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Ciò che non uccide

Benedetta Blancato: come sopravvivere al Bataclan

Gio 20 Giu 2019 | di Angela Iantosca | Attualità
Foto di 6

Lei era lì. A pochi passi dal Bataclan, da quella musica interrotta dagli spari dei fucili a pompa e degli AK-47. Era lì, nella sua casa, nella quale è rimasta immobile per ore, dove è arrivato un bossolo e dove ha vissuto un inferno con il quale, dopo anni, ancora fa i conti. Per questo la giornalista Benedetta Blancato, che da anni vive a Parigi, ha deciso di trasformare quella paura in un libro. Ma non solo. 
«All’inizio avevo l’esigenza ‘solo’ di scrivere, in francese, a pochi mesi dall’accaduto. Un’esigenza nata dall’osservazione di ciò che stava accadendo. Qui sono usciti moltissimi libri: testimonianze dirette di poliziotti, vigili del fuoco e sopravvissuti. Una quantità enorme di libri in cui si esaltava il concetto di resilienza, di rinascita. Erano trascorsi solo sei mesi e sembrava che per chi scriveva fosse già tutto a posto. Che è una cosa molto francese, quella di sistemare tutto e ripartire subito. Io, invece, ero in un momento ancora nero. Ricordo che c’era un ragazzo che aveva scritto un libro dedicato alla moglie morta quella notte in cui diceva “non avrete il mio odio”, un libro che ha fatto molto scalpore. Ecco, quando è uscito quel libro, io, ma anche tante altre persone rimaste in silenzio sentivamo altro: io non riuscivo a dire “non avrete il mio odio”, perché io di quella notte avrei fatto volentieri a meno. Io e molti altri stavamo facendo ancora i conti con una vita in parte o totalmente distrutta. Quindi, la mia volontà era quella di raccontare un’altra storia, di sofferenza, anche di odio. Ho impiegato due anni a finire il libro e, durante l’elaborazione, al sentimento iniziale è subentrato altro, perché io ho cominciato ad andare verso altro. Esattamente andando di pari passo con l’evoluzione del manoscritto. E alla fine, anche per me, è arrivata la resilienza!».
 
Cosa determina le tempistiche di rielaborazione?
«Tanti fattori, anche il momento personale che tu stai vivendo. Un trauma, a prescindere da che trauma si tratti, può avere un impatto diverso a seconda di come sei tu nel momento in cui lo incontri… Non a caso tutte le vittime di quella sera sono state, sono e continueranno ad essere oggetto di studio».
 
È il governo francese che vi sta ‘analizzando’?
«Sì, e ancora siamo sotto esame. L’ultimo incontro risale a luglio 2018 e ne faremo un altro tra quattro anni. Lo studio nel quale siamo stati inseriti presenterà i risultati finali tra dieci/quindici anni. Ogni volta che partecipiamo a questi incontri, ci danno delle spiegazioni sull’evoluzione del trauma, su cosa accadrà, in che fase siamo…».
 
Come stai oggi? 
«Oggi ho acquisito la capacità di dimenticare, anche se è sempre lì la Notte (la personificazione della notte è anche nel libro – ndr), in tanti modi. Gli americani li chiamano i Trigger (segnali di comando - ndr) e sono delle situazioni che improvvisamente possono riportare il mio cervello in maniera immediata lì. Ma ho fatto dei passi in avanti: ho ripreso il metrò, sono tornata al cinema e a una vita più o meno normale. Alcune cose le evito. Insomma, riesco anche a dimenticare che c’è stata quella cosa lì».
 
Sei diventata cinica?
«Mi sono desensibilizzata su molte cose: per avere un livello di allerta come prima dell’incidente ci vuole qualcosa di molto grave che accada vicino a me. Ma poi non è sempre così. A volte basta una parola… Per esempio, io non abito lontano da Notre Dame: quando c’è stato l’incendio, ho sentito l’odore e visto il fumo. Ma questa cosa non mi ha smosso, non mi ha spaventata. Poi, però, mi può capitare di leggere di un attentato in Pakistan e mi basta leggere parole come “sparatoria”, “ostaggi” per riattivare tutto… Quindi sembra una finta desensibilizzazione. È come se il mio cervello vivesse in due piani di realtà».
 
Hai cambiato casa?
«È stato necessario. Per mesi non ho voluto prendere atto che da quello dovevo partire».
 
Sei stata seguita da uno psicologo per superare lo stress post-traumatico? 
«Sono andata da subito e questo è molto francese come approccio, perché la Francia è pronta ad affrontare tutto questo, anche per esperienza. Hanno avuto attentati fin dal 1996 anche per la questione algerina, quindi, appena accade qualcosa si mettono in moto una serie di cose, compreso il sostegno psicologico. Ancora oggi continuo. E sicuramente ne avrò bisogno appena comincia il processo».
 
Da chi sei seguita?
«Da una psicologa forense che lavora nella Polizia. Lei si occupa di vittimologia e dal 2015, nello specifico, delle vittime di attentati. Si tratta di una prestazione gratuitamente offerta dalla Francia. Poi ci sono diverse associazioni private che, sostenute dallo Stato, si occupano delle stesse problematiche».
 
Quando è previsto l’inizio del processo?
«Comincerà tra qualche mese ed è contro l’unico che è stato catturato vivo, oltre ad una decina di complici che nel frattempo sono stati individuati e incarcerati».
 
Hai paura di andare in quell’aula?
«Un po’ sì: diciamo che tutti i giorni tento di non pensare alla Notte e sono abbastanza contenta di aver ricostruito una vita normale intorno a me».
 
Che clima si respira oggi a Parigi?
«A livello di terrorismo molto meglio. Abbiamo impiegato poco a rimetterci in piedi. C’è più tranquillità, anche se non come dieci anni fa quando sono arrivata qua. È da un punto di vista sociale che si respira tantissima tensione…».
 
Quanto è difficile ricostruire i rapporti umani?
«Difficilissimo, anzi impossibile all’inizio sottrarsi al pensiero costante. Tutto mi riportava lì, anche la stesura del libro. Soprattutto perché poi ho frequentato a lungo una delle vittime, una di quelle con le quali, durante la Notte, si è creato un legame. Ci siamo guardate dalla finestra per ore: lei era nel palazzo preso in ostaggio, di fronte al mio. Con lei, nei due anni in cui ci siamo frequentate assiduamente, abbiamo sempre parlato del Bataclam. Ora abbiamo cambiato la nostra relazione e la stiamo ricostruendo su altro… E poi ho smesso di frequentare poliziotti!».
 
“Ciò che non uccide” fortifica o spezza?
«In quel momento ero spezzata. Ora no. E non so come arriverà questa cosa in Italia. I francesi sono un popolo che è rapido sulla ricostruzione di sé. Ecco, io ci tenevo a mostrare che non è  così per tutti, che le vittime subiscono danni collaterali.
Sicuramente non mi va di dire che quello che è successo mi ha reso migliore». 
 
E cosa sei diventata?
«Credo di essere diventata molto più cosciente dell’importanza della vita. Forse è banale, ma effettivamente abbiamo la tendenza a dimenticarcelo. Quindi la Notte non mi ha resa più cinica, ma più legata alla vita!».                                                                                       

 


13 novembre 2015

Un commando di attentatori kamikaze, il 13 novembre 2015, colpisce sei volte, sparando all'impazzata sulla folla, in strada e nei locali, soprattutto fra giovani che stavano trascorrendo il venerdì sera fuori casa. Almeno 129 i morti e oltre 300 feriti. Solo nel locale Bataclan i morti sono 89: qui ad entrare in azione è un commando di quattro terroristi. L’attacco dura tre ore. Tra qualche mese comincerà il processo contro l’unico attentatore catturato vivo, oltre ad una decina di complici che sono stati individuati.

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