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Il lavoro prima di tutto

Non si rischia di rimanere nella teoria in un sistema basato sul mercato?

Gio 20 Giu 2019 | di Armando Marino | Soldi
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La Costituzione mette il diritto al lavoro in cima ai temi di proprio interesse. Basta leggerla fino all’articolo 4 per scoprire che per la nostra Carta fondamentale “la Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro”. Un’affermazione tanto importante quanto a rischio di restare teorica in un sistema basato sul mercato. La frase successiva specifica che la Repubblica “promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto”. Per molti queste righe sono la base per una gestione del lavoro che non risponde a logiche di mercato. Spesso si sentono i governanti parlare della necessità di leggi per “creare lavoro”. Ma si torna a bomba: in un sistema di mercato, il lavoro, a parte quello pubblico, non viene “creato” per legge. Lo Stato in compenso può fare molto per ostacolare la creazione delle suddette “condizioni che rendano effettivo questo diritto”.

In effetti, nel nostro Paese si è combinata l’abolizione dell’articolo 18 e la diffusione di forme contrattuali flessibili con un momento di grande difficoltà per l’economia.

Senza entrare in complesse analisi che richiederebbero di citare fenomeni ancor più complessi e controversi come la globalizzazione, si può dire che oltre al momento assai negativo dell’economia, che è il primo fattore della scarsità di lavoro, anche l’assetto delle norme non aiuta granché. La logica dell’abolizione dell’articolo 18 sarebbe stata quella di passare a un sistema in cui, anche se il posto non è garantito, la maggior mobilità dei lavoratori consente di passare da un impiego all’altro con potenziali benefici per lo stipendio e per l’esperienza. Diciamocelo: non sta andando proprio così. Il mercato del lavoro continua a dividersi tra forme di occupazione che perlomeno garantiscono alcuni diritti conquistati con secoli di lotte (pensione, ferie, malattia) e forme fintamente autonome (vedi le famose partite Iva) prive di ogni diritto. Non è stato scelto né un sistema completamente libero di contrattazione né uno regolamentato. E stando agli ultimi orientamenti della Cassazione, in tribunale c’è la tendenza a tornare indietro. “Il Sole 24 Ore” di lunedì 10 giugno ha pubblicato una rassegna di sentenze che hanno ampliato il diritto del lavoratore a essere reintegrato. La legge sembrava consentirlo solo se il fatto disciplinare di cui il lavoratore era accusato non sussisteva. La giurisprudenza dei tribunali e della Cassazione ha ampliato la definizione fino a ricomprendere tutti i casi in cui il fatto sussiste, ma, secondo l’interpretazione del giudice, non è illecito e quindi non ha valore disciplinare. Un altro irrigidimento del mercato che resta a metà, indeciso fra liberismo spinto e socialismo reale. La disoccupazione resta molto al di sopra della media europea, che è appena tornata ai livelli del 2008, prima della grande crisi.  
 

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