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Paul bettany: Un family man… eroe

Ha dato un volto umano ad eroi e cattivi, dominando il box office e ispirando le nuove generazioni: Paul Bettany, però, non si monta la testa e mantiene un contegno british persino davanti alle folle in delirio

Mar 30 Apr 2019 | di Alessandra De Tommasi | Interviste Esclusive
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Neppure dall’alto dei suoi (quasi) due metri Paul Bettany riesce ad incutere soggezione o disagio. Ha lo sguardo dolce, i modi affabili e una risata piena di calore che illumina una stanza intera. Non usa trucchetti e non si dà arie da divo. Una volta, durante un incontro con gli altri Vendicatori, è riuscito persino a rubare la scena a Robert Downey Jr., al punto che l’attore si è dovuto inventare un cambio d’abiti in diretta davanti ai giornalisti per riappropriarsi dell’attenzione della stampa. 

Il carisma di Bettany, invece, non rivela nulla di costruito né alcun sforzo di manutenzione: è accessibile, a portata di mano e assolutamente naturale. Prima di conoscere qualcuno si presenta, s’informa sul tipo di giornata che ha passato e chiede la provenienza geografica, senza mai distogliere lo sguardo o distrarsi. Se servisse un’ulteriore conferma, l’anno scorso è arrivato al Festival di Cannes, dove ha dominato la scena alla presentazione di “Solo: A Star Wars Story” e subito dopo ha abbracciato gli studenti statunitensi dell’American Pavillion come se nulla fosse. Non ha cambiato registro né innalzato barriere e nessuno è riuscito a staccargli gli occhi di dosso per un solo istante. Attualmente si trova in sala con “Avengers: Endgame”, il capitolo finale dei paladini Marvel.

L’amore per l’arte gliel’ha trasmessa suo padre?
«Papà era un performer, ma anche tanto altro, ha fatto il marinaio e il ballerino oltre all’insegnante di recitazione, ma non pensavo di seguirne le orme, soprattutto perché lui non mi ha mai spinto a farlo. Certo, in qualche modo il mondo dello spettacolo mi sembrava accessibile, ma sapevo anche che con quel mestiere sarei rimasto povero in canna».

E invece…
«E invece eccomi qua, a vivere a New York dopo aver sposato quasi per sbaglio un’americana. Eppure mi ci sento a casa: la Grande Mela è caotica, selvaggia, ma anche piena di gente vera e questo mix per me funziona ormai da tempo. Chi l’avrebbe detto quindici anni fa che anche lontano dall’Europa avrei trovato il mio posto nel mondo? Non so se in futuro cambierò città, forse Lisbona o Parigi, ma ora mi sento di avere un’anima cosmopolita, quindi potrei anche non tornare affatto a vivere a Roma».

Neppure l’avvento di Trump le ha fatto venire voglia di tornare in Inghilterra?
«Il contrario: appena è stato eletto ho fatto richiesta di cittadinanza, non perché fossi fiero di lui, sia chiaro, ma perché vedevo la repubblica in pericolo e io, pur avendo sempre pagato le tasse negli Stati Uniti, non avevo mai votato. Ora mi sembra così stupido: il voto fa la differenza. Sei il leader del mondo libero? Bene, allora tutti hanno il diritto ad un’opinione».

L’incontro con sua moglie Jennifer Connelly le ha cambiato la vita eppure avete lavorato insieme poche volte. Come mai?
«Perché m’intimidisce dividere il set con lei, è l’attrice più preparata con cui abbia mai lavorato, al punto che dirigerla mi ha quasi ucciso. Mi svegliava alle tre di notte per dirmi: “Caro, ho avuto un’idea”. E io: “Non possiamo parlarne domani?”. È instancabile, il che mi ha salvato sul set, ma mi ha anche stremato. Con il senno di poi a volte abbiamo sbagliato a non lavorare insieme, ma l’abbiamo fatto per dare un equilibrio ai nostri figli. Nessuno può crescere i tuoi ragazzi al posto tuo».

La seguono sul set?
«Spesso vengono a trovarmi e ovviamente con gli Avengers mio figlio era al settimo cielo, in pratica in un parco giochi gigante, con i mostri e le navi spaziali».

La fama di far parte della famiglia Marvel l’ha resa più sicuro di sé?
«La mia autostima non è legata al successo. I dubbi sono gli stessi ad ogni fine film, anzi a volte riaffiorano persino dopo un anno dall’ultimo ciak. Il miglior consiglio della mia carriera me l’ha regalato Lars von Trier sul set di Dogville: «Se vuoi essere un bravo attore devi abbassare le aspettative su te stesso». Le mie invece sono ancora altissime e non so dove mi abbiano portato, ditemelo voi».

Sembra molto empatico. È una delle sue qualità?
«Spero di sì, ci tengo molto ad essere leale nei rapporti umani, soprattutto nell’amicizia che, nel caso del mio lavoro, comporta uno sforzo supplementare, visto che mi ritrovo spesso lontanissimo da casa».

In cosa, invece, se la cava meno bene?
«Nel suonare la chitarra: per dirla con un eufemismo, non sono al punto in cui vorrei. Anzi, è umiliante che mio figlio abbia iniziato le lezioni dopo di me e mi abbia già superato in bravura. E anche nel self tape, sai questa pratica di filmarti e poi mandare il video ai provini? Ecco, se fossi un attore emergente in questo sarei negato».

Perché?
«Sono dislessico e devo avere il copione almeno due giorni in anticipo. Lo imparo a memoria, ma quando mi presento ad un’audizione fingo di leggerlo. Ho trasformato un limite in una risorsa: non posso controllare il fatto che si presentino attori più giovani, affascinanti o talentuosi di me, ma almeno posso assicurarmi di essere il più preparato».   

 


DIGNITÀ BRITISH

Paul Bettany, classe ’71, è figlio d’arte: il papà è attore e la madre cantante. Sposato da 15 anni con la collega Jennifer Connelly, conosciuta sul set di “A beautiful mind”, è papà di due figli. Ha dominato il box office con “Solo: A Star Wars Story” (quest’ultimo capitolo presentato al Festival di Cannes e raccontato anche all’American Pavillion della Croisette). Tra i ruoli cult della sua carriera si annovera il monaco Silas ne “Il codice Da Vinci”, “Master & Commander” e ‘“Dogville”. In tv è tra i protagonisti della serie “Manhunt: Unabomber” accanto a Sam Worthington. Dal 24 aprile è in sala con “Avengers: Endgame”, epico finale dei supereroi Marvel.
 
 

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