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Luciano Lutring, le 2 vite del bandito

“Solista del mitra” negli anni ‘70, oggi artista multiforme

Ven 01 Ago 2008 | di Valeria Bianchi | Interviste Esclusive
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Questa è una storia di miracoli, ma più che di incenso sa di polvere da sparo. è una storia di malefatte e di perdono, di morti e di rinascita. Una storia che continua ancora oggi, ma che parte da un tempo che non c'è più, quando la criminalità si chiamava malavita. C'è differenza o è solo una questione di parole, un filtro linguistico col quale coloriamo di romanticismo i misfatti del passato? C'è differenza. E per capirlo basta ascoltare Luciano Lutring.

La nascita del mito
Settant'anni e qualche spicciolo, alto e imponente, una testa ancora piena di riccioli, uno per ciascuna delle rapine che ha messo a segno. A conti fatti sono 280, ma è una in particolare ad averlo reso famoso come un divo del cinema, nell'Italia del boom economico, nella quale l'arrivo della ricchezza cominciava a rendere più redditizio anche il mestiere di mariuolo. Lutring, milanese doc, ma con un padre dalle ascendenze ungheresi, un giorno entrò con una custodia di violino in una gioielleria del capoluogo lombardo, la città operaia che ancora nemmeno sognava di diventare “da bere”. Aprì quella custodia ed estrasse un mitra. Tanto bastò a scatenare la fantasia dei cronisti dell'epoca. L'audace colpo del “solista del mitra” titolò l'allora caporedattore del Corriere della Sera, Franco Di Bella. E il mito era creato. «Da allora – racconta Lutring - ogni mia azione creava scalpore. E c'erano giorni in cui mi venivano attribuite rapine in posti diversi allo stesso orario, manco avessi il dono dell'ubiquità». è così che assurge a un altro titolo, quello di “pericolo pubblico numero uno”.

Anni ‘70, Milano violenta
Ma facciamo un passo indietro e uno di lato, per capire come Lutring si meriti questa fama, senza aver mai ucciso nessuno in tanti anni di “onorata” carriera criminale, in quella “Milano calibro 9”, come l'ha battezzata indelebilmente uno film poliziesco degli anni 70 che ha incantato il regista Quentin Tarantino: indietro fino a quell'epoca, di lato verso un'altra storia delinquenziale, quella della “banda delle tute blu” e del loro memorabile colpo di via Osoppo.

E' il gennaio del '58 quando la banda entra in azione. Bloccano il furgone portavalori della Banca d'Italia, sono armati di mitra, ma li usano solo per spaventare, come antidoto a ogni possibile volontà di resistere. Gli unici atti violenti, in tutta la rapina, saranno la martellata vibrata per rormpere il vetro del blindato e impossessarsi di una cifra enorme, e le borsettate di una vecchietta. Quelle borsettate, più di ogni altro elemento di questa storia, sono rimaste nel tempo. La vecchietta che passa durante la rapina non esita un secondo, colpisce gli uomini col mitra e li apostrofa in milanese: “Andate a lavorare”. Da un balcone qualcuno li vede e gli scaglia contro delle bottiglie. Borse e bottiglie contro mitra. Oggi chi lo farebbe? E chi avrebbe il fegato di tirare dritto col piano prestabilito, portar via il denaro senza usare i mitra, senza fare nemmeno un ferito? Eppure è la “Milano calibro 9”, in cui le bande criminali si moltiplicano, e c'è anche chi spara e uccide. Ma non Lutring. Col numero delle bande, si moltiplicano anche i colpi, le ligère, come si diceva allora nel gergo dela malavita.

«Una volta – ricorda l'ex bandito, mentre la mano gli corre a un bicchiere di rosso - entriamo in una banca in piazza Napoli e spianiamo le armi. Il cassiere ci guarda e sbotta: “Ancora!”. Noi siamo stupiti dal suo stupore, ma recitiamo il solito copione: “su le mani, metti qui dentro tutti i soldi”, eccetera. Ma lui ci dice che sono appena passati quelli della banda del Lunedì e hanno già portato via tutto. “Se volete ci sono un po' di spiccioli”, ci invita. E noi gli rispondiamo: “ué, ci hai presi mica per barbùn, torniamo un'altra volta”. Usciamo e andiamo a guadagnarci la giornata da un'altra parte. Ecco, era un'epoca che succedevano cose così».

Rapinatore per caso
E pensare che la “carriera” Lutring l'aveva intrapresa per caso. Nel bar di suo padre alla periferia di Milano ascoltava tutti quei racconti di guerra e sognava anche lui di fare grandi imprese. Per toccare con mano quei sogni si procura una vecchia pistola della polizia canadese, di cui non ci sono nemmeno più in circolazione i proiettili. Ma lui la porta sempre con sé, per farsi grande. Finché un giorno la zia non lo spedisce a pagare una bolletta e alla posta lui batte i pugni sul bancone per farsi ascoltare dall'impiegato che lo snobbava. La pistola per caso fa capolino dalla giacca e il postale pensa a una rapina e gli consegna tutto il denaro. è il primo colpo del “nemico pubblico”. Che intuisce come si possa spalancare la strada verso una vita di soldi facili. Il resto verrà tutto di conseguenza. L'incontro con tante belle donne (cinque delle quali le ha sposate) tra cui Yvonne, l'indossatrice che sarà il grande amore della sua vita, conquistata con uno stratagemma degno del “solista del mitra”. Prima le ruba le valigie, nelll'albergo in cui è in vacanza, sulla Riviera Romagnola, e poi l'abborda con la scusa di ritrovargliele.

Seguiranno mille avventure, colpi geniali, fughe, misfatti e gesti di generosità: «La gente mi voleva bene - ricorda - perché quando rapinavo una banca passavo anche alla cassa cambiali, me le facevo consegnare e le bruciavo. Così contento io, contenti tutti quelli che vedevano il debito estinto». Il tutto annaffiato da amori da romanzo, champagne e serate al night.

2 arresti e 2 grazie
E' la prima vita di Luciano Lutring, che termina in Francia, dove la sua banda si rifugia per scappare alla pressione della polizia. Qui arrivano il ferimento con cinque pallottole, la cattura e la condanna a 20 anni di lavori forzati. «C'è chi va dentro e pensa a come evadere, a come ricominciare. Io no, per me la cattura era la sconfitta definitiva, voleva dire che era finita. Ma per fortuna la vita mi ha offerto un'altra occasione». In carcere, un carcere durissimo, come oggi nemmeno lo si immagina, Lutring scrive e dipinge sulla carta igienica e il suo talento si fa notare. Inizia a lavorare, disegnando cartografie per il governo francese.

Dopo nove anni arriva la grazia del Presidente francese. «Col sistema francese – spiega - lavorando avevo pagato le spese carcerarie, quelle della giustizia e mi era rimasto un piccolo capitale, per ripartire al momento della liberazione. Non come in Italia, dove hanno fatto un indulto generalizzato, che non ha fatto distinzione tra chi meritava di uscire e chi no. E quando è scattato? In agosto. Ma uno che, dopo tanto tempo in cella, si trova libero nella Milano vuota di agosto, cosa può mettersi a fare? Rubare!». Lutring invece viene rispedito in cella, a scontare le condanne italiane. Altri cinque anni, poi accadrà un fatto eccezionale: anche il Presidente della Repubblica italiano gli concede la grazia.
E' l'unico detenuto d'Europa graziato da due presidenti.

 

La nuova vita di Luciano
Appena uscito, un altro dolore: scopre che Yvonne, ancora innamorata di lui, non ce l'ha fatta ad aspettarlo e si è risposata, ma non trova il coraggio di dirglielo nemmeno dopo una notte d'amore. Lutring lo scopre nel modo più duro, quando un estraneo gli apre la porta di casa. Ma lui ha deciso già da quattordici anni che la vecchia vita è finita. Se ne andrà ingoiando l'amaro e augurando ai due felicità. Che non durerà, perché Yvonne morirà di cancro dopo meno di un anno.

Ancora un dolore, e non l'ultimo, nella nuova vita di Lutring. Inizia una vita da celebrità: la sua storia diventata un film di Carlo Lizzani, viene invitato in tv a raccontare come si fa a rinascere e ricominciare una nuova vita, i suoi quadri e i suoi scritti vengono apprezzati. Arriveranno anche tre figli, le gemelle Katiusha e Natasha e Mirko, che morirà in un assurdo incidente: restando fulminato, mentre nuota nel Lago Maggiore, a causa di un cavo dell'alta tensione scoperto. Lutring non farà nemmeno causa all'azienda elettrica: «Io sono stato perdonato, è giusto che perdoni a mia volta. Ma dopo la morte di Mirko, mia moglie scivolò nel dolore e il matrimonio andò in crisi». Il giudice, altro caso raro, affiderà al papà le gemelle. «Ora sono due ragazze grandi e vivono lontano, ma io mi preoccupo per loro. La notte non riesco a dormire se so che sono uscite e non mi chiamano al rientro». Proprio così, il “pericolo pubblico numero uno” teme il crimine di oggi. «C'è tanta arroganza anche nel modo di delinquere oggi e anche la mia Milano non la riconosco più. Io non ho lasciato morti dietro di me».

E' fatto così Lutring, invoca il rispetto della vita “per chi se lo merita”, ha pagato un conto salato ed è grato per le occasioni che ha avuto, e del crimine di oggi critica la mancanza di un'etica, per quanto delinquenziale. «Volevamo conquistarci soldi, bella vita e avventura. Ma se pensi di essere in gamba lo dimostri, mica rapini la pensione alle vecchiette».

C'è una morale anche nel vivere fuori dalle regole, ma alle regole oggi si crede sempre meno. Lutring però non è uno che vive di rimpianti, e, anche se dice di essere “un uomo che ha corso tanto e ora vorrebbe riposare”, gira con sottobraccio l'ultimo progetto, un giallo in cerca di editore. E risalendo sulla sua vecchia Volvo ti saluta con una battuta: «Sono contento che presidente del Consiglio sia diventato uno ricco. Sai com'è, in caso dovessi riprendere la mia attività, riaprire la mia partita Iva - e aggiunge, mimando una pistola -: così per far fare un po' di ginnastica al dito».

 


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