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I segreti del caffè

Tre laboratori analizzano undici espressi e i risultati assolvono le capsule...

Mar 30 Apr 2019 | di Dario Vista | Inchieste
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La carica per iniziare la giornata. Per circa 8 italiani su 10 quei caratteristici profumi che si diffondono per casa, appena aperti gli occhi, sono il modo giusto per cominciare a “carburare”. Un rito che si ripete almeno un’altra volta durante le 24 ore (la statistica dice che il 58% dei nostri concittadini si ferma a due tazzine al giorno, mentre il 37% va al di là: tra le 3 e le 4), con altre motivazioni, spesso sociali.

Protagonista, neppure a dirlo, l’espresso, bevanda nazionale quanto poche altre, di cui siamo maestri torrefattori e appassionati cultori nella preparazione. Almeno fino a che non abbiamo scelto di sacrificare quei gesti magici nascosti dietro al riempimento di una moka o di una napoletana a una macchina per espresso e a una ricarica monodose. Anche nella patria del caffè, infatti, si è imposto il consumo casalingo di capsule, oramai arrivate a conquistare quattro italiani su dieci.

Eppure proprio questo metodo di preparazione porta con sé molti dubbi e più di qualche paura nei consumatori. Dalle sostanze che le capsule, siano esse in alluminio o in plastica, possono cedere alla tazzina, fino ai contaminanti di processo che possono finire nell’espresso. Senza contare i rischi che ogni caffè porta inevitabilmente con sé: pesticidi e micotossine, innanzitutto.
Sono esattamente questi gli interrogativi che il Salvagente ha deciso di affrontare nel test di copertina del numero in edicola a maggio, per il quale ha messo all’opera ben tre laboratori diversi, concentrati a valutare 11 espressi che si definiscono intensi, ossia quelli presumibilmente con il maggior corpo e probabilmente la tostatura più marcata.
Le risposte ottenute sono decisamente tranquillizzanti. Innanzitutto, perché assolvono le capsule dal sospetto che possano cedere molecole potenzialmente tossiche: né ftalati, né bisfenolo sono stati rintracciati nelle bevande analizzate. Nessuna ombra, insomma, sul fronte sanitario per questi contenitori, anche se non si può certo dire la stessa cosa sul versante dell’impatto ambientale dei tanti rifiuti che finiscono per creare e che ancora finiscono in gran parte nell’indifferenziata. Per restare però sul piano della sicurezza alimentare, buone notizie anche dal punto di vista dei pesticidi: per una volta nei test del Salvagente, non è stata trovata alcuna traccia nelle polveri esaminate.
Il mensile leader nei Test di laboratorio contro le truffe ai consumatori è andato anche a determinare acrilammide e furani, due sostanze legate da un’unica causa, la torrefazione ad alta temperatura dei chicchi. La pericolosità di entrambe è negli effetti tossici a lungo termine e il caffè è uno degli alimenti che concorrono ampiamente alla nostra esposizione quotidiana. Ebbene, nel caso dell’acrilammide i dati del Salvagente sono addirittura migliori di quanto si potesse immaginare: mediamente al di sotto della metà di quanto raccomandato dall’Autorità per la sicurezza alimentare europea.
Molto tranquillizzanti, in quasi tutti i casi, anche le analisi sui furani, composti sui quali ancora non ci sono molte indicazioni da parte delle Authority europee, anche se è innegabile la preoccupazione degli scienziati per gli effetti sul fegato. Le determinazioni condotte dal Salvagente su questa famiglia di molecole (compresi anche i precursori) sembrano rasserenare gli amanti del caffè, anche se tra gli undici protagonisti del test qualche differenza c’è.
E qualche differenza, come era ovvio, si ritrova anche nella severa prova organolettica, condotta da uno dei pochissimi panel accreditati in Italia. Un esame, va detto, che non ha rivelato nessun difetto nei caffè degustati, assegnando in tutti i casi giudizi più che sufficienti in una scala di qualità che lascia la possibilità di scelta agli amanti dell’espresso intenso.                                 

 


10 MILIARDI DI CAFFÈ L’ANNO

La notizia aveva fatto il giro del mondo. Quando tre anni fa la città tedesca di Amburgo vietò in tutti gli uffici pubblici le capsule del caffè, in molti si chiesero se fosse arrivato davvero il momento di un cambio radicale nei materiali in cui vengono prodotti gli involucri di queste bevande. A distanza di tre anni, però, sono poche le aziende che hanno abbandonato il mix di plastica e alluminio che le rende molto difficili da riciclare. C’è poco da meravigliarsi, osservano gli analisti, finché le vendite crescono con tanta rapidità, la pressione per offrire alternative più sostenibili potrebbe non essere tanto pressante. 
Eppure i numeri parlano da soli: 10 miliardi di tazzine di caffè bevute ogni anno vengono proprio da questi contenitori monodose e producono 120mila tonnellate di rifiuti di cui 70mila solo in Europa. In Italia, dove questo sistema ha conquistato una grandissima fetta di consumatori proprio per la passione tricolore per l’espresso, si calcola che si consumi 1 miliardo di capsule l’anno e 12mila tonnellate finiscano in discarica. Se mettessimo in fila solo gli involucri usati di caffè che finiscono nelle discariche all’interno dei nostri confini faremmo un intero giro della terra. E tenete conto che si tratta dei dati ufficiali più recenti, datati 2010, dunque certamente superati dal boom degli ultimi anni.
Un problema enorme che ha portato persino John Sylvan, l’inventore della cialda monodose K-cup, la capsula più venduta in America, a rinunciare alla sua invenzione. «A volte mi sento male a pensare che l’abbia realizzata io», ha confessato a un giornalista.
Il tema appassiona e mette in moto diversi approcci. La Commissione europea sta cercando di promuoverne il riciclo e ha già chiesto di considerare la capsula vuota del caffè alla stregua degli altri imballaggi. A fine gennaio 2016 è stato annunciato che sarà un team tutto italiano a produrre capsule di caffè compostabili, con il programma europeo Life Pla4coffee. Il progetto riguarda l’uso dell’acido polilattico come sostituto degli attuali PE, PET e allumino. Della squadra, capitanata da un’impresa bolognese di imballaggi, fanno parte l’Università di Tor Vergata, un’azienda chimica vicentina e il Centro regionale di competenza nuove tecnologie per le attività produttive con sede a Napoli. Una volta a regime, questo progetto potrebbe consentire: l’eliminazione di 70mila tonnellate di rifiuti destinati alla discarica o all’incenerimento in Europa; il risparmio di 15mila tonnellate di petrolio e di 20mila tonnellate di bauxite e di altri inquinanti pericolosi utilizzati nel processo di produzione dell’alluminio.
La nuova capsula, compostabile al 100% e in grado di preservare l’aroma del caffè «è stata approvata e stiamo trattando per renderla commercializzabile», ha spiegato Cesare Rapparini, dell’azienda bolognese di meccanica per l’imballaggio Ica. 

 


In collaborazione

L’articolo è a cura della Redazione de “Il Salvagente”, mensile in edicola e anche on line, leader nei test di laboratorio contro le truffe ai consumatori. Info: www.ilsalvagente.it
 

 


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