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Giorgio Tirabassi: “Grazie, Proietti”

Con “Il grande salto” Giorgio Tirabassi debutta alla regia di un film. E alla vigilia dei 60 anni fa un bilancio sulla carriera, sulle amicizie e sul figlio che ha deciso di seguire le sue orme

Gio 20 Giu 2019 | di Alessandra De Tommasi | Interviste Esclusive
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C’è sempre una prima volta. E porta con sé batticuori e dubbi, oltre a tante speranze. Anche a (quasi) 60 anni - e più della metà passati davanti alla macchina da presa o sul palco - come succede a Giorgio Tirabassi. L’attore romano, alle prese con il debutto da regista al cinema con il film “Il grande salto”, torna anche a recitare con uno degli amici e dei colleghi che stima di più, Ricky Memphis. Insieme formano una strana coppia di rapinatori alle prese con la crisi, che di tanto in tanto si scambiano perle filosofiche sul senso della vita, del destino e della felicità, regalando alla commedia un tono agrodolce. 
 
Anche nella vita lei e Ricky discutete dei massimi sistemi?
«No, semmai passiamo il tempo a parlare dei minimi sistemi, di cosa abbiamo mangiato o di quando inizieremo a fumare di meno. Nessuno dei due è un gran chiacchierone. Tra di noi ci sono sguardi silenziosi e oscillazioni di testa, insomma stiamo sempre ad annuire. Lui è un orso e io pure peggio, ma ci troviamo bene insieme, condividiamo la fede calcistica e non abbiamo bisogno di spiegare niente neppure sul set, dove è filato tutto liscio».
 
Il grande salto nella sua carriera?
«Tutto merito del mio maestro Gigi Proietti, uno che insegna inconsapevolmente e che ha cambiato il teatro sdoganando musica e dialetto in prosa, come mai nessuno prima aveva fatto. Quando mi ha preso a lavorare nella sua compagnia, poco più che ventenne, per me è cambiato tutto».
 
Sul set non solo ha radunato gli amici, ma anche suo figlio Filippo, che interpreta un agente immobiliare. Un’altra prima volta?
«Mi era capitato di portarmelo dietro a teatro e abbiamo lavorato insieme in Norvegia all’Istituto di cultura italiana quando aveva 11-12 anni, ma mai su un set così».
 
Le ha fatto tenerezza quando ha capito che avrebbe seguito le sue orme?
«Quando un figlio ti dice: “Papà, voglio fare l’attore” non provi tenerezza, ti preoccupi, perché non ti sta dando una bella notizia, anzi è una scelta un po’ tragica e infatti adesso si ritrova disoccupato, bohemien e sognatore, come lo ero io. Questo è un mestiere difficile, ma ripensando ai tempi in cui avevo la sua età, mi tengo stretto quei ricordi con affetto».
 
Anche sua figlia Nina vuol diventare attrice?
«Per ora è sotto controllo, studia storia dell’arte all’università, ma spero che non ci sia brace sotto la cenere».
 
Il suo alter ego nel film oscilla tra realismo e pessimismo. Lei?
«Per me il bicchiere è mezzo vuoto, anzi crepato. Nel film si dice che è felice chi non ha niente e quindi non si ha poi nulla per cui lamentarsi, è un modo un po’ cinico di vedere le cose».

Lei, come Nello (Ricky Memphis), crede nel destino?
«Mi piace pensare che il destino ti premia e ti punisce, nel film è il fato a scegliere per i protagonisti. Mi piaceva l’idea che questa storia sia nata senza pretese di far riflettere, ma che poi ponga allo spettatore la domanda delle domande: è stato tutto già scritto nella nostra vita?».
 
Quali temi attuali ci ha messo dentro?
«La spettacolarizzazione del dolore e la deriva a volte malata con cui la religione riemerge». 
 
Cosa guarda in tv?
«La tv ha tanti canali, ma scegli tu cosa guardare: io ultimamente ne salto molti e mi concentro solo su quello che mi piace, come i film e le serie tv, ma non l’intrattenimento puro».
 
Ha rimpianti sulle scelte professionali?
«Ho sempre cercato di fare progetti decenti, non ho tanti scheletri nell’armadio, e di alcuni sono particolarmente orgoglioso, come aver prestato il volto a Paolo Borsellino, che mi ha fatto crescere come uomo e come artista».
 
In “Boris” era un regista a dir poco ruvido. Non è che gli somiglia?
«Per carità, sono molto diverso da Glauco sul set, altrimenti nessuno vorrebbe lavorare con me. Non ho neppure tecniche di ripresa stravagante, metto il lavoro al servizio dell’attore e della storia».
 
In stile commedia all’italiana?
«’Il grande salto’ è un film sul reale, una favoletta, che segue il lavoro di padri spirituali come Monicelli e Risi, raccontando un contesto sociale non solo attraverso le risate, ma con un po’ d’amaro in bocca».
 
Quali sono i registi di cui non si perde un film?
«Tutti quelli bravi, da Nanni Moretti a Marco Bellocchio, di cui ho visto “Il traditore”, con un Favino bravissimo: lui è patrimonio del nostro cinema. Passa con disinvoltura da “I tre moschettieri” a Tommaso Buscetta, un uomo d’onore anomalo». 
 
Alcuni suoi ruoli sono cult, come Ardenzi. Rifarebbe “Distretto di Polizia – 20 anni dopo”?
«Non credo sia una buona idea, non vale mai la pena rimettere in vita qualcosa che ha già fatto il suo corso».                                                       

 


Teatro, piccolo e grande schermo

Giorgio Tirabassi, classe ’60, ha iniziato nel mondo della recitazione nella compagnia di Gigi Proietti, dove ha lavorato per nove anni. Ha alternato cinema e tv, dove ha interpretato personaggi cult come Roberto Ardenzi di “Distretto di polizia”, il direttore della fotografia Glauco in “Boris”, il giudice antimafia per eccellenza in “Paolo Borsellino” e il professore dal cuore d’oro ne “I Liceali”. È tornato in sala a giugno con il primo lungometraggio da regista, “Il grande salto” accanto all’amico e collega storico Ricky Memphis, anche se si è già cimentato dietro la macchina da presa con un corto. Al cinema lo hanno diretto grandi maestri come Marco Risi (“Il branco”, “La cena”, “L’ultimo capodanno”), Francesca Archibugi (“Verso sera”) e Marco Tullio Giordana (“Romanzo di una strage”). Ha continuato ad alternare il teatro al piccolo e grande schermo, con spettacoli scritti e diretti da lui, tra cui “Coatto unico” e “Infernetto”.  

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