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L'ostia degli angeli

Federica Angeli, la giornalista di Ostia che vive sotto scorta da piů di cinque anni, a giugno al cinema con il film tratto dal suo libro

Gio 30 Mag 2019 | di Angela Iantosca | Interviste Esclusive
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Appuntamento in redazione, nel suo mondo, quello fatto di riunioni, notizie, ricetrasmittenti, telefonate, di una scrivania piena di fogli e il cellulare a portata di mano. Il sole le riscalda la schiena mentre imperterrita scrive i suoi articoli, porta avanti i suoi progetti e resiste alle tempeste, alle delusioni, a chi prova a delegittimarla. Ma il mondo di Federica Angeli è anche – soprattutto – quello di Ostia, la sua città, quella che ha deciso di non abbandonare, nonostante le minacce a lei rivolte che l’hanno costretta alla scorta, dopo aver denunciato un tentato duplice omicido a cui aveva assistito. Nonostante le minacce rivolte ai suoi figli, che da novembre 2018 sono a loro volta accompagnati da angeli custodi pronti a proteggerli. Eppure Federica non è un eroe, è solo una giornalista che ha pensato di fare il suo dovere, di raccontare come sono andati i fatti, di raccontare ciò che ha visto. Una scelta questa che spesso può trasformare un cronista o semplicemente un cittadino in un bersaglio, in un Paese come il nostro che, nonostante i proclami di democrazia, libertà e sicurezza, fa fatica a proteggere chi prova a dimostrare il suo amore per la terra in cui vive, difendendola dalla corruzione e dalla mafia con l’unica arma che conosce: la parola.

Cominciamo dal film, tratto dal tuo libro “A mano disarmata” che è nelle sale dal 6 giugno e che vede Claudia Gerini vestire i tuoi panni: perché pensi sia importante che arrivi al cinema?
«Perché le persone che si alzano da quella poltrona possano dire “se ce l’ha fatta una persona normale come Federica, ce la posso fare anche io”. Che è la stessa sensazione che si ha quando si arriva all’ultima pagina del libro. Perché quel libro non è una esaltazione di Federica, ma il racconto di una scelta senza nascondere tutte le difficoltà che deve affrontare una persona normalissima quando deve combattere contro la mafia. Inoltre, penso che sia importante raccontare questa storia al cinema perché si mostra chiaramente che non sempre vincono loro...». 

Si parla di mafia, ma non dobbiamo aspettarci “Gomorra”, né “Suburra”. Che cosa è?
«Io, da cronista di nera, adoro queste serie, ma nel mio film non c’è niente di tutto questo. Non c’è nessuna fascinazione del male, di un clan piuttosto che di un altro. Anzi, si vede che esiste il bene, perché il bene esiste con tutti i suoi aloni o antipatie che uno può suscitare. È un film intimista, che mostra come non sia facile percorrere la strada della legalità: si mostrano le lacrime, le volte in cui ti vuoi arrendere, ma poi ti rialzi, che prosegui nella lotta e vedi che la mafia pian piano si sgretola sotto un gigantesco noi…».

Cosa è cambiato ad Ostia in questi anni?
«Si respira di più! Io continuo a vivere a 300 passi dalla casa del boss che però ora è al 41bis. Devo dire che c’è tanta speranza, cosa che prima non c’era. Se ripenso alla scena delle tapparelle abbassate quando avvenne il tentato duplice omicidio sotto casa mia, penso alla strada che è stata fatta! Ora vedo persone pronte a dire di fronte ad una telecamera “meno male che non ci sono più loro”. Diciamo che ora Ostia ha sviluppato degli anticorpi, diventando un laboratorio importante, prima di tutto perché abbiamo ribaltato il sentire comune, secondo il quale la mafia non esiste a Roma, e si è acquisita una consapevolezza simile a quelle delle terre che da decenni sono pervase dalle mafie, come la Sicilia, la Campania e la Calabria».

È anche nata un’associazione, che si chiama #NOI. Quando è stata pensata?
«L’associazione ha preso vita da sola il 6 giugno del 2018, quando comincia il maxi processo per mafia. Per anni, sui social, la comunità che avevo costruito, rispondendo a tutti, creando un rapporto con gli amici virtuali, mi aveva incoraggiata. Ma quando arrivai in quell’aula, quel giorno, ero sola. Non c’era un cittadino di Ostia, non c’era una vittima, non c’era un’associazione. Per questo, profondamente amareggiata, il giorno della prima udienza nel processo contro gli Spada ho scritto un post su Facebook dando il mio addio a Ostia, dicendo che non meritavano la mia lotta. Per questo avrei continuato a lottare per la mia famiglia, ma non più per i loro problemi rispetto ad Ostia. Un post che poteva suscitare due reazioni: indifferenza o quello che ha suscitato. Quattro giorni dopo il post sono venute 2mila persone sotto casa mia con i cartelli “Siamo tutti Federica Angeli” e con scritto #NOI… io sono scesa in strada e ho sfilato con loro. Da quella manifestazione, con gente che si aggiungeva scendendo dai palazzi, siamo arrivati a Piazza Gasparri e abbiamo urlato nel loro quartier generale “Via la mafia da Ostia”. Ora siamo più di 500 e io sono presidente onorario, incarico che ho accettato molto volentieri».

Cosa fate? 
«Ci occupiamo di eventi per la cittadinanza organizzati nei beni sequestrati o confiscati a Fasciani e agli Spada; organizziamo corsi per giornalisti accreditati all’Ordine, organizziamo un talent della legalità, per gente dagli 8 agli 88 anni, presentiamo libri e aiutiamo le persone in difficoltà a non cadere nelle mani degli usurai. In che modo? Facendo un microcredito, garantendo noi presso la banca. Qualora la persona non può restituire i soldi, ci perdiamo noi, ma almeno sottraiamo persone al giro dell’usura. Poi andiamo nelle scuole, ci battiamo perché venga inserita un’ora di antimafia nelle scuole di Ostia, organizziamo corsi di giornalismo investigativo, di fotografia, garantiamo assistenza psicologica: tutto gratis».

E tu come sei cambiata in questi anni?
«Io sono cambiata nel senso che ho imparato l’arte dell’attesa. Chi intraprende questo percorso deve imparare ad aspettare. I tempi sono estenuanti ed è questo che ti sfianca. Chi intraprende questa strada sa che i tempi della giustizia e della verità saranno lunghissimi e che dovrà sopportare qualsiasi angheria, perché in molti sono lì pronti ad aspettare un passo falso per accusarti di qualsiasi nefandezza».

A che punto siamo della verità?
«Siamo al punto che si sta celebrando un processo per mafia, alcuni processi sono già terminati, nel senso che si è arrivati all’Appello che ha riconosciuto l’aggravante del metodo mafioso. Direi che siamo al 70% del cammino...».

Da novembre anche i tuoi tre figli vivono sotto scorta.
«è accaduto dopo che hanno ricevuto minacce dalle donne del clan, dopo gli arresti. È una situazione che si affronta, giorno per giorno. I cinque anni di esperienza con me sicuramente li ha preparati, anche se è molto difficile».

Come sono le donne del clan?
«Sono esattamente come quelle della camorra, meno simili a quelle della ’ndrangheta. C’è chi prosegue gli affari di famiglia, prendendo ordini dal marito, chi pretende di aver ereditato il controllo nel quartiere. Se possono, sono più spietate ed aggressive dei mariti, soprattutto nell’ostentazione dell’arroganza. Quando è stata data la scorta ai miei figli, io, cinque giorni prima,  ero stata aggredita davanti alla mia scorta da un gruppo di donne che mi era venuto incontro per picchiarmi, accusandomi di qualsiasi cosa».

Con la scorta che rapporto si crea?
«Un rapporto simbiotico, anche se ci continuiamo a dare del lei. Sono Carabinieri i miei angeli custodi e ci capiamo senza neanche guardarci».

Cosa è la paura?
«L’altra faccia del coraggio. Senza la paura sarebbe impossibile affrontare e scegliere il coraggio. Se non hai paura sei incosciente ed affrontare una battaglia così grande con l’incoscienza è impossibile».

Hai mai pensato “chi me lo ha fatto fare”?
«Tantissime volte. Quando tu vedi e capisci che non sono solo gli Spada il problema, ma che la mafia è una struttura, quando ti rendi conto che ci sono pezzi delle Istituzioni che hanno garantito tutto questo, mi vengono in mente con lucidità e spaventosa angoscia le parole di Paolo Borsellino: “Forse saranno mafiosi quelli che materialmente mi uccideranno, ma quelli che avranno voluto la mia morte saranno altri”. Ecco è questo che ho toccato con mano tante volte. Quando hanno arrestato il Dirigente di Polizia di Ostia o il Presidente del Municipio di Ostia che avevo anche difeso pubblicamente più volte, ho capito che non potevo più sapere di chi fidarmi. Ma io non mollo. Certamente, se dovessi vedere che lo Stato è completamente marcio, me ne andrei via da Ostia. E non me andrei per ché mi arrendo, ma perché lo Stato avrebbe perso ed io non sono un kamikaze!».

Cosa è la normalità?
«Pianificare la mia giornata il giorno prima, comunicare gli orari alla scorta, non fare più inchieste sul campo, perché quelle borderline è impossibile farle con la scorta, non viaggiare in macchina con i miei figli, ma cercando sempre di affrontare tutto con il sorriso e a testa alta».

Perché per un giornalista avere la scorta non è un motivo di vanto o non rappresenta un vantaggio, ma un limite enorme al suo lavoro?
«Io prima facevo inchieste, mi intrufolavo, avevo i miei informatori che spesso erano gole profonde. Con la scorta questo è impossibile, perché qualsiasi incontro non sarebbe più segreto. Ovviamente torno nei luoghi delle mafie, ma non è la stessa cosa allungare il microfono con otto agenti dietro. Per non parlare poi del fatto che, in generale, non sono mai sola! Non posso andare al mare da sola, godermi il silenzio nella solitudine, guidare la macchina con il finestrino abbassato e la radio a tutto volume e non posso neanche abbassare i finestrini della macchina sulla quale sono costretta a viaggiare e una passeggiata si trasforma sempre in una marcia militare! È dura, ma ormai vado in automatico».

C’è qualcosa a cui non hai rinunciato?
«Alla libertà di parola. Anche se capisci che c’è un mondo che, se vuole, può distruggerti».

 
Ti aspettavi più solidarietà?
«Più solidarietà vera. Ce n’è stata tanta di facciata, premi, riconoscimenti, tweet, solidarietà quando succede qualcosa, like, qualcuno so che lo fa in modo autentico, ma qualcuno lo fa per opportunismo. Ma la solidarietà più vera è stata quella del #Noi, quella della cittadinanza. Quella l’ho apprezzata molto...».

Ossigeno per l’Informazione ogni giorno ci informa di attentati ai giornalisti: siamo un Paese in cui la stampa è libera?
«Assolutamente no. L’impennata di minacce dovrebbe far riflettere. È sparito l’argomento mafia dall’agenda politica e dai programmi, o quantomeno è stato ridotto. E la prima linea di questa lotta è fatta dai giornalisti».  

Ti hanno mai proposto la carriera politica?
«Certo! Anche alle europee mi hanno chiesto di candidarmi. In passato sia la destra che la sinistra. Ultimamente più sinistra sinistra… Ma io resisto perché non mi interessa. Mi piace talmente tanto il mio lavoro che per me non è un traguardo arrivare alla politica, ma ribaltare la situazione di Ostia ed esportare il modello, se è valido. Se riesco a farlo da giornalista, preferisco rimanere giornalista! E poi la politica è un mestiere e non basta essere persone con ideali positivi per poterla esercitare, bisogna studiare e tanto! Pensa che io sono laureata in Sociologica, prima delle elezioni della Raggi, mi proposero di candidarmi come Sindaco e io, durante questa cena, dissi “ma perché secondo voi cosa so fare?”, ci fu dell’imbarazzo e mi dissero “comunque ti impegni”… io ho detto di no. Due giorni dopo ho chiamato mio marito e gli ho detto che mi ero iscritta a Giurisprudenza. Mi mancano tre esami ora! Ma è un approfondimento per me, perché anche come giornalista ho bisogno di capire e sapere! Ma nonostante questi studi, non saprei fare politica… Poi chissà, magari fra dieci anni cambio idea!». 



 

A MANO DISARMATA

Nata a Roma il 20 ottobre del 1975, è redattrice senior per Repubblica, testata con la quale collabora da 20 anni. Molte le inchieste da lei realizzate. Minacciata di morte, dal 17 luglio 2013 vive sotto scorta. Da novembre 2018 la scorta è stata estesa ai tre figli. Nel 2018 pubblica “A mano disarmata” per Baldini+Castoldi, da cui è stato tratto il film omonimo, nelle sale dal 6 giugno, con Claudia Gerini. 
 

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