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Kumbh Mela: Il cammino verso i tre fiumi

In India, alla confluenza del Gange, dello Yamuna e del Sarasvati, il più grande pellegrinaggio religioso del mondo, con 100 milioni di persone

Mar 30 Apr 2019 | di Testo e foto di Simona Ottolenghi | Mondo
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Il Kumbh Mela è una di quelle esperienze che non si dimenticano, che quando torni a casa senti che qualcosa è cambiato, che hai partecipato ad un evento emotivamente forte, sconvolgente e affascinante.

Non è solo un evento religioso o un ritrovo di fedeli che si riuniscono in preghiera condividendo tradizioni o rituali, ma è la più grande manifestazione religiosa del mondo. 

Un enorme pellegrinaggio che coinvolge, a seconda degli anni, fino a 100 milioni di persone. 
Siamo in India, nello Stato dell’Uttar Padesh, e precisamente ad Allahabad, città in cui confluiscono i tre fiumi sacri agli induisti: il Gange, lo Yamuna e il mitico Sarasvati, oggi scomparso, o a detta di alcuni quasi totalmente sotterraneo, ma che mantiene ancora vivo per i fedeli il Culto della Dea da cui prende il nome. 
La storia del Kumbh Mela e le sue celebrazioni sono legate a leggende dai forti connotati mitologici ed astrali e, come in tutti i poemi epici che si rispettino, anche qui buoni e cattivi combattono e combattono per 12 giorni e 12 notti, finchè Vishnu, che ha ordinato di agitare gli Oceani per ottenere il nettare dell’Immortalità, chiamato Amrita, ne fa cadere alcune gocce nei quattro luoghi che così diventano sacri: Allahabad, Haridwar, Ujjain e Nashik. 
Proprio in queste quattro città si svolge a rotazione, ogni tre anni, questo importantissimo pellegrinaggio. 

L’esperienza umana 
Ci sono 50 milioni di persone attorno a me; 50  milioni di persone che camminano, camminano ininterrottamente, giorno e notte, senza sosta: 50 milioni di pellegrini, fedeli delle più svariate sette induiste (akhada), che hanno attraversato il paese con treni speciali, pullman, camion ed ogni altro  mezzo di fortuna per radunarsi in un’area di non più di 20 km di lunghezza per 32 km quadrati di superficie.
Inimmaginabile per noi occidentali, impossibile da capire, troppo lontano dalla nostra cultura e dalla nostra esperienza umana. 
E soprattutto difficile da descrivere. Quasi impossibile. 
Il mio primo impatto in quest’area che sembra un enorme campo tendato, è una scena che ricorda l’esodo biblico.
Decine... centinaia... migliaia di poverissimi pastori che vengono dallo Stato del Bihàr, nell'India nordorientale, arrivati qui con 5 pullman, ognuno dei quali contiene più di 100 persone. 
Scendono ordinatamente da un alto terrapieno: non riesco a vedere l’inizio della sterminata fila di persone. Arrivano cantando, vestiti con quanto di più povero possono trovare: tutto ciò di cui hanno bisogno è racchiuso in fagotti di tela che portano sulla testa o annodati in lunghi bastoni poggiati sulle loro spalle. 
I più religiosi portano con sé della paglia. Sono a digiuno e hanno promesso a loro stessi di “dormire su un letto di paglia” finché non fanno le abluzioni nei fiumi sacri.
Capita spesso di trovarne distese enormi lungo le rive dei fiumi e sopra di esse altre distese di gente che si spoglia e si riveste senza alcun pudore, soggezione o paura di essere guardata male. 
Si immergono, quasi completamente svestiti, nelle acque gelide: non li ferma l’età, l’ora, se è giorno o notte.
Spesso incontro figli che portano gli anziani genitori perché possano fare la loro sacra immersione prima del trapasso, che sentono vicino. 
Ed è proprio questo il motivo più profondo dell’essere qui, almeno una volta nella vita, per ogni induista: un dovere che ognuno sente dentro di sé, come liberazione e purificazione dell’anima e dello spirito.
Questo è infatti quello che mi viene detto anche dalla mia fidatissima guida: «Ogni induista crede che sia molto importante andare almeno una volta nella vita sui luoghi sacri della religione Hindu, per fare le abluzioni nelle acque del fiume Gange o degli altri fiumi sacri, nei periodi del Kumbh Mela perché questi luoghi sono stati benedetti dalla divinità (Vishnu). Chi farà i bagni sacri nel corso di questi eventi verrà pulito di tutti i peccati e potrà seguire la strada per il moksha, ovvero la liberazione e la salvezza come condizione spirituale superiore». 

LA LUNGA NOTTE DEL SHAHI SNAN 
L’esperienza più straordinaria è nella notte tra il 3 e il 4 febbraio.
Questa notte si svolge il Shahi Snan, bagno rituale alla confluenza dei tre fiumi sacri, evento più importante di tutto il mese della festa. 
La decisione di rimanere a dormire all’interno dell’area del Kumbh, senza tornare al nostro comodo campo tendato, si dimostra vincente.
Troppa folla, i ponti sono stati chiusi, se dormissimo al nostro campo non riusciremmo ad arrivare nemmeno partendo a mezzanotte. Impossibile. 
Con entusiasmo, molta curiosità e tanti chilometri a piedi, ci incamminiamo così, verso il tendone dei Sadhu che ci ospiterà.
La strada è lunga parecchi chilometri e quello che c’è intorno a me è incredibile. 
Fedeli poverissimi, famiglie con bambini, sadhu, asceti... Guru con vesti arancioni o solo con perizomi bianchi, oppure semplicemente vestiti di cenere. Tendoni delle varie sette, in ognuno dei quali si svolgono cerimonie religiose, vengono accolti i fedeli, si mangia, si dorme, si prega, si predica, si accoglie... 
Sulla strada c’è chi benedice e chi chiede donazioni, possibilmente in moneta del Paese di provenienza, o chi cammina verso chissà quale luogo dove fermarsi a dormire; chi lava, cucina ed anche qualcuno che stira. Il tutto con un’organizzazione perfetta, con gli eserciti di 5 Stati Indiani, decine di migliaia di bagni, punti di informazione, ospedali da campo. 
E soprattutto silenzio, un caos ordinato e un religioso rispetto per chiunque. 
Arriviamo dai nostri ospiti.
Conosco subito il Maestro, un vecchio con occhi buoni e capelli grigi lunghi e stoppacciosi. L’accoglienza è bellissima e calorosa.
E quella, adesso, è casa nostra.
Intorno a me, a terra, un gruppetto di devoti: fumano marijuana, alcuni sono completamente storditi, dormono o a malapena tengono gli occhi aperti. 
Mangio con loro, seduta a terra e servita in piatti di metallo, rigorosamente senza posate. Il cibo, buono e speziato al punto giusto, si prende aiutandosi con il pane senza usare le posate. Tutto bellissimo. Ed emozionante. 
Quelle gentilissime persone che mi ospitano per due giorni, servita e riverita sono Naga (Nudo) Baba.
Fanno parte della “famiglia” dei Sadhu e, come dice il loro nome, usano uscire nudi e coprirsi il corpo con la sola cenere. 
Si dice che, a differenza di altri gruppi Sadhu, non siano propriamente pacifici, possano essere vendicativi ed arrivare alla mortificazione del proprio corpo e soprattutto del loro pene, desensibilizzandolo in vari modi: ho visto lucchetti, spade, e altri oggetti utilizzati per questo scopo. 
Proprio loro, assieme alla più estrema delle sette Sadhu, gli Aghori, alle 3 di mattina aprono la lunga processione fino ai gath alla confluenza dei fiumi sacri.
è il gruppo più atteso e scenograficamente più impressionante. 
Un esercito di uomini nudi vestiti solo di cenere bianca e ghirlande arancioni sulla testa, con capelli lunghissimi arruffati e raccolti o completamente rasati.
Si preparano fuori dalle loro tende per iniziare il cammino più importante, seguiti da migliaia di seguaci e qualche curioso. 
Una scena che difficilmente si dimentica. 
Cammino per tre km circondata da tutto il genere umano. Tutta l’area, illuminata a giorno, ha un’atmosfera surreale. 
Sfilano i carri degli asceti, sventolano le bandiere arancioni, i manifesti giganti con le fotografie dei maestri vengono portati dai fedeli e, poi, c’è chi suona i tamburi, chi semplicemente cammina, va avanti quasi per inerzia fino alla meta tanto desiderata. 
Tutto intorno gente, gente e ancora gente... e le tende dove dormono, file infinite di bagni allestiti per l’occasione, militari a piedi e a cavallo che si occupano di mantenere la sicurezza e l’ordine, e che severissimi allontanano i non autorizzati, senza occuparsi troppo se sotto gli zoccoli dei cavalli finisce qualche essere umano. 
Anime erranti mi circondano da ogni lato con sguardi neri e profondi, avvolti da vesti povere, ma pulite, e con la testa spesso coperta da cappelli di lana per affrontare la lunga e fredda notte.
Ognuno vive quel momento da solo, in un intimo e religioso silenzio. 

LE ABLUZIONI
L’arrivo ai fiumi è memorabile.
Questo è per i fedeli il momento più importante: il momento del bagno sacro, aspettato probabilmente una vita intera e che per sempre rimarrà nei lori cuori e nelle loro anime.
La notte è fredda e ancora fonda.
L’illuminazione perfetta. 
Per terra sono accatastati migliaia di abiti e scarpe. Corpi per lo più magrissimi, prevalentemente con barbe bianche e lunghe, e donne seminude, procedono verso l’attesa purificazione immergendosi nell’acqua freddissima del Gange o dello Yamuna che proprio qui si incontrano. Qualcuno cerca di arrivare ad immergersi nell’acqua insieme ai propri maestri, il che rendeva quel momento ancora più sacro e ricco di significato.
Lo spazio in cui si svolgono le abluzioni è piuttosto piccolo e delimitato da galleggianti ed i responsabili della sicurezza sui loro gommoni lavorano per garantire a tutti di poter vivere al meglio il momento.
Qui le correnti sono infatti molto forti e i rischi di incidente, considerando anche la forte densità di persone, potrebbero essere molto alti, ma tutto si svolge per fortuna senza alcun problema e nel migliore dei modi. 
L’esperienza al Kumbh si conclude così, un misto di emozioni fortissime si alternano nella mia testa, pensando che nonostante questo strano mondo possa sembrare a noi occidentali così diverso, lontano ed incomprensibile, la grande umanità, simpatia ed ospitalità della gente mi ha fatto sentire in una grande famiglia e sempre più curiosa di continuare a conoscere, ed immergermi in nuove culture che altro non possono fare che arricchirmi e rendermi migliore.
 

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