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Medico al servizio degli ultimi

Lucia Ercoli, con altri 35 volontari, presta servizio nell’ambulatorio voluto da Papa Francesco sotto il colonnato di San Pietro

Mar 30 Apr 2019 | di Angela Iantosca | Attualità
Foto di 6

Sabato mattina, ore 9,30. Arriva in metropolitana dopo il turno di notte al policlinico di Tor Vergata. La vedo da lontano: il passo veloce, gli occhi sorridenti, la mano tesa per presentarsi. Prendiamo un caffè e ci sediamo al sole a chiacchierare, prima del nuovo turno che l’aspetta nell’ambulatorio voluto da Papa Francesco, proprio sotto il colonnato del Bernini. 

«L’ambulatorio, che noi adesso stiamo un po’ allargando come attività, è una iniziativa della Elemosineria Apostolica, in relazione ad una serie di evidenze raccolte - nel corso dell’anno giubilare - con un camper con il quale giravamo nelle periferie romane. Quello che abbiamo visto ci raccontava e ci racconta dell’esistenza di periferie nascoste, insediamenti informali e occupazioni, collocati per la maggior parte fuori dal Grande Raccordo Anulare, a ridosso delle grandi periferie riconosciute, dove vivono centinaia di persone in condizioni di grande sofferenza. Persone che hanno dovuto improvvisare una accoglienza abitativa perché altrimenti costrette alla strada». 


Cosa vi ha colpito soprattutto?
«In questi anni, girando con il camper, ci ha molto colpito la sofferenza delle donne, dei bambini e l’assenza dello Stato, che si rappresenta nel fatto che i più vulnerabili, coloro che sono senza residenza e lavoro sono esclusi dall’assistenza. Ci ha così impressionato questa situazione da sentire la necessità di spiegare all’Elemosiniere del Papa questa situazione». 

E la risposta è stata l’apertura, nel febbraio 2016, di un ambulatorio nel colonnato di San Pietro. 
«Un ambulatorio che noi definiamo di strada, anche se non è in strada, ma solo perché non ci sono barriere. Qui possiamo accogliere, ascoltare, visitare e dare terapie derivanti da diagnosi cliniche dirette. Una cosa che ci ha permesso, in questi anni, di fidelizzare circa 1500 persone».

Chi sono?
«Moltissimi sono italiani, voglio ribadirlo, soprattutto appartenenti alla fascia dei pensionati e dei senza fissa dimora. E purtroppo il fenomeno degli homeless sta coinvolgendo anche molte donne. Non solo: sono tante le persone che hanno perso il lavoro. E, sia per gli italiani che per i neo-comunitari, la perdita del lavoro fa regredire ad uno stato di irregolarità e alla perdita di tutti i diritti, quelli che dovrebbero essere maggiormente rispettati».

Come la gravidanza e la prima infanzia.
«Ho incontrato tante donne in gravidanza che non potevano rivolgersi a presidi istituzionali dedicati. Per questo abbiamo chiesto all’Elemosiniere se era possibile dare vita ad un ambulatorio più specializzato per le mamme. Così l’ambulatorio è stat aperto anche il giovedì pomeriggio: sino ad ora abbiamo seguito 160 donne che hanno ricevuto lo stesso tipo di percorso che avrebbero dovuto trovare nei presidi istituzionali. Siamo rimasti abbastanza sconvolti dal fatto che le donne che si sono presentate non potevano accedere neanche a pap-test e ad un tampone vaginale, per questo ce ne stiamo facendo carico come Medicina Solidale attraverso l’acquisto di questi esami per dare diritto alle donne quantomeno ad una prevenzione primaria».

Chi arriva deve avere i documenti?
«Chi arriva non deve portare i documenti: a noi non interessa la provenienza di chi ha bisogno. Noi raccogliamo dati, solo se le persone vogliono darcele. Dati che ci permettono di esprimere in numeri la situazione, anche se questa cosa a me fa ribrezzo, perché una sola persona esclusa dalla cura pone una serie di questioni sulla democraticità del nostro stato, soprattutto se si tratta di un bambino. Sicuramente i dati sono importanti per capire l’entità del fenomeno. Quindi ci interessa l’età, la condizione abitativa e la situazione che li ha spinti a venire da noi... La medicina ha visto una trasformazione negli ultimi anni che la vede concentrata sulla patologia dell’organo, senza pensare che la salute dipende dal benessere della persona e delle sue relazioni. Lo sforzo, quindi, dovrebbe essere in questa direzione».

Da quali zone della città di Roma arrivano?
«Vengono dal centro, dalle periferie, dagli ospedali che spesso dimettono le persone senza una prescrizione che sia presentabile ad una farmacia e soprattutto che pone questa gente nell’impossibilità dell’acquisto del farmaco, se non hanno i codici regionali, se devono andare con una ricetta bianca perché non ci sono soldi per le cure. Qui la disponibilità del farmaco viene data in gran parte dalle donazioni della Elemoseneria apostolica, del Banco Farmaceutico ci permettono anche di dare la cura, dopo la diagnosi. E poi, proviamo, laddove possibile di riposizionare la persona all’interno di circuiti istituzionali, anche se è difficilissimo. Perché ormai si è costruito una sorta di dedalo burocratico in cui le persone restano imprigionate. Esempio: la facilità di muoversi sul territorio cittadino, di acquistare i biglietti dell’autobus, sembra una sciocchezza e invece è un fatto determinante. Come lo è il mal tempo… ci raccontavano le persone che questo inverno erano costrette a vivere sulla ria del fiume del terrore  della piena notturna… Sono scenari questi che forse si trovano nelle pagine di letteratura del’Ottocento e invece è l’attualità di Roma città metropolitana captale d’Italia. Noi abbiamo cercato di interloquire con varie istituzioni, ma sembra che facciano un po’ fatica. Forse è difficile spogliarsi di quelli che sono i propri confini di riferimento intellettuali, ma bisogna fare questo sforzo, altrimenti rischiamo di ignorare un fenomeno che andremo a pagare tutti, perché non si pensa mai che la patologia non riconosciuta diventa una patologia cronica, che costa molto di più».

Quanti siete ad operare come volontari? 
«Siamo 36 medici volontari, provenienti da vari nosocomi romani, e che qui ci riappropriamo di un aspetto della medicina che corrisponde alla vocazione dell’essere medico che è aiutare le persone a stare meglio, è prendersi cura, concetto che stentiamo a far passare perché il medico è visto come un tecnico della salute, mentre in realtà il vero cuore della medicina è sottrarre la persona alla sofferenza».

Oltre a San Pietro, avete una postazione anche a Cinecittà.
«A Cinecittà c’è un centro dedicato all’infanzia vulnerabile e alle donne vulnerabili. Siamo all’interno della scuola salesiana Don Bosco. Abbiamo messo su un programma di sorveglianza igienico-nutrizionale che aiuta le famiglie sia con la distribuzione di pacchi viveri, sia con il controllo dello stato igienico, soprattutto per chi vive in insediamenti in cui mancano servizi igienici di base. E, anche se è un tema che nessuno vuole scoprire, abbiamo visto che molte donne erano e sono in crisi rispetto al far nascere o meno il bambino perché non hanno soldi per la spesa. Quindi, contribuire in questo per i primi tre anni di vita le porta a rifiutare l’interruzione di gravidanza. Questo mi fa piacere perché le donne hanno apprezzato l’aver trovato un punto a cui potersi rivolgere, dove non vengono giudicate, dove si sono sentite curate e vedono una attenzione abbastanza articolata su quello che è l’intero nucleo familiare. Molte non hanno rete, quindi si trovano ad affrontare gravidanza, perdita lavoro, disoccupazione, mancanza di abitazione da sole. E la solitudine è una delle malattie più serie con cui possiamo avere a che fare».

Oltre a queste strutture, ne avete anche altre?
«Abbiamo un ambulatorio in Via della Lungara, che si rivolge alla popolazione carceraria e abbiamo un presidio a Tor Bella Monaca, che fa da orientamento e ascolto per quelli che vengono dalle periferie. Come la struttura a Via Casilina. Poi abbiamo il camper che ci permette di individuare chi resta fuori dall’assistenza e dalla cura».

Cambiano le domande a seconda della provenienza di chi chiede aiuto?
«Purtroppo no, perché la povertà taglia trasversalmente le persone che ne sono colpite, per cui dal centro alla periferia il problema è sempre lo stesso: il non essere consapevoli dalla malattia, perché le persone sono schiacciate da altre priorità, e il non poter accedere alla cura».
 
Come sono cambiate le richieste in questi anni?
«Si è allargato il numero  persone cadute in fascia di povertà ed è aumentato il numero degli italiani. Questo vuol dire che la crisi economica ha soffocato quella parte di popolazione che prima riusciva a barcamenarsi e che ora non riesce ad arrivare a metà mese».

Esiste ancora un concetto di periferia rispetto ad un centro?
«La periferia è tutto ciò che marginalizza. La periferia può essere anche all’interno della stessa casa laddove c’è uno isolato da una vita comune: lo dice anche papa Francesco. Quello che è vero è che a Roma si stanno sviluppando delle forme di baraccopoli che fanno parte della tradizione delle grandi città metropolitane e forse a Roma non ce lo saremmo aspettato in tempi rapidi».

Cosa possiamo fare noi?
«Io credo che il grande contributo sia rendere consapevoli le persone. Le persone devono venire e vedere e poi sarà il loro cuore a dettare la scelta più idonea».

Riesce a staccarsi da tutte queste storie?
«No, non mi riesce».

Ci sono storie o persone che sono tornate anche per un grazie?
«È successo un anno fa, all’interno del policlinico di Tor Vergata, non era un momento semplice della mia vita. Ad un certo punto vedo un ragazzo di colore che mi viene incontro e mi abbraccia. Poi mi dice: “Non ti ricordi di me? Tu mi hai salvato la vita quattro anni fa…”. Allora ho ricordato: aveva una tubercolosi non diagnosticata… E quell’abbraccio mi ha dato l’idea di un senso. Il problema non è la riconoscenza, ma il senso…».

E la fede quanto la aiuta? 
«La fede è tutto, nel senso che l’incontro e il rapporto con Gesù ha determinato tutta questa serie di scelte. Ciò che posso testimoniare è che, se Lo incontri ed entri in relazione con Lui, poi non puoi più fare finta di niente». 
 

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