci separano dandoci l’illusione di proteggere i più fortunati.  
Verrà un giorno, ed è già questo, in cui vedremo gli effetti devastanti di questo squilibrio. Dobbiamo imparare a  guardare in modo diverso la natura, le risorse che essa offre, la convivenza sul pianeta.           

Perché ti ho visto
Andando al sito www.gofundme.com cercate il progetto “Perché ti ho visto”. Con una donazione potrete aiutare il completamento del documentario necessario a promuovere la raccolta fondi per la costruzione dell’ospedale ad Haiti.
 

Condividi su:
Galleria Immagini