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Scrivere il futuro nella lotta all’Aids

Barbara Ensoli ha da poco comunicato i risultati della vaccinazione terapeutica contro l’HIV

Mar 30 Apr 2019 | di Emanuele Tirelli | Interviste Esclusive
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Usare il preservativo, fare il test dopo comportamenti rischiosi, sottoporsi alla terapia entro 48 ore dall’evento, rispettare l’aderenza alla terapia antiretrovirale. Sono questi i punti fondamentali da ricordare sempre, a partire dalla prevenzione, secondo Barbara Ensoli, immunologa, direttrice del Centro Nazionale per la Ricerca su HIV/AIDS dell’Istituto Superiore di Sanità.

L’Hiv è un virus che aggredisce il sistema immunitario e, se non curato, apre la strada all’Aids: 3.443 nuove diagnosi nel 2017. 

Da poche settimane, sono stati comunicati i risultati a lungo termine della vaccinazione con la proteina virale Tat e la Ensoli continua a sottolineare che si tratta di una fase sperimentale, avanzata, ma pur sempre di ricerca. 
«Bisogna fare prevenzione e attenersi alle cure. Oramai di Aids non si parla quasi più in Italia e le stesse campagne informative sono state ridotte drasticamente. È come se il problema fosse risolto dalla sola terapia farmacologica, ma non è così. E riguarda soprattutto i giovani dai 25 ai 29 anni, che arrivano spesso alla diagnosi quando sono già in Aids».

Quali sono i risultati di questa sperimentazione?
«Abbiamo verificato un miglioramento della funzione del sistema immunitario, che ritorna verso la normalità. Gli effetti della terapia farmacologica, che ha salvato milioni di persone, sono maggiori nei primi 4-5 anni, poi si stabilizzano. Questo vaccino riesce invece ad andare oltre e ad attaccare i serbatoi del virus presenti nell’organismo, quelli che, ad ogni interruzione dei farmaci, fanno tornare con forza la moltiplicazione virale».

E qual è il passo successivo?
«Stiamo pianificando due strade parallele. Una riguarda un trial in Italia: uno studio sull’interruzione della terapia in soggetti già vaccinati, per capire se e per quanto tempo potranno sospendere l’assunzione dei farmaci senza problemi. Sarebbe una grande conquista, un grande respiro per i pazienti. Pensiamo anche ai bambini e agli effetti delle cure sulla crescita. Ma pensiamo più in generale al miglioramento delle condizioni di vita dei pazienti e pure alla riduzione dei costi per il Sistema Sanitario Nazionale. Un’altra strada prevede due studi in Sudafrica: la prima con vaccinazione associata alla terapia in soggetti appena diagnosticati; la seconda con chi ha risposto male alla terapia, spesso perché l’ha iniziata troppo tardi. Ci vogliono circa 20 milioni di euro. Li stiamo cercando. Ma intanto è tutto pronto per partire».

La strada del vaccino preventivo è stata invece accantonata?
«Abbiamo iniziato entrambi i percorsi, che hanno dato ottimi risultati. Poi c’è stata una decisione da prendere, sempre legata ai fondi. Per il vaccino preventivo occorrevano 80-100 milioni di euro per arrivare alle fasi 2 e 3. L’opzione terapeutica ha richiesto una spesa necessaria di trial clinici di fasi 1 e 2 di circa 27 milioni di euro, quindi decisamente più affrontabile, anche considerando gli ulteriori 20 necessari. Quello sul “preventivo” resta un approccio validissimo, ma adesso ci focalizziamo sul terapeutico fino alla sua commercializzazione. Arrivati al termine, crediamo che dovrebbe essere più semplice trovare i fondi per l’uso preventivo del vaccino Tat». 

La presenza e l’assenza dei finanziamenti determinano l’avanzamento della ricerca, ma pure il trasferimento di molti italiani all’estero.
«Nel 1995 sono tornata dopo dieci anni trascorsi negli Stati Uniti e ho portato con me tanti ricercatori italiani bravi, che si erano stabiliti in varie parti del mondo. Ce l’abbiamo fatta perché c’erano i fondi necessari per poter lavorare. Oggi si sono ridotti sempre di più, drasticamente. Molti colleghi sono arrivati a chiudere i loro laboratori o a spostarsi su àmbiti dove riuscivano a reperire i fondi. Ma è un’assurdità che l’Italia non riesca a sostenere la ricerca scientifica. Formiamo continuamente persone che poi vanno a lavorare fuori, perdendo risorse umane e possibilità di brevetti e guadagni. Ma l’Italia ha anche un altro grande gap in questo campo: non sa ancora muoversi bene nel trasferimento tecnologico del brevetto dal pubblico al privato, nella reale “trasformazione” del brevetto in commercializzazione, come però ci chiedono di fare le linee guida europee». 

E il gap tra uomini e donne nella ricerca scientifica?
«Esiste ancora, purtroppo. È un retaggio culturale che non si è smosso completamente. Ci sono stati dei miglioramenti. Prima la donna non riusciva a raggiungere posizioni apicali. Adesso lo fa, ma deve lavorare molto di più, raggiungere maggiori risultati, dimostrare più dei colleghi uomini. D’altronde, oggi la ricerca è prevalentemente delle donne, che stanno diventando le portatrici della conoscenza. Però questo dipende anche dal fatto che gli uomini di solito scelgono strade economicamente più soddisfacenti. E poi c’è la difficoltà dei ruoli più alti. Forse noi all’Istituto Superiore di Sanità siamo un’oasi sotto questo punto di vista, perché ci sono più donne che uomini nei ruoli direttivi, ma capisco che si tratta di una rarità».

 


LEI CHI È

Laureata in medicina e chirurgia, e specializzata in immunologia a La Sapienza di Roma, ha poi conseguito il dottorato a Bari. È stata per dieci anni ai National Institutes of Health, negli Stati Uniti. Ha pubblicato oltre 350 articoli su riviste internazionali e il suo studio è concentrato su HIV e AIDS. Tra gli incarichi che ha avuto, c’è anche quello di vice-presidente della Commissione Nazionale AIDS del Ministero della Salute, per otto anni. È direttore del Centro nazionale Aids dell'Istituto Superiore di Sanità. 




Premio Scienza al Servizio della Vita

Il 25 marzo al Teatro Argentina di Roma, la Medium Srl ha organizzato una serata per festeggiare i 15 anni della rivista Acqua & Sapone, per annunciare la distribuzione su Roma del settimanale Il Caffè e per conferire alcuni riconoscimenti a persone meritevoli. Tra loro la dottoressa Ensoli, alla quale è stato consegnato il Premio Scienza al Servizio della Vita (Nella foto la dottoressa con l’Editore, Alberico Cecchini, e il Direttore, Angela Iantosca).




1° dicembre

Il primo dicembre di ogni anno si celebra la giornata mondiale contro l’AIDS 

 


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