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Le donne del muro alto

Francesca Tricarico da cinque anni porta in scena le donne di Rebibbia

Gio 30 Mag 2019 | di Angela Iantosca | Attualitā
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Ci sono muri difficili da scalare. Ci sono sbarre che rendono alcuni posti invalicabili. Perché sono confini reali che costringono in uno spazio ristretto le persone. Ma sono anche muri mentali che troppo spesso ci impediscono di allungare una mano verso chi è diverso, verso chi ha sbagliato, verso chi non è come noi. Forse solo all'apparenza.

Poi c'è chi, come Francesca Tricarico, che questi muri li vuole abbattere e vuole che la voce di chi sta dentro arrivi fuori, che i 'colpevoli' non siano solo dei casi di cronaca, delle storie legate al reato, ma prima di tutto delle persone. 

«Sono arrivata al carcere di Rebibbia tramite l'Università La Sapienza. Stavo facendo un master di teatro sociale. Quell'anno c'era la possibilità di scegliere il carcere. Io ero molto curiosa: dovevo fare 300 ore, alla fine sono rimasta quattro anni. Ho cominciato con la sezione maschile, nell'alta sicurezza. In quel momento stavano girando “Cesare deve morire” ed è stato un modo per vedere una realtà molto ricca». 

Dal maschile sei passata al femminile: perché?
«Avevo voglia di raccontare il mondo femminile, perché quando sono entrata mi sono resa conto che il carcere è una struttura pensata al maschile e continuavo a chiedermi come potesse essere quell’altra metà, sia da un punto di vista artistico che umano… Inoltre, ho notato che venivano proposti molti progetti brevi, non a lungo termine con un impatto positivo su di loro… Non che non ci siano quelli lunghi, ma sicuramente faticano a resistere. Per questi motivi ho chiesto di studiare il mondo femminile del carcere e alla fine mi hanno proposto di fare teatro, visto il curriculum che avevo».

Da dove hai cominciato?
«Dall'Alta sicurezza. Allora erano circa venti le donne, ora sono dodici, e in quel momento non c’erano attività. È stata un'esperienza davvero forte, sia da un punto di vista lavorativo che umano. Arrivata lì, la prima cosa è stata rompere un muro, perché loro volevano fare teatro, volevano far sentire la loro voce, volevano raccontarsi e dimostrare che erano altro, nello stesso tempo erano diffidenti, perché tante persone passano per il carcere con mille promesse, ma in realtà prendono il momento di gloria e poi se ne vanno… Per un po' di tempo, quindi, mi hanno messo alla prova per vedere se ero davvero lì per loro: ci siamo scontrate come solo le donne sanno fare. È stata una cosa meravigliosa e terribile. Loro non hanno nulla da perdere, perché sono state già giudicate… Ricordo una litigata storica, io che arrivo e sbatto tutto, dico parolacce, me ne vado. La volta dopo sono andata e mi hanno detto: «Ok, sei vera!». E da lì abbiamo cominciato il nostro viaggio, che ha portato alla nascita della Compagnia delle Donne del muro Alto».

Come sono le donne in carcere?
«Le donne accettano la privazione della libertà in modo diverso dagli uomini. E la visione varia a seconda della sezione nella quale si trovano. L'alta sicurezza è un quartiere, isolato dal resto, ma al suo interno 'libero': qui ci sono donne che la accettano la carcerazione, perché l'hanno messa nel conto, sono figlie, sorelle, mogli di 'pezzi grossi' e lo sanno che accadrà… Ma per capirle, devi capire questo loro approccio. Poi c'è l'area delle detenute comuni, per le quali Rebibbia è il femminile più grande d'Europa. In questa sezione ci sono tante piccole periferie».

Cosa hai capito in questi anni?
«In questi anni ho capito che è importante lavorare con la ferita, con lo strappo, per riparare soprattutto il danno arrecato alla società e dalla società. Ti faccio un esempio: anni fa i familiari potevano assistere agli spettacoli, ora nel Lazio non si può più. Una volta c'era il figlio di una detenuta che era seduto accanto a me e sento che dice: «Allora anche noi abbiamo una vita normale? Mamma è libera e fa teatro...». Quindi, quanto è importante? Sono loro che educano i figli e noi da lì dobbiamo cominciare».

Di quali ferite ti parlano?
«Ricordo che stavamo mettendo in scena uno spettacolo su una donna che aveva appoggiato la rivoluzione francese e che poi aveva deciso di staccarsene perché la Costituzione approvata era bellissima, ma nessuno aveva il coraggio di applicarla. La protagonista mi dice: «Ti odio, per colpa tua sto male perché la protagonista mi assomiglia. A me hanno insegnato che nessuno muore per nessuno. Questi libri invece mi parlano di donne che muoiono per il bene comune». Quindi il teatro, un libro, l'aveva messa in crisi. Certo il teatro non risolverà nulla, molte ragazze non hanno mai letto un libro. Ho una ragazza che veniva accompagnata anche per andare a fare la spesa e lei mi ha detto di essere dispiaciuta che tra quattro anni uscirà, felice di riabbracciare i parenti, ma sa che non avrà più questo tipo di conversazioni. E ancora: lì dentro qualcuno mi ha chiesto la differenza tra fare l'amore e lo stupro… Una domanda tostissima che mi ha cambiato».

Oltre alla Compagnia delle Donne del Muro Alto, che ora è formata da due attrici straordinarie, hai dato vita ad un'altra compagnia. 
«Ho cominciato a lavorare da alcuni anni con le detenute comuni, sezione Camerotti, e abbiamo dato vita a “Più Voci”. Al Camerotti tu entri e ti trovi una grata enorme sulla testa e poi intorno i gironi da cui si affacciano. Tu, quando arrivi, senti urla continue, voci e caos assoluto. Non c'è uno spazio reale per comunicare. E questo è un punto sul quale riflettere anche per l'alta sicurezza: come si può pensare di migliorare la situazione se non gli si fornisce uno strumento per ascoltarsi. Loro non lo sanno quali sono le loro necessità. Figurati se ascoltano gli altri... si parla di carcere rieducativo, ma come si fa a rieducare se non c'è comunicazione… Inoltre, molti di loro hanno rapporti particolari con il maschile, per questo ho dato vita allo spettacolo Medea, ma non per parlare di violenza di genere, ma di razzismo, che è un'altra tematica di cui non si parla. Ma il lavoro da fare con le comuni è proprio questo, far uscire quello che hanno dentro. Per esempio, un altro tema che abbiamo sviluppato è quello dell'omosessualità, un tabù, che noi abbiamo messo in scena a maggio con “Ramona e Giulietta – l'amore saffico a Rebibbia».

Cosa accadrà a settembre?
«Ora partecipiamo ai bandi e vediamo. Se li vinciamo, continuiamo a lavorare. Certo i bandi regionali coprono solo il 50% della spesa. E quindi ogni volta poi ci si deve mettere a cercare altri sponsor, ma secondo te c'è qualche sponsor privato che ha interesse a investire in carcere?».

Ci sono persone che, una volta uscite, ti sono venute a cercare?
«Tante! Una di loro, Daniela, ora collabora con me. È stata poco in carcere, ma ha deciso di metterci la faccia una volta scontata la pena. Quando le ho domandato perché lo facesse, visto che comunque è un rischio parlare della propria storia ed essere etichettati, mi ha risposto “per restituire quello che ho ricevuto”». 
 

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