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In attesa di un nuovo sogno

Giorgio Carpinteri, pennino di punta del fumetto italiano e internazionale, dopo ‘Aquatlantic’ promette nuove storie

Gio 30 Mag 2019 | di Angela Iantosca | Attualità
Foto di 7

Basta osservarlo mentre disegna, sul suo tavolo in salone, con le sue matite ben temperate, la luce soffusa e i gatti che gli girano intorno, per cogliere in lui qualcosa che ha a che fare con il divino. Come accade quando si osserva un artista che si fa veicolo di messaggi, di pensieri, di osservazioni della relatà, ma che da questa realtà sembrano prendere le distanze, assumendo piuttosto il carattere di visioni e intuizioni. Il vero talento, prima dell’abilità manuale, di Giorgio Carpinteri. Vignettista di fama nazionale e non solo, ha cominciato alle elementari per poi proseguire da autodidatta, fino ad arrivare a collaborazioni prestigiose, al teatro, al cinema, alla tv e alla sua ultima graphic novel “Aquatlantic”. 

«Disegnavo come tutti i bambini, solo che io non ho mai smesso… Certo avevo l'onore di essere esposto in classe, con un numero di ‘lavori’ esposti superiore a quello degli altri bambini!».

Cosa disegnavi?
«Cose assurde. Me ne ricordo uno in particolare di disegno, un albero che aveva due tronchi. Un albero modificato geneticamente, con due tronchi che si congiungevano. Una specie di arcobaleno-albero».

Quanto il saper disegnare  dipende dalla mano e quanto dalle idee?
«Nella mia vita ho conosciuto tanti disegnatori, come Andrea Pazienza, evidentemente dotati di un dono di natura. Perché il dono di natura esiste. Ci sono bambini che sanno già disegnare o bruciano le tappe senza aver bisogno di grandi maestri, grazie ad un grandissimo spirito di osservazione con il quale riescono mnemonicamente a riprodurre cose, per le quali io, ancora oggi, ho bisogno di una grande documentazione. Nel mio caso il dono di natura più che altro è una visione, una passione, un desiderio che si è trasformato poi in possibilità. Le potenzialità sono varie: c'è chi ha più possibilità di raffigurare quello che immagina, chi di meno, ma trova nei propri difetti o limiti i punti di forza… che poi è il vero segreto».

Come hai coltivato i tuoi talenti?
«Ho frequentato il Liceo Classico e poi il Dams a Bologna. Sarei voluto andare in  Accademia: i miei non vollero. È stata l'unica cosa che non mi hanno concesso. Ma non ho nessun rimpianto, perché alla fine credo che avere tanta tecnica sia una scorciatoia per arrivare prima a dei risultati. Mentre, essere autodidatta ti dà la possibilità dell'originalità. Magari fai delle cose sbagliate, ma sono tue. Conosco disegnatori che adoro, che realizzano anatomie straordinarie di supereroi, con una visione dell'anatomia umana tutta particolare, personale e spettacolar. Non c'è bisogno di essere esperto di anatomia umana come molti autori michelangioleschi: si può non esserlo e ottenere risultati che con tanta tecnica non ottieni, proprio perché sei meno perfetto, sei più difettoso. Sono i difetti che creano affezione!».

Cosa si prova alla prima pubblicazione? 
«E' una bella sensazione. Dopo due tre volte che ti vedi stampato fuori dal tuo tavolo, ti viene da dire: “Sembro uno di loro!”… lì ti convinci che hai superato la soglia critica del dilettante e ti illudi di essere un professionista; è un click che ti fa sentire più forte, sembra un miracolo che non pensi di meritare, perché eri convinto di essere lontano dalla pubblicazione».

Qual è stato il primo lavoro?
«Io ho cominciato a pubblicare a 17 anni. Ricordo che andai da uno che si chiama Franco Grillo, che già nel nome sembra il personaggio di un fumetto. Era un signore di Roma che apprezzava i miei disegni: aveva una rivista “amatoriale”, ma bella, ”Gulliver”, in cui pubblicò una storia di cinque pagine, la mia prima storia, sul tema tristissimo dell'abbandono dei vecchi, in forma fantascientifica, in una società che non prevedeva la vecchiaia… che poi è un po' il tema di oggi».

Quali fumetti leggevi?
«Bonelli, da Tex Willer ad Alan Ford, che è stato l'unico che mi ha fatto ridere come si ride al cinema. Leggevo i supereroi, i classici. Da un certo momento in poi la mia lettura è stata pilotata dal disegnatore di turno che mi piaceva. Acquistavo dall’America, in epoca pre-internet, tramite uno spacciatore di fumetti che viveva a Reggio Emilia. Lui mi dava la lista dei fumetti che aveva del disegnatore che mi piaceva, io prenotavo e pagavo con i miei risparmi!».

Il fumetto era una cosa da maschi: oggi?
«Un tempo sì. Ora, per fortuna, ci sono sempre più autrici donne e questo sta avendo un’influenza anche sulle storie!».
 
Sei passato anche per la tv: cosa cambia?
«Ho lavorato per scenografie teatrali, per illustrazioni di moda, ho ispirato un film con il mio lavoro “Polsi Sottili” e poi è arrivata la tv che mi chiamò come art director di un programma che rappresentava la frangia più innovativa della tv di RaiUno dell'epoca. La cosa sorprendente è che di ciò che ho fatto in tv non rimane nulla. Mentre, nel 2019, ho girato per 4 mesi con le mie tavole realizzate 30 anni fa, con tanta gente che è voluta venire a vedere, a conoscermi e a comprare, trovando i lavori contemporanei. E questo è un grande insegnamento. Io ho sempre avuto l'esigenza di lasciare traccia di me, quindi questa strada è quella giusta».

Dove nasce l'ispirazione?
«Ci sono varie modalità. A volte le storie sono state frutto di un sogno. Ma, a parte il periodo del sogno, le storie nascono spesso dai titoli: il titolo è un seme che contiene tutta la storia. Ora sto lavorando su una storia che ha questo titolo “Non sono quel tipo di ragazza”». 

Ai ragazzi che si affacciano questo mondo, cosa si richiede?
«Quello che si richiedeva un tempo: grande desiderio, passione autentica nel modo di raccontare attraverso i propri occhi e il proprio cuore, nel creare un piccolo mondo con nulla: basta la carta e la testa… non è come il cinema per il quale servono tanti soldi e tante maestranze. Quella del fumetto è un'arte povera, ma che ti dà una grandissima libertà!».

Che rapporto hai con le tavole, una volta pubblicate?
«Quando vendo le tavole ad una mostra sono felice, ma vivo il trauma del distacco… Diciamo che non sono un buon papà: sono possessivo, perché non le voglio dar via, ma nello stesso tempo sono ipercritico verso me stesso. A volte finisce per piacermi quello che faccio dopo un po' di tempo che l'ho fatto».

Questione di umiltà?
«Direi accanimento e masochismo!».

E con i personaggi che rapporto hai?
«Alcuni sono molto amichevoli e sono con loro in buoni rapporti, altri li ho delusi e non mi rivolgono più la parola. Non penso a loro come delle persone viventi, ma come delle occasioni per dire qualcosa, a volte».

Come è nato “Aquatlantic” pubblicato nel 2018 per Oblomov?
«In un momento in cui siamo sopraffatti da notizie negative, ho sentito il bisogno di dare un altro punto di vista, vicino, ma lontano dall'umanità, per vedere con occhi anche ironici la nostra vita. Un punto di vista che metta in discussione il sopravvalutato concetto di intelligenze che noi uomini di superficie ci attribuiamo. Quindi ho immaginato una civiltà primigenia da cui deriviamo. Loro sono rimasti sul fondo in una piccola comunità che, per noi, è diventata leggenda, nel senso che ai nostri occhi non esistono o non sono mai esistiti. Invece, nella mia storia penso che esistano e che ci guardino con uno sguardo benevolo, ma anche preoccupato e ironico».

E domani?
«La mostra è chiusa, ma girerà ancora. Continuo a produrre storie per Linus e poi scriverò una nuova storia sulla quale sto già lavorando, in attesa del prossimo sogno… che sarà migliore del precedente».                               


 

Dai polsi all’Aquatlantic

Nato nel 1958 a Bologna, Giorgio Carpinteri dal 1978 è autore di fumetti (disegno e sceneggiatura) pubblicati in Italia e all’estero. Dopo l’esordio sulla rivista “Il Mago”. Dal 1986 ha collaborato a molti programmi televisivi in qualità di art director e autore per Rai1, Rai2, Rai3, Tmc. Ha esordito con il romanzo a fumetti “Polsi Sottili”. Nel 2018 è tornato al romanzo con Aquatlantic (Oblomov edizioni).
 

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