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Anche i papà devono dire “no”

Passata l’epoca dei “padri della legge”, arriva quella dei padri teneroni

Gio 02 Mag 2019 | di Lucrezia L. | Genitori&Figli
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Devo fare ammenda. In questi anni e in queste pagine in cui ho raccontato qualche squarcio della mia vita familiare, ho trascurato spesso un personaggio che si aggira per casa dando il suo fattivo contributo alla costruzione del racconto: spesso accompagna i ragazzi a scuola, li nutre, capita che paghi le bollette e porti fuori la spazzatura. Insomma, ce la mette tutta! Il suo ruolo tecnico è papà delle nostre due creature (oltre ovviamente a mio compagno di vita). Bando alle ironie: l’ho ingiustamente escluso dai riflettori, nonostante non sia di certo un padre assente, anche se ha un lavoro impegnativo quanto e più del mio. Ci pensavo l’altra mattina guardandolo mentre preparava amorevolmente la colazione ai due famelici lupacchiotti appena svegliati e ancora prigionieri della naturale ritrosia ad uscire dal letto e prepararsi per andare a scuola. “è in gamba il ragazzo - pensavo tra me e me - per essere un uomo, ci sa fare”.

La riflessione non riguarda mica solo me. Si sono scritte milioni di pagine su come è cambiata la vita delle donne, sul fatto che ormai da decenni non sono più solo gli angeli del focolare. E mentre ci concentravamo su questo, la figura del papà, sul fronte familiare, ha subìto una trasformazione altrettanto grande. Gli uomini che fanno figli, spiega nel suo ultimo libro (“Da uomo a padre”) lo psicoterapeuta dell’età evolutiva Alberto Pellai, non sono più “padri della legge”, ma anche padri emotivi, affettivi, teneri, sensibili. Anche troppo sensibili, esclamerà qualche madre dalla lingua tagliente. Di recente mi è capitato di dare uno sguardo ai libri di Matteo Bussola, scrittore che ha visto la sua fama decollare dopo aver pubblicato una raccolta di suoi post su Facebook, che raccontavano il rapporto con la figlia. Bussola scrive cose di questo tipo: “Mentre loro imparano la vita, tu impari a essere padre, cioè impari la tua seconda vita. Che vuol dire smettere di essere e cominciare ad esserci, sapere che quel che c'è passerà presto, riuscire a cogliere la fortuna di quel sorriso tutto per te anche quando sei stanco, la bellezza di quel gioco anche se sei nervoso, la meraviglia di quei sedici chili che vogliono dormire solo addosso al tuo sterno, anche quando sei devastato dalla stanchezza e daresti di tutto per dormire a pancia sotto, senza una manina che ti rovista nel naso. Il fatto è che le tue narici saranno uguali anche tra cinque anni. Quella manina invece no. E pure quella voglia di dormirti addosso se ne andrà e tu maledirai ogni giorno che non te lo sarai goduto, ogni carezza non fatta a quei capelli quando ce li avevi lì a portata e quando lo spettacolo si sarà spostato su altri palcoscenici in cui non potrai essere presente, quando non sarai più in prima fila, ma fuori dalla porta, dormirai apposta sulla schiena solo per ricordare. Essere padre ti insegna a stare sul pezzo, sempre”. Personalmente non mi ritrovo in uno sguardo così “mieloso”. Non che essere genitori sia un’attività priva di poesia, anzi. Ma è una poetica asciutta, dura, piena di momenti indimenticabili, ma anche di fatica, di dubbi, a volte di sincera rabbia e scoramento. Ecco, il papà dei miei figli non ce lo rivedo in parole come queste. Per fortuna. Ma, gusti letterari a parte, che sono personalissimi e sempre rispettabili, è vero che nella loro trasformazione di ruolo, probabilmente anche per reazione verso l’obsoleta figura dei vecchi “padri della legge”, quelli che esistevano solo per mantenere i figli e dettare loro le regole e le punizioni, molti padri sono diventati dei gran teneroni. Sinceramente appassionati del tempo che riescono a passare con i figli, spesso sono fin troppo morbidi e permissivi. Nessun rimpianto per le vecchie figure autoritarie, ma bisogna ricordare che a volte ai figli è necessario anche dire dei no. E non toccherà mica sempre a noi?

 

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