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Bastano mille euro per salvare vite umane

L’arresto cardiaco può colpire chiunque e stronca 70mila persone l’anno in Italia: se c’è un defibrillatore ti salvi o puoi salvare. Può usarlo anche un bimbo

Mar 30 Apr 2019 | di Francesco Buda | Salute
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In Italia muoiono 70mila persone l'anno per arresto cardiaco, una media di 200 al giorno, una ogni 9 minuti. Le chiamano anche morti improvvise. Molte potevano con ogni probabilità essere evitate, se solo ci fosse stato nei paraggi un defibrillatore: un semplice apparecchio che con una scarica elettrica azzera il battito cardiaco e ne ristabilisce il ritmo. La diffusissima assenza di questi dispositivi salva-vita, peraltro poco costosi, è una delle più inspiegabili e drammatiche carenze che affliggono silenti i luoghi dove viviamo, lavoriamo, passeggiamo. 

«Si può morire a qualsiasi età di morte improvvisa, anche se sani. Io ce l'ho sempre in auto e in moto, finora per strada ho salvato tre persone. Uno buono costa solo mille euro e spicci, peraltro con sconto fiscale. Molti miei colleghi medici si comprano il Rolex e la macchinona, ma non un DAE, un defibrillatore automatico esterno da tenere con sé quando si spostano!». Il dottor Maurizio Cecchini è inseparabile dal suo aggeggio che fa ripartire i cuori. Vive così la sua missione medica anche fuori dall'ospedale Santa Chiara di Pisa, oltre ad insegnare agli aspiranti dottori dell'Università pisana. Ovunque può e dove trova apertura, con la Cecchini Cuore Onlus porta anche quello che più serve: la sensibilizzazione. 

«Dovrebbero essere messi su tutte le strade nei centri commerciali, a scuola, nelle università, negli uffici, in fabbrica, nei condomìni (per i quali ci sono sconti fiscali), ovunque». 

VERI SALVA-VITA
E invece continuiamo a raccontarci di vite spezzate in attesa dell'ambulanza. «In quei minuti preziosissimi – spiega il cardiologo – chiunque può utilizzare un defibrillatore, anche un bimbo di 6 anni. Sono apparecchi che ti guidano con istruzioni vocali nelle banali manovre di rianimazione, dandoti il ritmo giusto. Alcuni addirittura ti correggono. La legge non prevede nessun obbligo di fare corsi per poter usare il DAE, come per gli estintori: se scoppia un incendio, chiunque può usarli. Le classiche manovre della respirazione bocca a bocca e il massaggio cardiaco rianimano solo l'1% dei pazienti colpiti da arresto cardiaco, il defibrillatore può salvarne il 50%». 
La vera “formazione”, dunque, è rendere sensibili non solo i cittadini, ma soprattutto le istituzioni e la classe medica. «Va sfatato il falso mito secondo cui si muore perché si è malati - prosegue il dottor Cecchini -. Bisogna sapere che solo un quinto delle morti per arresto cardiaco sono causate da patologie che non sfuggono al controllo del cardiologo e si possono sospettare con l'elettrocardiogramma. Il restante 80% di quei 70mila decessi l’anno per arresto cardiaco in Italia sfugge perché non emerge alcun segnale durante la visita cardiologica e i pazienti danno elettrocardiogramma normale. Parliamo anche di bambini e ragazzi con morti improvvise altrimenti inspiegabili. Sopra i 40 anni, la causa è da attribuire prevalentemente ad aterosclerosi coronarica (placche di colesterolo nelle coronarie, che possono bloccare il flusso sanguigno, ndr). In molti casi, insomma, si può morire di arresto cardiaco con il cuore perfettamente sano». 

CHIUNQUE PUÒ SALVARE VITE UMANE 
Che fare? «In questi casi non riconoscibili prima, curare è meglio che prevenire – sottolinea l'esperto -, visto che non si può prevenire: l'arresto cardiaco arriva e basta, senza alcun minimo avvertimento. E curare significa farsi trovare preparati con un defibrillatore». Se sei per strada, anche tu puoi così salvare una vita. O se capita a te di schiantare al suolo per un colpo al cuore così, il fornaio, un passante, chicchessia ti può rianimare. Il decreto Balduzzi, dal nome dell'allora Ministro della salute che lo firmò a luglio 2013, obbliga le società e le associazioni sportive, anche dilettantistiche, a dotarsi di defibrillatori. «Tutti i genitori appena mandano i figli a fare qualsiasi attività sportiva – avverte il dottor Cecchini che visita in continuazione il territorio a tale scopo -, domandino prima di tutto dove si trova il defibrillatore e verifichino che si possa individuare immediatamente e che non sia tenuto sotto chiave. È bene anche accertarsi che vengano regolarmente controllate le piastre, i due elettrodi che trasmettono lo shock elettrico al paziente. Costano 60 euro e vanno cambiate ogni due anni, ma troppo spesso ciò non avviene!». Attenzione, poi, a non confondere arresto cardiaco con infarto: «Non sono sinonimi, all'infarto si può sopravvivere, mentre si può morire di arresto cardiaco senza che vi sia infarto. Se hai un arresto cardiaco, puoi avere accanto il miglior rianimatore del mondo, ma senza il defibrillatore quasi sicuramente non ti si salvi, mentre ti salvi se  c'è lì un DEA».

MIOCARDITE INFETTIVA: COLPISCE IN SILENZIO
È bene anche conoscere altri aspetti, proprio per chi frequenta palestre e dintorni. In particolare la silenziosa insidia delle miocardiopatie infettive. «Nei ragazzi la morte improvvisa può essere dovuta a drastico calo di potassi o calcio, ad esempio per diarrea o vomito protratti o farmaci diuretici: in questi casi però hai appunto questi segnali e puoi recuperare la carenza di calcio e potassio bevendo e assumendo integratori. Ma le aritmie ventricolari responsabili di morte improvvisa possono essere conseguenza anche di miocarditi infettive, molto più frequenti di quanto si possa immaginare e soprattutto silenziosissime: sono causate da virus molto comuni che colpiscono il cuore e si contraggono di solito in comunità, scuole, teatri, in bus, palestre, piscine eccetera. 95 volte su 100 non danno sintomi, al massimo febbre per qualche giorno non oltre i 38 gradi con un po' di stanchezza e poi passa. Nel 2% dei casi però provocano aritmia mortale per miocardiopatia dilatativa: si dilata il volume del cuore. E tra questo 2% ci sono spesso gli atleti, che non si possono diagnosticare prima. Ogni anno in Italia muore di fibrillazione ventricolare una persona ogni mille, è la prima causa di morte». Ecco perché serve un defibrillatore a portata di mano. L’entrata in vigore del Decreto Balduzzi per le società sportive dilettantistiche è stata prorogata ben 4 volte, anche su richiesta del presidente del CONI, la massima autorità sportiva nazionale. Si è arrivati così al 2017 e siamo ancora un Paese in cui salvare vite umane sembra non interessare poi molto. Questi apparecchi sono tassati con l'Iva al 22%: molto di più delle slot machine VLT (circa 6,5%), del caviale o del tartufo (4%)… 



 


Simona Buono: la pioniera di Distribuzione Defibrillatori

È una donna la pioniera della cardioprotezione per salvare vite umane  con i defibrillatori laddove quasi nessuno ancora ci pensa: Simona Buono. Giovane imprenditrice sensibile alla salvaguardia della vita, anche laddove siamo abituati a credere che non ci sia più nulla da fare, Simona ha fondato e guida la DDD srl - “Donne Distribuiscono Defibrillatori”, nota come Distribuzione Defirbillatori. Sta portando nel nostro Paese quella consapevolezza necessaria a salvare vite umane con questi apparecchi nei luoghi pubblici, nelle aziende, nei condomìni e ovunque passino persone. Ma solo distribuendo quei defibrillatori di aziende di provata eccellenza, con decenni di storia e innovazione nel mondo ospedaliero e nella cardioprotezione pubblica, presenti nelle più sofisticate sale di rianimazione e di cardiologia in tutto il mondo. La direzione scientifica della Distribuzione Defibrillatori” è affidata al dottor Maurizio Cecchini. 



 

SGRAVI FISCALI
Il DAE si ripaga da sé nei luoghi di lavoro


Le aziende che installano i defibrillatori godono di vantaggi fiscali eccezionali. Pagano fino al 28% in meno sui contributi Inail (più sono piccole e più risparmiano). La Confindustria, massima associazione imprenditoriale italiana, ha diffuso un apposito dossier tra i propri associati, invitandoli a installare i DAE nelle loro ditte spiegando che “più del 5% della totalità degli arresti cardiaci in Italia avvengono sul posto di lavoro, questo significa che circa 3.500 persone ogni anno perdono la vita in azienda a causa di questo evento”.

 

 


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