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Donne nello sport

Il 30% circa dei tesserati nelle Federazioni sportive è donna, con punte di eccellenza nel nuoto, nella boxe, nella scherma e nel calcio... ma non chiamatele (per ora) lavoratrici

Gio 30 Mag 2019 | di Angela Iantosca | Attualità
Foto di 21

Hanno forza e determinazione. Ottengono risultati straordinari nelle gare internazionali. E, se sono mamme, riescono anche ad allattare a bordo campo. Sono le ragazze del nuoto, della scherma, dei tuffi, della boxe e anche del calcio. Ma non chiamatele lavoratrici, perché loro non godono degli stessi diritti dei maschi. Per ora. Perché a loro, per fortuna, da anni, ci pensa un’associazione fatta da ex sportive che pensano sia naturale tutelare i diritti dei lavoratori, a prescindere dal sesso. In questo speciale sulle donne nello sport abbiamo dato voce alla prima italiana della boxe arrivata ad una Olimpiade, Irma Testa, alle Valkyrie, la squadra di rugby del modenese, alla ex pallavolista Luisa Rizzitelli, che dal 2000 ha fondato “Assist”, a difesa di tutte coloro che ogni giorno si allenano per essere le migliori...                



 


TESTA, CORAGGIO E DETERMINAZIONE

Irma Testa: l’amore per il ring, il legame con Zurlo, le delusioni, le vittorie e quei calzini e slip sempre uguali...

Angela Iantosca

Non ci aveva mai pensato alla boxe Irma Testa. Lei, bambina di Torre Annunziata, poco interessata allo studio e ai libri. Poi un giorno, come la sorella più grande, sale sul ring. Ha 12 anni Irma, un corpo esile e poco adatto a questo sport, che si può cominciare a praticare a 6 anni. Ma a lei non importa. Perché quel giorno scopre che le piace l’odore di quella palestra, scopre le corde intorno a quello spazio che è un’isola, protezione e prigione, scopre che combattere fa per lei. E da quel ring non scende più.
«Mi è piaciuta subito la situazione di competitività. Anche se all’inizio nessuno voleva che stessi lì, alla Boxe Vesuviana, anche per la mia corporatura fragile. Ma a sostenermi ci ha pensato  Zurlo che, prima di essere il mio maestro, è stato un padre premuroso, presente sempre, anche al di fuori delle competizioni».

Il primo incontro quando è avvenuto?
«Quasi subito, nella mia palestra, nel mio quartiere. È stata una bella sensazione. Vinsi prima del limite… anche se avevo molta paura e ansia».

Che cosa è un limite per te?
«Una cosa oltre la quale non andare, perché dall’altra parte non puoi controllare le emozioni e la volontà. Quando salgo sul ring, mi pongo dei confini: non devo strafare e perdere la testa. Non devo andare oltre, perché altrimenti spreco tutte le cartucce: non devo farmi prendere dalla troppa voglia di vincere che non fa ragionare».

Che rapporto hai con il tuo ex maestro Zurlo?
«Un rapporto speciale: lui mi è stato accanto anche fuori dalla palestra; mi aiutava quando avevo problemi a scuola o altre difficoltà. Non avendo un padre molto presente, lui l’ha sostituito… Ora Zurlo non è più il mio maestro, ma ci sentiamo e ci vediamo quando torno a Torre Annunziata e mi alleno. Da molti anni, ormai, mi alleno con la Nazionale, ad Assisi».

Quanto ha inciso Torre Annunziata nella tua scelta di fare il pugile e di essere così forte?
«Torre Annunziata ha inciso tantissimo sulla capacità di arrivare a questi livelli. Perché nel mio paese la situazione è difficile: è un quartiere brutto, è una città faticosa da vivere, dalla quale sono sempre voluta fuggire... Penso che la fame di questi posti e la mia voglia di andare via era talmente forte che ho trovato questa opportunità nello sport».

Cosa sognavi da bambina?
«Avevo le idee molto chiare: sognavo di andare via, di crearmi un futuro. Non mi piaceva la mia vita, non mi piaceva il modo in cui si viveva lì. Volevo diventare qualcuno o qualcosa… e alla fine sono diventata una atleta».

Torni mai a Torre?
«Torno di rado, perché quando non sono ad Assisi, non vado a casa, ma sto a Roma». 

Che differenze ci sono nello sport tra maschi e femmine?
«Senza dubbio molte donne atlete non fanno di una passione una professione, a meno che non entrino in Polizia, come me (Irma Testa è nel gruppo sportivo Polizia di Stato - Fiamme Oro - ndr) o nell’Arma o nella Guardia di Finanza per essere tutelate come lavoratrici. Sicuramente penso che, arrivati a certi livelli, il trattamento diventi lo stesso. L’inizio per una donna è molto difficile».

Come viene vista una donna nella boxe?
«Il mondo della boxe è prettamente maschile e, se non sei preparata ai pregiudizi e agli stereotipi, ti senti discriminata, anche perché i risultati non sono mai uguali a quelli di un uomo. Poi, con il tempo, ti fai uno scudo, capisci che è quella la tua carriera e cominci a fregartene del giudizio degli altri!».

Boxe e femminilità: conciliabili?
«Sei femminile facendo tutte le cose che fa una qualsiasi ragazza della tua età… Io, per esempio, metto i vestiti nonostante abbia muscoli impressionanti e mi sento molto donna!».

L’esperienza di “Butterfly” come è nata?
«All’inizio ero titubante perché si invadeva la mia famiglia. Ma l’idea principale era di far vedere al mio quartiere che, se si vuole, si può uscire da certe situazioni. Allora ho accettato, perché la causa era giusta. E nei quattro anni di lavoro, ogni persona del mio paese ha contribuito in qualche modo... insomma con questo documentario abbiamo riunito Torre». 

Tua mamma era d’accordo con la tua scelta di salire sul ring?
«Lei è sempre stata a favore. Anche a mia sorella, che poi ha lasciato, non aveva detto niente. Sicuramente non credeva che potessi arrivare a questi livelli». 

Quando hai capito che c’era stata la svolta?
«L’ho capito quando c’è stato il boom delle Olimpiadi di Rio. Ho pensato: “Cacchio, allora è una cosa seria!”».

Qual è il sapore della vittoria?
«Ti senti che stai ripagando tutti i sacrifici. Prima di salire, hai paura di perdere, non tanto per il risultato, ma perché temi vada perso tutto quello che hai fatto…».

Come si gestisce una sconfitta?
«Dipende dalla sconfitta. Alcune non le gestisci, ma devi prendere sempre il buono. Devi essere cinica e razionale e capire perché hai sbagliato. Se non lo capisci, è difficile. Fino ad ora ho sempre preso il meglio, analizzando gli aspetti negativi, cosa si è sbagliato nella preparazione. Perché la sconfitta sul ring dipende sempre dagli errori nella preparazione. Se vai a combattere, lo fai perché pensi di avere le carte in regola, dopo un’ottima preparazione. Se perdi, vuol dire che hai sbagliato qualcosa prima del ring».

Prossimi obiettivi?
«Quest’anno l’obiettivo sono le qualificazioni olimpiche per Tokyo 2020. Determinanti saranno i mondiali a ottobre in Siberia, dove dovrò arrivare in forma. Per gli altri campionati, come gli europei, potrò arrivare meno in forma!».

Quanto ti alleni e dove?
«La mia preparazione è ad Assisi, lontana da casa. Mi alleno due volte al giorno. Faccio allenamenti fisici e tecnici, pugilato e forza. Insomma, allenamenti specifici: intensi lontano dalle gare, meno intensi, nel senso che diminuisce il carico di lavoro, quando sono a ridosso di una gara, perché, per arrivare in forma, devi ridurre il carico».

Dieta dell’atleta?
«Dipende da come stai con il peso, se sei in un periodo di preparazione mangi pochissimo. Se sei in un periodo che stai bene con il peso, cerchi di mangiare più possibile cose che ti fanno bene».

Quali caratteristiche deve avere un pugile?
«Il fisico non conta. L’unica caratteristica è la determinazione… I muscoli te li crei lavorando e ogni sport potenzia muscoli diversi, ma senza determinazione e coraggio non si può salire sul ring!».

È mai successo che dicessi: “Basta, fa troppo male questo sport”?
«Non ho mai detto questa frase riferendomi al dolore fisico. Ma c’è stato un momento in cui volevo smettere a causa della delusione per la sconfitta…». 

Riti scaramantici prima della gara?
«Faccio sempre tutto nella stessa maniera… Prendo il caffè alla stessa ora e poi uso sempre gli stessi slip e calzini!».                                          

La prima all’olimpiade
Ha da poco vinto gli Europei Under 22 in Russia, è la prima pugile italiana ad aver disputato un'Olimpiade (Rio 2016). Nel suo palmarès un argento alle Olimpiadi giovanili di Nanjing 2014 e le medaglie d'oro ai Mondiali e agli Europei juniores 2015. Il suo prossimo obiettivo è la classificazione alle Olimpiadi 2020. 

BUTTERFLY
è stato presentato ad aprile “Butterfly” il film documentario che vede protagonista Irma Testa. Girato da Alessandro Cassigoli e Casey Kauffman, una produzione Indyca con Rai Cinema, distribuito da Istituto Luce Cinecittà, racconta il quotidiano di Irma che, a solo 18 anni, è già una campionessa di boxe. Il suo  successo  è  un risultato notevole per una ragazza cresciuta in un paese difficile. Tuttavia più Irma riesce nel suo percorso sportivo, più si rivela fragile nel suo percorso interiore. Trascorre mesi nei ritiri di allenamento lontano da casa, sotto  pressione  e  con  enormi aspettative nei suoi confronti. Il maestro Lucio Zurlo ha 78 anni ed è il primo allenatore e l’unica vera figura paterna per Irma a conosce meglio di altri la natura distruttiva delle aspettative nei confronti della giovane campionessa. Prima pugile donna italiana della storia a qualificarsi alle Olimpiadi, Irma si ritrova con i media incessantemente addosso ed è dura per lei tornare a casa senza medaglie. Ma è la delusione e la lontananza dai riflettori a ridarle la carica... 



 

LE VALKYRIE DEL RUGBY

Le ragazze della squadra modenese tra poppate, partite e terzo tempo

Emanuele Tirelli

La sua foto, mentre allatta sua figlia in panchina dopo aver segnato una meta, ha fatto il giro del web, ma per lei è stato un gesto assolutamente normale. «Gioco a rugby anche se sono femmina, ho una figlia, c’era l’esigenza di darle da mangiare e l’ho fatto. Evidentemente, invece, c’è ancora l’idea che una donna, dopo il parto, pure se sta bene, debba starsene a casa con il proprio figlio».
Alice Fontana ha 28 anni ed è una delle Valkyrie (Coppa Italia regionale a 7) della società Highlinders Formigine Rugby, in provincia di Modena, dove ha iniziato tre anni fa.

Cosa pensi della separazione che viene fatta spesso tra sport maschili e femminili?
«Sono convinta che qualsiasi sport possa essere praticato sia dalle donne che dagli uomini: se un uomo fa danza classica, una donna può anche giocare a rugby. Inoltre, come si dice, non c’andiamo affatto piano. E questo non va considerato uno sport violento. D’altronde, è molto più facile vedere chi si calca gli stinchi durante una partita di calcio. Questo sport è d’impatto, sicuramente, ma molto disciplinato». 

C’è anche la tradizione rugbistica del “terzo tempo”.
«Esatto. È immancabile. Siamo rivali in campo fino al fischio finale dell’arbitro, poi ci abbracciamo e andiamo insieme a prendere una birra e a mangiare qualcosa».

Tua figlia ha sei mesi. Come hai fatto a conciliare tutto?
«Quando ho saputo di essere incinta, ho smesso di allenarmi, per poi riprendere un mese e mezzo dopo il parto. È stato abbastanza faticoso, perché ho ritrovato una squadra cresciuta rispetto a quando l’avevo lasciata, e all’inizio, di notte, ho risentito un po’ degli allenamenti. Poi, piano piano, sono ripartita regolarmente. Non è semplice. Magari vedi le tue compagne che, alla fine dell’allenamento, fanno la doccia ed escono insieme. Io invece scappo, allatto mia figlia e faccio la doccia a casa, così lei può addormentarsi a letto. Adesso non è più come prima, ma va bene così».

E con l’allattamento?
«Il mio compagno gioca nella stessa società e, appena sono uscita dall’ospedale dopo il parto, siamo andati al campo da rugby a fare un giro. Quando mi alleno, lui mi segue e sta con nostra figlia nella club house. Se c’è necessità, mi chiama, perché solo io posso soddisfare quell’esigenza. Il mio allenatore capisce e apprezza che vada a giocare e che non resti a casa fino alla fine dello svezzamento. Ma c’è anche da dire che mia figlia sta bene in mezzo agli altri e che mi fa dormire la notte». 



 

Le atlete italiane? eterne dilettanti!

Assist si batte per il riconoscimento delle sportive come lavoratrici 

Angela Iantosca

Luisa Rizzitelli è una di quelle donne che sanno combattere, che una battaglia la portano avanti per anni, senza mai cedere di un passo, che crede nell’uguaglianza e nel rispetto delle regole, che non accetta ricatti e non ha paura di dire ciò che pensa. Ha combattuto per la sua squadra quando era una giovane pallavolista e, dal 2000, combatte per i diritti delle donne nello sport... 
Ma non etichettatela solo come una femminista, sarebbe troppo semplicistico: riconoscetele, invece, la costanza e la determinazione di una persona che crede nel sacrosanto diritto degli esseri umani di essere tutti uguali, prima e a prescindere dalle quote rosa, soprattutto nello sport, dove l’affermazione del contrario sarebbe una semplice contraddizione in termini. 
«Ho deciso di fondare Assist quando, nel 2000, al termine di un convegno in cui si parlava di sport al femminile, notai che tutte le donne intervenute, come la Morace e la Benelli, parlavano del carattere discriminatorio dello sport rosa. Per questo, insieme ad altre cinque amiche, ho capito che era il momento di far nascere un’associazione».

Di cosa si occupa? 
«Assist si occupa di difendere i diritti delle atlete che fanno sport a livello agonistico e tutti i diritti nello sport femminile, anche quindi dei maschi che lavorano nelle squadre femminili. Realizziamo progetti per promuovere la parità di genere, l’abbattimento di stereotipi e sessismo nello sport, anche in un’ottica di prevenzione a comportamenti abusanti».

Quali sono le differenze tra sport maschile e femminile?
«Prima di tutto sono diversi gli investimenti economici. Ma la madre di tutte le discriminazioni è che le atlete in Italia sono dilettanti anche quando lavorano nello sport. E questo vale in tutte le discipline sportive. Per i maschi, invece, ci sono quattro discipline con le quali possono accedere alle leggi dello Stato in tema di tutela del lavoro».

Che cosa significa?
«Esiste una legge dello Stato molto vecchia che ha fissato che Coni e Federazioni devono stabilire quali sono gli atleti che godono dei diritti dei lavoratori. In realtà il Coni avrebbe dovuto emanare una circolare in cui indicava chi fosse compreso in questa categoria. Ma la circolare non è stata mai emanata e la richiesta per ottenere il riconoscimento è arrivata solo da quattro Federazioni di quattro sport, calcio, basket, golf e il ciclismo. Ma solo nella versione maschile».

Questo comporta che le donne sportive non sono riconosciute come lavoratrici e quindi non godono dei diritti dei lavoratori? 
«È assurdo e anticostituzionale, oltre che offensivo e irrispettoso, ma è così. Sono venti anni che combattiamo questa battaglia. Ci tengo a dire che per venti anni abbiamo fatto questa battaglia in assoluto silenzio, senza nessun sostegno, tranne da parte di pochissime atlete. Le altre associazioni di categoria non ci hanno aiutato e hanno fatto fatica ad aiutarci anche i politici, perché il sistema sportivo è molto chiuso in se stesso…».

Ma qualcosa si sta muovendo?
«Ad aprile il Ministero del Lavoro ha aperto un Tavolo tecnico sul lavoro sportivo con tutte le componenti dello sport italiano e noi ne facciamo parte. Crediamo che a questo risultato si sia arrivati sia per la sensibilità del Sottosegretario Giorgetti e del Sottosegretario Valente, sia perché Assist ha sollevato questo problema ovunque con stoica determinazione, facendolo diventare di dominio pubblico. Oggi la questione “diritti di atlete e atlete che fanno dello sport la loro professione” non è più rimandabile e verrà affrontato grazie ale battaglie portate avanti dalle donne».

Qual è il vostro obiettivo?
«Vogliamo avere il riconoscimento del lavoro sportivo anche alle donne e che siano loro riconosciuti pari diritti. Se non sei riconosciuta come lavoratrice, non avrai nessuna tutela (per esempio la maternità) e non a caso molte di loro fanno altri lavori.  Inoltre, la distorsione dovuta alla mancanza di tutele per gli atleti e le atlete che lo fanno per professione, ma che non sono riconosciuti come lavoratori, è che tutti gli atleti di élite finiscono nei gruppi militari, dove possono godere della tutela della maternità, della tredicesima e della quattordicesima. Da un anno siamo riusciti ad ottenere un fondo a sostegno delle atlete in maternità e questo Governo ha confermato per altri tre anni».

Cosa succede ad un’atleta che rimane incinta? 
«Va a casa. Noi abbiamo denunciato le clausole antimaternità, che ho firmato anche io ai miei tempi, quando le cose erano molto diverse, non c’era nessuna consapevolezza e nessuna battaglia».

Quali altre attività svolgete?
«Ci occupiamo dei diritti collettivi, facciamo attività di formazione per educare gli allenatori ad avere giuste relazioni di genere».

Quante siamo nello sport?
«In Italia ci sono 4 milioni e mezzo di tesserati con le Federazioni sportive. Le donne sono un 30% circa… E vincono tantissimo, con punte di eccellenza nel nuoto, nei tuffi, nella scherma, nella pallavolo e anche nel mondo del basket, senza dimenticare che la Nazionale di calcio femminile va ai mondiali, i maschi no!».

Cosa hanno di più le donne nello sport?
«Le donne hanno la determinazione di chi sa di dover scalare una montagna quando affrontano un percorso, una capacità di resistenza e di applicazione della determinazione eccezionale».

Che differenza con l’estero?
«All’estero c’è un maggiore riconoscimento del lavoro sportivo femminile e soprattutto all’estero il professionismo e il semi professionismo esistono da venti anni!».

Forse anche il Coni avrebbe bisogno di diventare un po più rosa?
«Probabilmente avrebbe bisogno di una grande immissione di donne. Questo è una cosa che deve accadere e anche Malagò lo sa…».                   
Assist dal 2000
Il 3 marzo 2000 Luisa Rizzitelli (nella foto quando giocava a pallavolo), Manù Benelli (mito del volley), Eva Ceccatelli, Sara Pasquale, Vanessa Vizziello presentano a Roma, con il patrocinio e il sostegno del Telefono Rosa, Assist Associazione Nazionale Altete. Al loro fianco grandi nomi dello sport femminile, come la Morace. 

 

 


Quando il calcio crea unità nazionale

Dopo 20 anni la Nazionale femminile torna ai mondiali che si disputano dal 7 giugno al 7 luglio in Francia 

Angela Iantosca

I mondiali, ammettiamolo, rappresentano un momento importante nelle relazioni umane italiane, perché, finalmente, davanti a quel pallone che corre veloce su un campo lungo 105 metri maschi e femmine depongono le armi e si trovano concordi nel soffrire a bordo tv e a lanciarsi verso il soffitto all’occorrenza. è anche l’unico momento in cui sono ammessi spargimenti vari di pop-corn sul pavimento, birra colante dal tavolo, tovaglie di carta, trombette strombettanti e nessun orario da imporre ai figli per filare a letto (tanto è vacanza!). Insomma, il calcio è quella cosa per cui l’Italia ritrova l’unità nazionale che tanto facciamo fatica a rintracciare in qualsiasi altro àmbito. 
Da alcuni anni, tuttavia, l’assenza di questo momento di unione, a causa delle pessime figure internazionali dei maschi sui campi di calcio (nel 2018 non siamo riusciti a classificarci), sta togliendo anche quella pia illusione di avere almeno un motivo per “restare uniti”, come diceva Morandi. 
Ma il vento è cambiato, come direbbe Mary Poppins (che forse sapeva anche giocare a calcio, visto che come segno particolare aveva la perfezione) e ora ad avere in pugno le sorti dell’Italia - incredibile dictu, se pensiamo ai discorsi da bar dello sport che ogni giorno si possono intercettare - sono le donne che a giugno porteranno in Francia il Tricolore, guidate dalla ex giocatrice Milena Bertolini che, insieme a Carolina Morace, è l’unica a possedere il titolo per allenare una squadra di Serie A maschile e che, soprattutto, è riuscita a riportare l’Italia ai mondiali dopo venti anni! In programma dal 7 giugno (si comincia a Parigi) al 7 luglio (si chiude a Lione), i mondiali vedono l’Italia nel girone C con Australia, Brasile e Giamaica. Noi giocheremo la prima partita a Valenciennes contro l’Australia. La seconda sarà il 14 giugno a Reims contro la debuttante Giamaica, al primo mondiale. 
L’ultimo match del girone sarà il 18 giugno ancora a Valenciennes contro il Brasile.               

Acqua&Sapone e lo sport
Valentina Vezzali, la schermitrice italiana più vincente di tutti i tempi, e Martina Vismara, atleta Special Olympics, sono state volto della campagna #IoAdottoUnCampione che si è svolta in tutti i punti vendita Acqua&Sapone in occasione dei Giochi Mondiali 2019 Special Olympics, il movimento globale che, attraverso lo sport, sensibilizza le comunità di tutto il mondo circa la tematica della disabilità intellettiva. I Giochi, che si sono svolti ad Abu Dhabi, negli Emirati Arabi, a marzo, hanno visto partecipare 115 azzurri che hanno vinto 107 medaglie (21 ori, 41 argenti e 45 bronzi). I prossimi Giochi saranno nel 2023 a Berlino.

 

 

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