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Agenda Onu 2030: L'Italia è in ritardo

Quattro anni fa il nostro Paese si impegnò a raggiungere i 17 obiettivi delle Nazioni Unite, ma manca ancora una visione coordinata delle politiche da adottare

Gio 30 Mag 2019 | di Domenico Zaccaria | Attualità
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Un nuovo paradigma rispetto a un modello di sviluppo che si è fatto insostenibile. Declinato in 17 obiettivi che vanno dalla lotta alla povertà all’energia pulita, dalla parità di genere al lavoro dignitoso. Il 25 settembre del 2015, insieme ad altre 193 nazioni del mondo, l’Italia si è impegnata a perseguirlo sottoscrivendo l’Agenda 2030 per lo Sviluppo Sostenibile dell’Onu. Sono trascorsi quasi 4 anni e a livello globale sono sorti problemi e tensioni su diverse tematiche: basti pensare al cambiamento climatico, con arretramenti e contrasti tra Paesi e aree geopolitiche, oppure all’aumento dei fenomeni migratori, che sta mettendo a dura prova la collaborazione internazionale e la solidarietà tra gruppi sociali. Ma nel frattempo diversi Paesi sono dotati di politiche articolate e vincolanti per raggiungere i 17 Goals delle Nazioni Unite. Il 2030, infatti, sembra un orizzonte lontano, e invece è molto più vicino di quanto sembri perché impone di ripensare le attuali strategie, orientando in maniera diversa le scelte e gli investimenti dal punto di vista economico, sociale e ambientale.

A CHE PUNTO E' L’ITALIA
Una partita che l’Italia rischia seriamente di perdere. A fare il quadro della situazione è l’Alleanza Italiana per lo Sviluppo Sostenibile, nata per diffondere la cultura della sostenibilità e la conoscenza dell’Agenda 2030; una realtà che, con i suoi oltre 200 aderenti, rappresenta la più grande rete di organizzazioni della società civile mai creata nel Belpaese. Dal Rapporto annuale dell’ASviS emerge come negli ultimi anni l’Italia sia peggiorata in ben cinque aree: povertà (Goal 1), condizione economica e occupazionale (Goal 8), disuguaglianze (Goal 10), condizioni delle città (Goal 11) ed ecosistema terrestre (Goal 15). Per quattro aree la situazione è rimasta invariata: acqua e strutture igienicosanitarie (Goal 6), sistema energetico (Goal 7), condizione dei mari (Goal 14) e qualità della governance, pace, giustizia e istituzioni solide (Goal 16). Qualche segno di miglioramento, invece, si registra per alimentazione e agricoltura sostenibile (Goal 2), salute (Goal 3), educazione (Goal 4), uguaglianza di genere (Goal 5), innovazione (Goal 9), modelli sostenibili di produzione e di consumo (Goal 12), lotta al cambiamento climatico (Goal 13), cooperazione internazionale (Goal 17).

MANCANO POLITICHE COORDINATE
Un quadro a tinte fosche, insomma, anche se sono sempre più numerosi gli esempi concreti di realtà che stanno cambiando i modelli di business, produzione e consumo, con evidenti benefici anche di carattere economico. Il problema, spiega il portavoce dell’ASviS Enrico Giovannini, “è che nonostante l’interesse crescente della società civile rispetto a queste tematiche, manca una visione coordinata delle politiche per costruire un futuro dell’Italia equo e sostenibile. Si sono già persi degli anni mentre il 2030 è dietro l’angolo, senza contare che molti target vanno raggiunti entro il 2020”. In sostanza, il nostro Paese dovrebbe iniziare a guardare all’Agenda dell’Onu non come a una semplice dichiarazione d’intenti, quanto piuttosto a un quadro complessivo per disegnare il proprio futuro, orientare gli investimenti e costruire nuove opportunità di collaborazione tra le diverse componenti della società. Urge un’accelerata, perché dal 2015 a oggi già troppo tempo è trascorso invano.                     
 

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