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Francesco Renga: Prima dell’altra metà

I cinquant’anni, un nuovo disco, l’amicizia con Nek e Pezzali, la vita privata e quella voce delle donne...

Gio 30 Mag 2019 | di Nadia Afragola | Interviste Esclusive
Foto di 7

Francesco Renga è una tra le più grandi voci del panorama musicale italiano. Non ha bisogno di presentazioni, sarà per via dei 35 anni di carriera. Oggi è diventato grande, a 50 anni suonati, si rimette in gioco, ascolta le esigenze dei figli e pubblica un album che è consapevolezza. Sembrano appartenere ad un'altra vita gli anni ’90 che lo vedevano vestire i panni del frontman di uno dei maggiori gruppi rock dell’epoca, i Timoria.  «È sempre molto difficile raccontare un album - dichiara il cantautore -.  È come cercare di raccontare qualcosa che è successo nonostante te, a tua insaputa. E non è semplice descrivere quello che in maniera inconsapevole, quasi misteriosamente, ha preso forma, quel qualcosa che avevi bisogno di dire».

Cosa è cambiato? 
«Ho capito di avere un’urgenza che nemmeno percepivo, inizialmente. Mi sono così ritrovato a dover parlare di cose che sono uscite dalla mia bocca prima ancora che decidessi di aprirla, prima che me ne rendessi conto, improvvisamente, come un urlo che non puoi controllare. Ho usato la mia “fortuna” per raccontare il mio universo... la visione che ho del mondo e della mia vita. Scrivendo canzoni». 

Cosa rappresentano le canzoni?
«Rappresentano, insieme alla musica, la forma più popolare e diretta di linguaggio. La musica è una delle forme più evolute del pensiero. Ho cominciato a fare dischi, cantare, suonare, scrivere e raccontarmi con la musica, le parole, la voce... quando tutto era un’altra cosa. Non solo la musica, le canzoni... il mio lavoro, il mio Paese e soprattutto la cosa più importante, per ognuno di noi: la vita. E se la mia vita adesso è altro, è cambiata, le mie canzoni non possono che essere diverse, cambiate a loro volta».

Chi è Francesco quando sveste i panni del Renga? 
«Non ho due facce e tutti voi probabilmente conoscente già il vero Francesco Renga. Quello che sapete di me lo trovate sui miei social, spazio in cui mi trovo magari a condividere momenti in cui sono con i miei figli, mentre li sto accompagnando a scuola. Ho una vita normale, non c’è molta differenza tra l’artista e il padre, o l’amico, il figlio Francesco. Ingenuamente sono sempre sincero e questo spesso mi ha creato dei problemi».

Social. Che rapporto ha con i suoi followers e come tiene a bada gli haters? 
«Non saprei. Ho un rapporto molto bello con chi mi segue, vivo in maniera naturale i social, mi tengono connesso con il mio pubblico e ho imparato ad apprezzare il mezzo per quello che è».                          

“L’altra metà“ è il suo ottavo album di inediti. Cosa c’è dentro?
«Un punto di arrivo e di ripartenza importante. Cercavo un linguaggio nuovo con il quale parlare al mondo e farmi capire allo stesso tempo. Un linguaggio che fosse compreso anche e soprattutto dai miei figli, sentivo l’esigenza di essere connesso a quella generazione e alle loro nuove forme espressive. Parliamo di un percorso, il mio, iniziato sei anni fa. Nel disco trovate quel linguaggio che ho a lungo ricercato e una nuova consapevolezza, risultato naturale di una crescita e di un percorso iniziato 35 anni fa. Serve rispetto per quello che si è fatto, è facile sbagliare quando cerchi qualcosa e non hai ancora trovato ciò che ti rappresenta appieno. La mia cifra stilistica però non è cambiata. È il disco dei miei 50 anni, quello della maturità, quello che precede l’inizio dell’altra metà della storia».

Si è parlato di un dichiarato tentativo di svecchiare certe melodie. Vuole cambiare il target di riferimento?
«No, non volevo svecchiare le melodie. Sono diverse, mai vecchie, funziona come in cucina che certi piatti della tradizione si fanno contemporanei. Ero alla ricerca semplicemente di qualcosa che mi tenesse nel presente musicale, con i piedi per terra e avevo ancora voglia di mettermi in discussione. Non mi sono mai seduto sugli allori, è stato sei anni fa che mi sono accorto che la musica stava cambiando e non ringrazierò mai a sufficienza i miei figli per aver contribuito a questa presa di coscienza».

È cambiato anche il modo di fare musica oltre che di fruirla?
«Decisamente, è cambiato il processo creativo ed è tutto più veloce, anche la scrittura, radicale e rapida. Basti pensare anche solo alle piattaforme tipo Spotify, dove ora acquisti e ascolti la musica. Pochi anni fa per comprare un disco andavi nei negozi, oggi certi gesti sono venuti completamente a mancare. Oggi ci siamo abituati a sentire strofe scritte in modo completamente diverso, sono più serrate, sono cambiate le melodie. Ecco perchè ho dovuto fare una ricerca vocale differente: oggi una canzone come “Angelo” non potrebbe nascere. Se penso alla scena rap e trap ho a che fare con cambiamenti ancora più radicali».    

I nuovi autori l’hanno in parte folgorato, poi sono arrivati i suoi figli che hanno avuto un ruolo nel definire i contorni di un album che pare chiudere un cerchio. Chi apprezza del panorama musicale attuale? 

 

«Ho collaborato con Ultimo che considero un talento assoluto, poi anche con Gazzelle. Mi piace il modo di scrivere a dir poco contemporaneo di Calcutta, ascolto il suo disco e sono canzoni che in realtà potrebbero essere uscite negli anni ’60. Bello ciò che succede intorno ad Achille Lauro, ancora diverso rispetto ai nomi appena fatti, ma più vicino a certe cose che facevo io con i Timoria alla fine degli anni ’90, poi penso al rock degli anni ’70 e rivedo alcune cose di Ghali. Come vedete la tavolozza è molto colorata e si fa luminosa anche grazie a tanti autori con i quali ho avuto il piacere di collaborare, penso a Paolo Antonacci, Davide Simonetta, a Luca Serpenti. Ho sempre cercato autori e artisti con un linguaggio innato e naturale, per cui non era difficile entrare in sintonia».

Ha preso parte al Festival di Sanremo “per fare pace con tante cose di se stesso”: cosa intendeva?  

 

«Quella canzone, “Aspetto che torni”, tratta una tematica molto importante e lo fa in maniera trasversale. C’è sempre da qualche parte qualcuno che ha perso la madre: alla luce di quella mancanza, ho scritto una canzone che tratta nodi e incomprensioni, ma l’ho fatto per la prima volta vestendo i panni di mia mamma. Fino a quel momento avevo sempre scritto da figlio e mai da genitore, poi a 50 anni cresci e cambi il tuo punto di vista».  
 


Ma sul serio la voce degli uomini è più bella di quella delle donne (a proposito della polemica per delle dichiarazioni nel dopo Festival)? 

 

«Non ho mai detto questa stronzata… l’unico errore che ho commesso è stato quello di voler essere troppo tecnico in un contesto inadatto a quel tipo di approccio. Chi mi conosce sa cosa penso e infatti non c’è stato nessun problema dopo quell’intervento».

Nek e Max Pezzali, amici e compagni di avventure. Com’è andata l’esperienza del “Duri da battere” tour? 

 

«Quanto ci siamo divertiti? Non saprei. Ripenso anche solo al video della canzone in cui vestivamo i panni degli eroi del cinema d'azione: Max era come Indiana Jones, Filippo un biker spericolato come Ethan Hunt e io un agente segreto in stile James Bond. Un momento bellissimo che mi ha permesso di concentrarmi sul disco con la giusta calma. Questa esperienza ha rafforzato il bel rapporto che già c’era, facendolo diventare anche profondo. Ho sentito Max e ci siamo ripromessi di vederci presto per una cena e un film… ci accomuna la passione per le pellicole di Pozzetto, tipo “La casa stregata”».                   


 

51 A GIUGNO

Francesco Renga, nato a Udine il 12 giugno 1968. Giovanissimo comincia a cantare. Si lega ai Timoria, dai quali si separa nel 1998. Il suo ritorno sulle scene avviene da solista, nel 2000. L’anno successivo vince il premio della Critica a Sanremo, per poi affermarsi nel 2002 con “Tracce di Te”. Ha pubblicato: nel 2000 “Francesco Renga”, nel 2002 “Tracce”, nel 2004 “Camere con vista”, nel 2007 “Ferro e cartone”, nel 2010 “Un giorno bellissimo”, nel 2014 “Tempo reale”, nel 2016 “Scriverò il tuo nome”, nel 2019 “L'altra metà”. Ha avuto due figlie da Ambra Angiolini. 
 

 


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