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PERIFERIE

Da Napoli a Milano, un viaggio tra chi prova a ridare luce all’emarginazione, che sempre pił penetra il cuore delle cittą

Mar 30 Apr 2019 | di Angela Iantosca | Attualitą
Foto di 30

Una periferia è un luogo reale, un’idea, un’immagine, uno stato dell’essere. Siamo noi stessi, periferie a volte delle nostre vite... In questi luoghi le luci del centro faticano ad arrivare, i problemi assumono contorni più grigi e le difficoltà sono più complesse che altrove. Qui è difficile immaginare qualcosa di diverso da ciò che si vive, qui non si può far altro che sopravvivere. 

Sono luoghi lontani dal centro, ma anche nel cuore della città, a pochi passi dal benessere che si gira dall’altra parte. Eppure c’è qualcuno che a queste periferie rivolge sguardi e attenzioni, ponendoli al centro della propria esistenza. Sono volontari, medici, associazioni, fondazioni che ogni giorno provano a ridare luce a luoghi che troppo spesso vogliamo tenere nell’ombra.                                                              


 

Qui vogliamo i ragazzi con la cioccolata in testa…

Forcella, una periferia nel cuore di Napoli, che è tornata a vivere grazie al padre di Annalisa Durante


Angela Iantosca


Le macchine si fermano con il verde al passaggio di pedoni indisciplinati. Voci si rincorrono. Sonorità. Musica di un Sud che riconosco. Frasi sussurrate. Napoli è lì con le sue contraddizione, la sua ferita sempre aperta, la povertà a volte ostinata e quel flusso che ti prende e trascina. Le strade in via di ri-costruzione, i lavori in corso e gli odori che arrivano prepotenti dai locali che si aprono alla strada. Lascio la stazione, proseguo per piazza Garibaldi, supero Porta Capuana e mi dirigo verso via Duomo. Dieci minuti a piedi o poco più. E poi eccolo sulla destra quel murales che è la copertina di accesso al quartiere Forcella: il San Gennaro di Jorit, così umano e a cui spesso si è tentato di dare altre identità. Un caffè zuccherato preso al volo in un bar all’angolo e poi poco più avanti, sulla destra, in via Vicaria Vecchia 23, l’Associazione Annalisa Durante, uno spazio aperto a tutti, gratuito, che è diventato un polmone in un quartiere fin a pochi anni fa inaccessibile. Grazie ad Annalisa e a suo padre Giovanni. Che è lì che mi aspetta.
«Qui a Forcella c’erano persone particolari. Era un quartiere chiuso. I turisti non venivano. La scuola anche era chiusa. Lo spazio nel quale abbiamo creato l’Associazione era abbandonato. Ma ora le cose sono cambiate. Il quartiere si è svegliato. Forse doveva capitare la morte di mia figlia… (Annalisa uccisa il 27 marzo 2004 in una sparatoria nel quartiere Forcella – ndr). Io mi sarei potuto chiudere in me stesso quindici anni fa. Ma ho deciso di reagire. Forse è lei che mi spinge. Lei era innamorata del quartiere, pensava tante cose. La sera parlavamo di tante cose. Parlava sempre del quartiere e mi chiedeva perché non poteva essere come piazza Plebiscito. E allora ho deciso di reagire e di fare». 
Così è nata l’Associazione.
«Dopo qualche anno dalla morte di Annalisa ho fatto una proposta a Bassolino e alla Jervolino per aiutarmi ad aprire questo spazio. Era un vecchio cinema e apparteneva ad un privato, ormai chiuso da 28 anni. Mi hanno sostenuto nella ristrutturazione ed ora è un luogo aperto a tutti, dove si fa teatro, si proiettano film, cartoni animati, dove ogni giorno si organizzano eventi, presentazioni di libri e dove è nata una biblioteca. Abbiamo circa settemila libri. La gente mi manda libri e chi vuole li prende e li legge. Abbiamo anche fatto riaprire la scuola, nella quale negli anni Ottanta dormivano i terremotati e che oggi ospita circa 300 bambini. Posso dire che per me questa è una battaglia già vinta, perché sto frequentando tante persone, la gente viene e finalmente ha un luogo nel quale incontrarsi, fare qualcosa, imparare, crescere. Chi viene non paga niente. E in questo spazio convivono altre 12 associazioni. Cosa significa questo? Che anche altri hanno cacciato fuori il coraggio di fare qualcosa per il quartiere. Qui c’era un silenzio totale e ci si nascondeva. Ora stiamo cominciando a volare».
Il sabato si proiettano cartoni animati per 50 bambini, si fa musica gratuitamente, grazie agli strumenti che sono stati donati, si organizzano incontri, presentazioni di libri, ma c’è sempre bisogno di un sostegno.
«Noi abbiamo bisogno di tutto. Di strumenti. Soldi no… o meglio, se qualcuno vuole donare soldi ci servono per i ragazzi. Ma la cosa importante è che puntiamo tutto sulla cultura e la lettura. Per questo organizziamo anche il book cross. Abbiamo talmente tanti libri nella biblioteca che abbiamo deciso di far circolare quelli che abbiamo in più. Li lasciamo nelle stazioni, in metro, nei locali, nelle pizzerie. Se lo trovi, lo leggi e poi lo fai circolare. C’è sopra una scritta che chiede anche di donare altri libri. In più abbiamo aperto delle piccole biblioteche intitolate ad Annalisa negli ospedali: a Santa Lucia e anche al Monaldi. E ora abbiamo in mente di fare la stessa cosa a Poggioreale. I detenuti non si devono abbandonare. Hanno sbagliato, certamente, ma bisogna dargli una seconda possibilità. Ho parlato con il prete e lui mi ha capito. Le stanze ci sono. Ci sono tanti detenuti che hanno lavorato quando stavano fuori e che poi hanno sbagliato… loro potrebbero pitturare lo stabile con tutti i colori che esistono. Perché i colori gli farebbero bene, gli darebbero aria e gli potrebbero far capire che fuori puoi vivere a colori. E a noi interessano più loro che i ragazzi buoni. Qui da noi, in Associazione, devono entrare più i ragazzi con la cioccolata in testa che altri… e qui quelli con la cioccolata sono 28». 
Quanto è importante tutto questo per il quartiere?
«Quando ho aperto la biblioteca mi hanno detto: “Una biblioteca a Forcella?”. Non veniva nessuno all’inizio, ora vengono in tanti. E uno dei primi a leggere sono stato io… avevo una piccola bancarella come tutti, ma da quando sto qua sto riuscendo a leggere anche io. Sono tutti contenti e dicono che dobbiamo continuare. La gente vuole passeggiare qui e noi vogliamo far camminare la gente del quartiere e anche la gente fuori. Qui negli anni Settanta trovavi tutto, dalle sigarette di contrabbando a qualsiasi cosa, che in altri posti non trovavi. Era un mercatino… ma libri no. Ognuno pensava alle cose sue. Ora è tutto diverso. C’è un po’ più di ossigeno».
E lo sport?
«Stiamo provando a trovare un campetto… Pino Perna, presidente dell’Associazione, lo dice sempre: «Appena facciamo qualcosa a Giannino ne viene in mente un’altra!». Ma è così che dobbiamo fare...». 
Vengono a dirle grazie?
«Loro vengono a dire: «Quando cominciamo a fare qualcosa?». Questo è il loro grazie!».      


ANNALISA DURANTE
Il 27 marzo del 2004, a Forcella, Annalisa Durante, di quattordici anni, viene uccisa ‘per sbaglio’ durante una sparatoria tra bande rivali nel controllo del territorio. 


ZONA NTL: NON A TRAFFICO LIMITATO
NTL è il termine ideato dall’Associazione Annalisa Durante: una ZONA Non a Traffico Limitato, dove transitare liberamente ed immergersi in un tessuto urbano dalle mille caratteristiche, per consentire di conoscere e percorrere i numerosi luoghi della “carità” e della “giustizia” che si snodano lungo un percorso dove coesistono usi e costumi, basati su commistioni di solidarietà ed egoismi, legalità ed illegalità, che si intrecciano al punto da renderne spesso difficile tracciarne i confini. 
La Biblioteca Annalisa Durante, il Teatro Trianon Viviani, S. Maria Egiziaca, la Ruota degli Esposti, Castel Capuano, la Sala del Lazzaretto, il Pio Monte della Misericordia, i luoghi di San Gennaro, sono solo alcune delle testimonianze culturali e sociali che rendono originale ed imperdibile la visita di questa zona. 
La “Biblioteca a porte aperte Annalisa Durante” è il punto di partenza del percorso completo proposto dall’app “Zona NTL”, scaricabile gratuitamente da APP Store (Sistema iOS) e Play Store (Sistema Android), che propone i monumenti da visitare e i percorsi da realizzare, consentendo di programmare per tempo una visita “fai da te” o di realizzarla sul momento, pubblicando foto e commenti all’interno della community (Info: 338/8408138 e 339/1533960).

 


L’unico patrimonio che abbiamo sono le persone

Padre Marcello: “Non guardiamo solo alle emergenze, ma a tutti gli abitanti”

Emanuele Tirelli

«L’unico patrimonio che abbiamo sono le persone. Altrove vengono considerate un limite, da noi sono una risorsa. E la nostra forza è che siamo in tanti».
Periferia di Napoli, quasi periferia della periferia, nella frazione di Arpino del Comune di Casoria, al confine con San Pietro a Patierno, Ponticelli e Poggioreale, appartenenti a tre municipalità diverse del Comune di Napoli. Sulla stessa strada, basta passare al numero civico successivo per doversi confrontare con un interlocutore istituzionale diverso. Qui c’è la parrocchia di Maria Santissima Delle Grazie al Purgatorio, dove don Marcello Bello è prete dal 1996, ma prosegue un percorso iniziato già sette anni prima dai suoi due predecessori. 
«La parrocchia è diventata un punto di riferimento per i cittadini. E dalla parrocchia sono nate associazioni e cooperative che guardano continuamente ai bisogni del territorio, che coinvolgono giovani, genitori, che si occupano di dispersione scolastica, povertà e tossicodipendenza. E che hanno creato anche dei posti di lavoro».

Avete iniziato con una Casa famiglia e con un centro diurno per tossicodipendenti. Poi?
«Sì, prima di me. Poi è nata la cooperativa “Millepiedi” per l’educazione e la formazione dei giovani e di tutte le fasce più disagiate. Lo stesso “Gulliver”, il centro per i tossicodipendenti, ha iniziato ad acquisire competenze, a dialogare con le istituzioni, a muoversi da solo, e ha creato un’altra cooperativa che si occupa del momento successivo alla fine del percorso, per evitare la ricaduta nella condizione precedente. Dal 2001, “Un fiore per la vita” cura la formazione e l’inserimento lavorativo e si è spostato in una parte dell’ex Manicomio di Aversa, dando vita alla Fattoria Sociale Fuori di Zucca. Sono rami che si ampliano sempre di più, incontrando altre realtà impegnate nelle stesse dinamiche».

Com’è cambiata l’attenzione nei confronti della povertà?
«Semplicemente guardando cosa accadeva. Ci siamo resi conto che la crisi economica aveva portato i cosiddetti “nuovi poveri”, persone che avevano sempre avuto uno stipendio e che all’improvviso si sono ritrovate a non riuscire ad arrivare a fine mese. Così, nel 2012, è nato l’Emporio della solidarietà, al quale si accede per fare la spesa gratis con una tessera a punti, calcolati in base alle necessità. Non si tratta di assistenzialismo. È invece un aiuto, perché il nostro centro di ascolto parrocchiale cerca sempre di comprendere problematiche ed esigenze, aiutando le persone a uscire dal momento di crisi. Nel frattempo, però, l’Emporio dà una mano a 100 famiglie, grazie alle collette alimentari ed a una serie di accordi che cerchiamo di stringere sempre di più con la grande distribuzione, nell’ottica del contrasto allo spreco alimentare».

Avete a che fare anche con microcriminalità, dispersione scolastica…
«Con tutto, tutti i giorni. Non perdiamo mai di vista il rapporto con i ragazzi e con i genitori. Oggi è faticosissimo educare i figli e noi cerchiamo di fornire alcuni strumenti per il rapporto genitori-figli, senza dimenticare l’utilizzo dei social network e di tutti i nuovi mezzi di comunicazione. Non possiamo fare finta che la società non cambi. E non vogliamo nemmeno essere concentrati esclusivamente sulle emergenze, col rischio di dimenticare tutto quello che emergenza non è. Ecco perché i nostri spazi aggregativi e il nostro campo sportivo sono per i ragazzi che giocano in strada, ma pure per gli universitari e per tutti gli abitanti. Non vogliamo spaccature, non bisogna alimentare le distanze. Viviamo tutti nella stessa società».

Le vostre attività hanno bisogno di una sostenibilità economica?
«L’associazione “Gocce di rugiada” che gestisce l’Emporio si sta occupando di un percorso di formazione all’agricoltura biologica a km0, che oggi può essere una buona occasione lavorativa per il futuro. In generale, abbiamo molti volontari, ma nella maggior parte dei casi è il lavoro di chi ha studiato, ha acquisito competenze ed è giusto che la professionalità e il tempo vengano riconosciuti. Prendiamo finanziamenti dalle istituzioni e partecipiamo continuamente ai bandi per dare vita ai progetti. E facciamo affidamento sulla carità. Purtroppo, ci scontriamo spesso con lo scarso investimento che le istituzioni fanno sugli esseri umani. La casa famiglia che avevamo, l’abbiamo chiusa prima che implodesse, perché i pagamenti del Comune di Napoli non ci permettevano di sostenere gli operatori che ci lavoravano tutti i giorni».

E dov’è la religione in tutto questo? 
«Ireneo di Lione diceva che “la gloria di Dio è l’uomo vivente”. Quella cristiana dovrebbe essere innanzitutto una fede, che va oltre un assetto di regole al quale conformarsi. Quando educhi l’uomo ad essere pienamente uomo, gli stai aprendo le porte per riconoscersi anche figlio di Dio, che d’altronde si è fatto uomo. E, nell’umanità, la dignità deve essere sempre difesa, riscattata e valorizzata. Ecco dove si trova la fede in tutto quello che facciamo».        

 


Accademia popolare dell’antimafia

Si riparte da Cinecittà e da una scuola con un progetto unico in Italia

Angela Iantosca

Quando il giornalismo non è un gesto estetico ed esteriore, quando non è ricerca di riflettori, quando è racconto di una notizia e non di se stessi, è probabile che il giornalista, prima di tutto persona, decida di dare senso e forma a ciò che dice attraverso un impegno concreto e quotidiano che potrebbe oscurare, agli occhi degli altri, il suo valore, ma che, in realtà ne esalta le convinzioni e ne fortifica il senso. È quello che fa da sempre Danilo Chirico, penna brillante del giornalismo italiano, ma anche autore tv e scrittore, che ha deciso ancor di più di trovare un equilibrio tra il dire e il fare, mettendosi in gioco in prima persona in un luogo di periferia per molti difficile o impenetrabile con il supporto di daSud, di cui è presidente, e di una squadra di ragazzi che, come lui, crede nel cambiamento e che per questo ha dato vita all’Accademia Popolare dell’Antimafia e dei Diritti. 
«L’Accademia nasce tre anni fa, quando decidiamo di mettere a sistema le linee messe in campo negli ultimi dodici anni e cioè comunicazione, formazione, educazione, sensibilizzazione, ricerca. Eravamo arrivati a un bivio: ridimensionare il nostro impegno associativo oppure rilanciare mettendo le mani nelle cose di cui avevamo parlato in tutti quegli anni e costruire un progetto di residenzialità. Questa occasione si è presentata nell’Istituto Enzo Ferrari (in via Contardo Ferrini, 83 - ndr): era una scuola che stava perdendo iscritti e identità. Volevamo lavorare su questa periferia e questa scuola aveva le caratteristiche che cercavamo. Abbiamo trovato uno spazio abbandonato, un quartiere sul quale insistono la camorra romana, i Casamonica, la droga. Per questo, con la dirigente scolastica, abbiamo pensato ad una serie di step per costruire un percorso educativo oltre che di riappropriazione di queste aule e aree vuote».
È così che sono nate la Biblioteca, il teatro, il cinema, luoghi di incontro e scambio.   
«Tutte le settimane andiamo in classe e facciamo incontri sui diritti, la Costituzione, le mafie, sulle dinamiche di gruppo. Ci sono classi complicate sulle quali si può fare un lavoro molto interessante, ma nello stesso tempo siamo anche uno strumento per aprire la scuola al territorio con l’idea è di restituire il bene comune alla collettività». 
Come accade con la Biblioteca.
«Era chiusa da più di dieci anni. L’ultimo libro era stato comprato 16 anni fa. Ci siamo intestarditi e abbiamo deciso di restituirla agli studenti. Abbiamo costruito una porta verso l’esterno, in modo da renderla autonoma dalla scuola. E abbiamo stipulato un accordo con la Città metropolitana. L’anno scorso, poi, abbiamo dato vita al teatro e ora al cinema grazie all’ottimo rapporto che abbiamo con il vicino Centro Sperimentale Cinematografico che ci permette di fare cinema tutte le settimane, gratuitamente, quattro volte a settimana, per tutti».
Un progetto il vostro unico in Italia. 
«Il nostro progetto non esiste altrove, non esiste un modello a cui ispirarci, stiamo costruendo una cosa che non c'è e lo facciamo pezzo per pezzo. è un progetto vero, senza paracadute, non conosciamo il punto di caduta per questo ci siamo presi il rischio che possa fallire. Siamo però determinati e convinti che riuscirà. È un progetto che ha bisogno di grande immaginazione. E il metodo che stiamo applicando è quello di procedere per strappi, perché abbiamo capito di dover rompere un po’ di resistenze del mondo associativo e dei cittadini. Noi stiamo provando a sistematizzare un po’ di cose in un progetto che ha la base in una scuola di periferia, in un territorio complicato e pieno di contraddizioni: vicino abbiamo un quartiere molto ricco, che è l’Appio Claudio, ma siamo dentro un quartiere popolare con un grande disagio e molta criminalità, basti pensare alla presenza di spacciatori fuori dalle scuole medie che più volte ci è stata segnalata…».
Come è cambiata la situazione in questi tre anni?
«Noi vogliamo parlare al quartiere, ma anche alla città. E la cosa straordinaria è che, da quando siamo arrivati, questa scuola ha visto crescere il numero degli iscritti, ha avuto un’alta visibilità e molta gente arriva, sapendo cosa succede qui dentro. Ed è straordinario vedere questo posto trasformato. Straordinario e complesso, perché questo progetto avrebbe bisogno di molti più soldi di quanti riusciamo a raccogliere e dovrebbe essere un modello - almeno per verificarne gli effetti -  preso in considerazione dalle Istituzioni. Alcuni pezzi delle Istituzioni partecipano, altri sono totalmente indifferenti, cosa alla quale siamo abbastanza abituati. Sicuramente la credibilità che abbiamo costruito in questi anni ci ha consentito di sottoscrivere un protocollo con il Ministero dell'Istruzione in cui condividere la sperimentazione di AP.
Molte istituzioni, invece, che sono avulse dalla realtà, non riconoscono sempre la forza dei progetti veri. Costruiscono il loro misuratore di consenso su altre basi. Questo è il vero problema, la vera riforma del terzo settore».
Chi fa parte della squadra?
«Ci sono sette persone di daSud, più alcune persone delle realtà che lavorano con noi in modo più continuativo, che sono otto. Nessuna delle persone che sta dentro questo progetto vive di solo questo progetto, cosa che è una forza e una debolezza: la forza è nella libertà che ti permette di dire sì o no. La debolezza è che, dovendo molte persone fare tante cose per vivere, ci impedisce di stare di più qui, con più tranquillità. Lo sforzo di questi anni è provare a strutturare questa cosa facendo una programmazione più a lungo termine che permette di stare più tranquilli con una prospettiva più ampia. Inoltre, altro tema di cui si dovrebbe discutere è quello dei finanziamenti. Quasi nessuna Fondazione o Istituzione finanzia la struttura, ma si finanziano le attività. Quindi, quandi hai una struttura da sistemare, fai attività e struttura con i soldi dell’attività: questo è un vero impedimento e questa dovrebbe essere la riforma del terzo settore».
Qual è l’idea alla base del progetto? 
«L’idea e il tentativo è di restituire normalità e anche provare a ribaltare il senso di dove accadono le cose. Qui devono accadere cose che non accadono altrove. Per vedere una cosa bella non si deve andare per forza lontano, a Roma nord o in centro. Quando abbiamo inaugurato il cinema con Verdone è stato bello vedersi riconoscere che si stava creando qualcosa di importante. Speriamo di costruire qualcosa che abbia la costanza di sedimentare con picchi di bellezza!».
Un lavoro questo al quale se ne unisce un altro di radicamento teorico.
«Siamo un’associazione che ha un punto di vista sulla società e che prova a mettere in rete tutto questo…».
Cosa vi arriva dai ragazzi? 
«Ci parlano di situazioni di disagio, mostrano sfiducia nel futuro, nelle istituzioni e nella scuola. Faticano ad immaginarsi di fare cose banali. E poi vengono fuori disagi più preoccupanti, ludopatie molto pesanti, ma che emergono quando trovano gli interlocutori giusti. Noi non vogliamo salvare nessuno, ma abbiamo l’ambizione di far sorgere in loro le domande giuste, far scoprire che ci sono opportunità. E questo sta cominciando a succedere, perché si interrogano sulle contraddizioni: “Io mi sento una persona per bene, ma il mio miglior amico è spacciatore, che faccio? Perché dovrei denunciarlo?”... Quando fanno le domande giuste, quando cominciano a immaginare una dimensione, a parlare in radio… Sono piccoli segnali che ci fanno pensare che stiamo andando nella direzione giusta».  


TEMPO DI “UNDER”
Torna il Festival Under: 10 scrittori under 35 si confronteranno con il pubblico dal 20 al 24 maggio. 
Info: via Contardo Ferrini, 83, Roma - 
www.apaccademia.it - 393.9055343 - info@apaccademia.it

 


“Oltre i margini”, un progetto per le periferie 

Milano

Emanuele Tirelli

Prima una lettera. E da lì il progetto. Le parole, nel 2014, le ha scritte don Paolo Steffano, parroco della chiesa di Sant’Arialdo nel quartiere Gorizia a Baranzate, periferia di Milano. Don Paolo ha inviato alcune righe alla Fondazione Bracco per chiedere sostegno in una comunità con 72 etnie diverse e il 33% di migranti residenti. «Nel quartiere Gorizia – dice Diana Bracco, presidente della fondazione, dove vive il 70% dei migranti di Baranzate -, l’associazione La Rotonda, creata da Don Paolo, si impegnava per rispondere alle esigenze di un difficile territorio di periferia. Da quella lettera, nel 2016, è nato il nostro progetto “Oltre i margini”. Questo perché le periferie, in aree di marginalità e di difficoltà, non possono essere lasciate sole. Inoltre, quanto più un territorio riesce a ridurre le disuguaglianze, assicurando una buona qualità della vita, tanto più diventa competitivo».
I vostri punti sono il lavoro, la tutela della salute delle persone ai margini e il contrasto alla povertà educativa. Come vi siete mossi?
«Abbiamo creato la sartoria sociale “Fiore all’Occhiello”, perché crediamo che il lavoro sia necessario per l’inclusione sociale. Mentre le iniziative in campo sanitario hanno trovato il contributo dell’Ospedale Sacco e del Centro Diagnostico Italiano del Gruppo Bracco, una struttura sanitaria poliambulatoriale con sede centrale a Milano e con altre 22 città e nella regione, per servizi di analisi, prevenzione, diagnosi, riabilitazione e terapia personalizzata. In questo caso, con il progetto, garantiamo il servizio pediatrico e i test gratuiti dell’HPV (Papilloma virus) per le donne, ma anche quello di ginecologia nel rispetto delle culture di appartenenza, e lavoriamo sulla prevenzione. E poi abbiamo investito ne “Lo spazio InOltre”, un capannone in ristrutturazione che diventerà un luogo di inclusione e cura, una risorsa per fare un centro nella periferia».
E qual è stato l’impatto di “Oltre i margini”?
«Fino ad ora ha coinvolto più di duemila beneficiari, con ottime possibilità di crescita e con la promozione di strumenti e metodi d’integrazione che possano essere di ispirazione ad altri territori. Abbiamo commissionato anche uno studio per toccare con mano che, con queste iniziative, si ottengono risultati concreti. Il report ci dice che a Baranzate ci sono più salute, più guadagno (sia per le persone che, come Irpef, per lo Stato) e più integrazione. La lezione che ci viene data è semplice: se si agisce in modo preventivo o inclusivo, si ottengono sia il ritorno umano che quello economico».
Bracco ha la sua sede storica nel quartiere Lambrate, che negli ultimi anni sta vivendo una grande trasformazione.
«“Oltre i Margini” si inserisce nel solco più ampio del nostro impegno sociale a favore delle comunità. A Lambrate e nei Comuni di Ceriano e Cesano, dove c’è il nostro nuovo stabilimento, abbiamo dato vita con le istituzioni locali a tre centri psico-pedagogici, degli spazi gratuiti di supporto alle famiglie, ai bambini e agli adolescenti. E, sempre a Lambrate, portiamo avanti la Filiera della Solidarietà, un’iniziativa organizzata insieme a La Ronda della Carità e al Banco Alimentare della Lombardia, con l’obiettivo di creare una rete di supporto per chi vive senza fissa dimora o in grave emarginazione. È un lavoro che viene fatto tutte le sere».             


 


Ci sono luoghi nei non luoghi           

L'antropologo Marc Augé, teorico dei non luoghi, ci spiega lo spazio e le periferie       

Nadia Afragola 

Marc Augé è uno dei grandi antropologi del nostro tempo. “Parla difficile”, per la maggior parte di noi, non dà risposte teologiche o caritatevoli, ma da antropologo e cerca di dare un senso altro alla mondializzazione dei nostri giorni, studiando i nuovi paradigmi culturali e l'espansione irrefrenabile delle città. In queste settimane è uscito in Italia il suo ultimo libro, “Chi è dunque l'altro?”, tradotto da Raffaello Cortina Editore. 
Lo abbiamo incontrato a Milano in occasione della settimana del design, in casa Faram 1957. Sotto i riflettori la complessità dell’abitare il luogo di lavoro contemporaneo, indagando il rapporto fra uomo, tecnologia e lavoro, partendo dal tema della proprietà identitaria e relazionale degli spazi.  
La presentazione che Marc Augè fa di sé e del suo intervento è riassunta in una frase del suo libro: “Piuttosto che pretendere di fornire delle risposte, mi accontenterò di precisare, per così dire, delle incertezze”. 
Chi è Marc Augé?
«Spetta a lei dirlo! La risposta a questa domanda dirà tanto su colei che la pone quanto su colui che cerca di rispondere».
Lei è il teorico dei non luoghi. Ci spiega il suo punto di vista?
«Un luogo per l'antropologia è uno spazio sul quale si può leggere qualcosa dell'organizzazione sociale, della sua storia, di tutto ciò che fa in senso sociale. I non luoghi sono spazi su cui questa lettura non è possibile: ad esempio gli spazi della circolazione (aeroporti), del consumo (supermercati) e della comunicazione (televisione, computer, social network). Detto questo, tutto dipende dall’uso che viene fatto dello spazio: ci sono luoghi nei non luoghi e viceversa. I luoghi possono essere spazi in cui la libertà individuale non può esprimersi. E i non luoghi sono spazi in cui un incontro è sempre possibile. Con la globalizzazione e lo sviluppo dei media, si può affermare che i non luoghi sono il contesto di ogni possibile luogo».
La società contemporanea metropolitana perché crea sempre più solitudine?
«Viviamo in un ambiente tecnologico così intenso che minaccia di sostituirsi all'ordine simbolico che controlla i rapporti tra gli esseri umani. Questo movimento spinge all'estremo la tendenza di qualsiasi gruppo culturale a dominare le relazioni tra gli individui. Lévi-Strauss ha sottolineato che è proprio quello che chiamiamo sano di mente che si aliena, dal momento che accetta di vivere in un mondo in cui solo le relazioni fra le persone sono prescritte. Il mondo degli schermi e del digitale è alienante in questo senso ed è attraverso l'educazione degli individui che possiamo resistere alla sua influenza/presa/potere».
L’evoluzione dei mezzi di comunicazione di oggi come si può addomesticare, educare in modo che risulti essere a favore delle relazioni umane?
«I media promuovono l'ubiquità e l'istantaneità danneggiando le relazioni che hanno bisogno della materia prima del simbolico: il tempo e lo spazio. Uno dei compiti principali dell'educazione è ricordare che i media sono dei mezzi al servizio degli uomini».
Si dibatte molto sul rapporto fra centro e periferie. Crede abbia ancora senso parlarne in questi termini? 
«Nelle metropoli di oggi le periferie penetrano nella città e le attività culturali della città si decentrano: premesse di una ricomposizione dello spazio sociale di cui la grande Parigi offre una prima immagine».
Siamo condannati a vivere in non luoghi iperconnessi, simulando che siano densi di relazioni o le città possono ancora essere attraversate da relazioni concrete?
«Passiamo il nostro tempo a cercare di creare luoghi e legami. Perché l'uomo è un animale simbolico».
I social network. Si stava meglio prima o è solo un problema di cultura?
«I social network praticano l'anonimato e “liberano” la parola a volte per il meglio e spesso per il peggio. La storia accelera, le grandi narrazioni sul futuro che hanno segnato l'arrivo della modernità sono già obsolete: nel mondo globalizzato, che cosa diventa l'altro?».
Come ci salviamo dagli schermi?
«Guardandoli con uno sguardo critico». 
Come sta realmente quando è in compagnia solo di se stesso?
«Non ci si annoia mai, quando si è solo con se stessi».
L’abitudine è sinonimo di noia o di piacere?
«C’è del piacere nell’abitudine».          


LA SOLITUDINE DEL NONLUOGO
Marc Augé, antropologo, etnologo, scrittore e filosofo francese ha introdotto il neologismo “nonluogo”, utilizzato per indicare tutti quegli spazi che hanno la prerogativa di non essere identitari, relazionali e storici. Si è focalizzzato su alcuni aspetti prioritari della società contemporanea metropolitana, quali il paradossale incremento della solitudine nonostante l'evoluzione dei mezzi di comunicazione e lo strano percorso relazionale dell'"io" e dell'"altro" immersi in un contesto europeo di fine millennio. 
 

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