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Paolo Nespoli: Dimenticati di non essere sulla Terra

Il racconto di Paolo Nespoli, l’italiano che è vissuto più a lungo nello spazio

Mar 30 Apr 2019 | di Nadia Afragola | Attualità
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Cosa sono le contaminazioni culturali? Sono incontri dai quali scaturiscono magie, alchimie e scoperte. È riuscire ad andare oltre, una parete, uno spazio. Lo Spazio. 

È ciò che Faram 1957, storico marchio delle partizioni mobili e dell’arredo è riuscito a fare in una serata in cui la grandezza dei contenuti era già tutta nel claim: “People and Spaces. A new vision of the workplace”. L’Amministratore delegato Massimiliano Giacomelli si è così ritrovato a indagare la relazione fra spazio e persone, insieme ad un astronauta. 

L’universo, come “luogo dei luoghi”, è stato svelato da Paolo Nespoli, chiamato a raccontare come si vive e si lavora all’interno di una navicella spaziale, dove il concetto di privacy si intreccia a filo doppio con quello di “solitudine” e assume nuove connotazioni. 
Abbiamo ascoltato #AstroPaolo, per usare il suo nickname su Twitter, gli abbiamo fatto un fiume di domande. Lo abbiamo osservato attentamente e se vi aspettate un ingegnere nerd di poche parole, sappiate che vi sbagliate di grosso. Tiene la scena come il primo ballerino alla Scala di Milano, è un frontman nato eppure è “solo” un astronauta, nell’ESA (Agenzia spaziale europea, ndr) dal 1991. Da allora ha battuto numerosi record, ha ispirato quella che fu per lui anche compagna di vita, Oriana Fallaci; è diventato protagonista di Topolino, papà di due bambini, gli è stato dedicato un asteroide, ha collezionato tre missioni nello spazio (2007, 2010-2011 e 2017) rimanendo in orbita, complessivamente, 313 giorni, 2 ore e 36 minuti. 
Sì, è lui l'astronauta dei record: a 60 anni, è l'italiano che è vissuto di più nello spazio e in una classifica mondiale si posiziona al terzo posto tra i viaggiatori spaziali più anziani, dopo gli americani John Glenn e Story Musgrave. È andato in pensione lo scorso novembre - “troppi italiani, uno doveva saltare ed è toccato a me” -, ma lavora più di prima e spera di tornare nello spazio presto… da turista, ovviamente!

Che relazione c'è tra lo spazio fisico di una stanza e quello di una navicella?
«Andare nello spazio ti mette in relazione con la terza dimensione. Sulla Terra camminiamo sul pavimento e non sul soffitto. In orbita invece non c'è spazio sprecato, tutto è ottimizzato. Si può lavorare dappertutto, ci sono contenitori ed apparecchiature in ogni angolo. Le navicelle sono piccole e in uno spazio dove sulla Terra ci staresti in due o in tre, nello spazio ci stai in sei, senza quasi accorgerti degli altri. Puoi mangiare in sei in un ambiente ridotto e se qualcuno non arriva al tavolo in maniera convenzionale non è un problema, ci fluttua sopra e arriva a mangiare». 

Come cambia il suo punto di vista sul mondo una volta tornato?
«Sulla Terra siamo troppo vincolati alla dimensione in cui ci troviamo. Quando stai col naso appiccicato ad un dipinto, non cogli l’opera d’arte nella sua interezza. Nello spazio invece allarghi la tua prospettiva e la visione di insieme ti obbliga a guardare con occhi nuovi. A 400 km di altezza non noti i dettagli, ma osservi una grande nave che viaggia nell'universo, in un equilibrio delicatissimo. Dovremmo lavorare insieme, dimenticarci i piccoli confini tra di noi, sapere che abbiamo un impatto globale quando facciamo qualcosa e capire come stiamo influenzando questo ambiente. Senza dubbio, la stretta maglia che abbiamo teso intorno alla Terra produce degli effetti». 

Ripensando a tutti i giorni che ha passato nello Spazio, i momenti più difficili erano legati al lavoro o alla vita quotidiana?
«Le cose pratiche sono difficili nelle prime settimane. Devi in sostanza diventare extraterrestre, quasi come fossi un diversamente abile. Se il tuo cervello è concentrato a capire dove sta l'alto o il basso, o quando mangiare o come dormire, come fa a lavorare? Ecco, nelle prime settimane il tuo cervello è impegnato a processare le azioni più elementari e più importanti. Devi necessariamente diventare padrone di questa terza dimensione, condizione essenziale per lavorare in modo efficace. Tutto quello che facciamo è governato da procedure scritte da persone sulla Terra, che fondamentalmente si devono immaginare che cosa succede senza gravità. A volte capita che svolgendo un'azione, sperimenti un modo migliore rispetto alla procedura. In quei casi chiedi a Houston se puoi cambiarla e se funziona effettivamente meglio della procedura iniziale, ti dai una pacca da solo sulla spalla». 

“Houston, abbiamo un problema”. Le è mai capitato di dire questa frase?
«Non l'ho mai detta personalmente, ma durante la mia prima missione abbiamo avuto un problema serio ai pannelli solari, che ha richiesto una passeggiata spaziale d'emergenza. Il mio comandante non ha utilizzato quell'espressione, ma aveva un tono ed una voce davvero concitata. Diciamo che avrebbe avuto il diritto di dirla».

Non si è mai sentito solo?
«Durante la mia seconda missione è mancata mia madre. La cosa non era prevista ed è stata dura, ero molto legato ai miei genitori. Mi sono sentito solo e impotente per qualche momento. Poi, però, torni razionale e capisci che la tua presenza lì non avrebbe cambiato le cose. Mi sarei sentito solo allo stesso modo».

Le mancava mai la privacy? Di fatto siete inseriti in una specie di Grande Fratello in cui venite costantemente misurati, pesati, monitorati.
«Non sono mai stato rinchiuso nella casa del Grande Fratello, ma penso che lì le telecamere ci siano per riprenderti a fare cose che non dovresti fare o gesti che suscitino attenzione. Sulla stazione invece hanno il compito di documentare e di consentire ai controllori di volo e agli scienziati di monitorare quello che stai facendo. Quando stai svolgendo un'attività importante, sei tu stesso a prendere la telecamera e puntarla sul tuo lavoro, anche per essere supportato. È come avere una seconda mano che ti aiuta. Ad ogni equipaggio viene chiesto come gestire le telecamere e noi abbiamo dato l'autorizzazione ad accenderle dalle 7:30 alle 19:30, un classico orario di lavoro in pratica e se ci dimenticavamo le telecamere accese, era Houston stessa a spegnere il segnale video». 

Le simulazioni di eventi catastrofici spaventano per davvero o c'è sempre una componente artificiale percepibile?
«Sono momenti in cui devi confrontarti con te stesso, con le tue paure e con le paure del gruppo. Ho imparato che con l'addestramento giusto, la forma mentis giusta, l'equipaggiamento giusto ed il team giusto si possono fare cose incredibili. L’addestramento ti consente di capire te stesso, i tuoi punti deboli, i punti deboli degli altri e fornire aiuto dove puoi. Abbiamo scoperto che insieme possiamo andare dappertutto: dormire 15 giorni a -20°C a 3.000 m di quota o andare sotto terra per 10 giorni. Possiamo fare cose incredibili».

Non è solo un astronauta. Che padre e marito pensa di essere stato?
«Qui entriamo in un'area che da ingegnere non mi è congeniale. Le relazioni nella vita sono complesse, mia madre da ragazzo mi prendeva sempre in giro, continuavo a portarle a casa ragazze di nazionalità diversa con le quali non riusciva mai a comunicare. Poi finalmente a 50 anni ho trovato la donna della mia vita e mi sono sposato. Con lei era tutto diverso, mi sentivo davvero in sintonia ed è ciò che ci ha spinto ad avere due figli, Max e Sofia. Mia moglie Sasha dice che sono un padre un po' assente, che viaggio troppo e che non contribuisco come dovrei alla crescita della famiglia. Tutto vero, ad essere sinceri, ma per fortuna dove non “arrivo” io, c’è sempre stata lei».

Com'è la vita di un pensionato ex astronauta?
«In realtà anche se non sono più obbligato ad andare in ufficio ci vado comunque e poi, mai come adesso, ricevo richieste da tutte le parti, scuole, università e spesso a malincuore devo dire molti no, proprio per la quantità di inviti. Ammetto di avere una “leggera” difficoltà nella gestione delle comunicazioni: mail, sms, telefonate, probabilmente perché fino a poco tempo fa seguivo una pianificazione fatta da altri. Al momento comunque sono concentrato a capire cosa voglio fare da grande».


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