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Sulle piste dei grandi esploratori australiani

Noi come gli americani Burke e Wills più di 150 anni dopo

Mer 08 Apr 2009 | di Giuseppe Barbieri | Turisti non per caso
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La colonizzazione dell’Australia è relativamente recente: basti pensare che dal 1492, anno in cui Colombo scoprì l'America, passò oltre un secolo prima che l'uomo bianco venisse a conoscenza dell'esistenza di questo continente.
Non esistevano mezzi adatti a raggiungerlo, ma ci si doveva affidare a battelli a vela, con la speranza che il vento fosse sempre propizio: un viaggio che non durava mai meno di 7-8 mesi. Gli olandesi furono i primi a navigare lungo costa, senza tuttavia approfondirne la conoscenza. Fintantoché le autorità olandesi incaricarono ufficialmente il capitano Abele Tasman di fare un resoconto dettagliato delle sue circumnavigazioni. Più tardi, quando la marineria inglese raggiunse quei mari, decretando la fine delle grandi esplorazioni olandesi, s'imposero nuovi uomini.   
Il famoso corsaro Guglielmo Dampier e il luogotenente della flotta inglese James Cook presero possesso di alcune terre in nome della Gran Bretagna, fornendo preziose notizie sulla loro ubicazione, la natura, le genti, i prodotti. Solo più tardi, il governo inglese decise di costruire alcuni stabilimenti di pena, per dare inizio alla colonizzazione. Ma i deportati e i loro carcerieri rimasero sempre lungo costa, non immaginando neppure lontanamente che, oltre le Montagne Azzurre, alle loro spalle, esistesse tanto spazio con fiumi, valli, deserti e tanti fiorenti pascoli. Soltanto nel 1813 si ebbero le prime esplorazioni dell'interno dell'Australia: esplorazioni di brevi tratti, dati i numerosi pericoli, serpenti compresi e imboscate di selvaggi, in una superficie pari a una volta e mezza l'Europa. Ciò spiega perché, ancora oggi, nonostante i moderni mezzi a disposizione, questa terra è ancora sconosciuta al 95% degli australiani.
Alcuni intrepidi esploratori del secolo scorso contribuirono in maniera determinante alla sua conoscenza: dal capitano Carl Stuart a Edward John Eyre, a John Douall Stuart.
Tra le tante storie di quei tempi e di quegli uomini intrepidi, una delle più singolari fa riferimento alla spedizione di Burke e Wills, di cui noi stessi abbiamo effettuato una parte del percorso a bordo d'un attrezzatissimo fuoristrada.

NOI COME BURKE E WILLS
Il viaggio in fuoristrada
La pioggia aveva iniziato a cadere, come raramente succede, ininterrottamente, per giorni e giorni, formando laghi e paludi: anche sulle zone più desertiche avevano iniziato ad apparire i primi fili d'erba!
Certo, Burke e Wills, non avrebbero mai immaginato che la loro spedizione, centocinquanta anni dopo, sarebbe stata presa come modello da alcuni audaci visitatori, tra i quali anche noi, per provare a rivivere almeno in parte le stesse esperienze.
Il deserto visto dall’alto sembra un’immensa pianura senza vita, un paesaggio monotono ed incolore che si stende per migliaia di chilometri invariato. Gli arbusti di mugla e l’erba di porcospino si alternano a splendide acacie e macchie di eucalipto. La natura non permette di valutare le distanze, di stabilire proporzioni, in questo orizzonte senza fine, che produce incredibili miraggi. Il "bush" o "great outback" - così chiamano il deserto gli australiani -  grazie al lunghissimo isolamento biologico e la lenta evoluzione ha permesso a flora e fauna di sopravvivere, mantenendo inalterate alcune delle primitive caratteristiche, portando allo sviluppo di  una varietà di piante idonee all’ambiente secco, alla presenza di alcune famiglie di animali unici e all’assenza di altre, come i carnivori. Numerose specie di animali, come ad esempio i marsupiali - assurti a simbolo dell’Australia stessa - vivono nutrendosi di erbe, bacche, foglie, insetti; alcuni hanno conservato l’aspetto primitivo, spesso terrificante, ma, esclusi i terribili serpenti, sono di carattere mite e tranquillo. Non mostrano timore né aggressività nei confronti dell’uomo, anzi, spessissimo, forse perché è la prima volta che lo vedono, non fuggono ma si soffermano a guardarlo incuriositi.

SI PARTE
A Broken Hill, da dove ha preso il via la nostra spedizione, ci attendeva la nostra guida Bill King. Vestito di khaki, con cappello tipo cow-boy e grandi stivali di pelle consumata, non molto alto, la pancia tenuta con l’aiuto del cinturone e una folta barba che incorniciava due occhi buoni. E con un enorme fuoristrada per affrontare il deserto.
Come unico tetto il cielo o la tela verde delle tende, per mangiare enormi sandwich consumati sotto gli eucalipto, oppure, alla sera, un grande fuoco su cui arrostire succulente bistecche. Mentre Bill racconta le storie del deserto.

ATTRAVERSO IL BUSH
Il giorno successivo lasciamo la pista, una linea di terra rossa formata dai solchi prodotti dalle ruote delle scarsissime auto, per inoltrarci nel bush (deserto australiano), verso Mootwingee, dove sono stati scoperti antichissimi graffiti aborigeni. Il cielo è terso e infinito.
Fa molto caldo. Anche se è dicembre. Piccoli branchi di canguri ed emu ci attraversano il passo guardandoci incuriositi: forse siamo i primi esseri umani che vedono.
La vegetazione cambia continuamente: a folti cespugli di arbusti di mugla, si alternano lussureggianti acacie e macchie di eucalipto. Tronchi di alberi scheletriti e consumati dal tempo si ergono come sinistre figure, mentre in alto volteggia un'aquila.
In certi punti la pista, se così si può chiamare, bisogna immaginarla, e solo l'esperienza della guida riesce a tirarci fuori dai guai.
Quando non è convinto della compattezza del terreno, scende dal fuoristrada e osserva attentamente la terra: la palpa, l'annusa, la studia. Ma il bush è ingannevole: basta un attimo di disattenzione per perdere l'orientamento.

LE COLLINE ROSSE
Lasciamo la pianura, addentrandoci in una zona ricca di colline rosse, dove, come per incanto, spunta qualche fronda verde: è Mootwingee. Qui, come stiamo facendo noi oggi, centocinquanta anni fa anche Burke e Wills montarono le tende, avvolti dal canto assordante di centinaia di pappagalli, apostoli e cockatoo. Un pasto frugale, consumato ascoltando un nutrito concerto di rane e il ranger che vigila su questa zona d'immenso valore archeologico.
I centri abitati incontrati nel nostro peregrinare, seguendo il percorso di Burke e Wills, in cui ci siamo forniti di acqua e cibo, ospitano soltanto poche anime: sono coloro che amano il deserto senza riserve e che non sentono assolutamente il richiamo delle belle città come Sydney e Melbourne.

I CONIUGI ROSS BETS
I coniugi Ross Bets vivono isolati dal resto del mondo nella fattoria Orientos, regolarmente segnata sulla carta geografica.
L'unico legame con la civiltà è costituito dalla radio rice-trasmittente che, oltre a rappresentare la sola speranza di salvezza in casi estremi, allevia la solitudine di questa gente, che, desiderandolo, può chiamare l'amico o ascoltare un po' di musica. Ogni fattoria è in possesso di una fornitissima cassa medicinali, cui attinge per curare i mali più lievi, dopo che il medico, via cavo, ha fatto la diagnosi. Se il malato è grave, prende il proprio aereo, lo carica a bordo e lo trasferisce al più vicino ospedale. Le possibilità di evadere dalla monotonia quotidiana sono poche: qualche corsa ai cavalli, la visita di un amico, le spese al più vicino centro. Incontrarsi di tanto in tanto, indossare un abito nuovo, farsi un'allegra bevuta o quattro chiacchere, rappresenta per questa gente un importante avvenimento sociale. Nonostante ciò, i "farmer" non rimangono quasi mai lontani dalle loro fattorie per più di qualche giorno: il richiamo del bush, una volta che l'hai conosciuto, ti rode dentro come un tarlo, fintantoché non sei tornato.

IL RITORNO ALLA CIVILTA'
Partendo da Broken Hill, nel deserto Stony Sturts, al confine del South Australia col Queensland, abbiamo seguito una parte del percorso della spedizione di Burke e Wills, toccando Mootwingee, White Cliffs, Milparinka, Tibooburra, Orientos, Nappa Merry ed infine Innamincka (piccolissimi centri che, logicamente, nel 1860 non esistevano), da dove un piccolo aereo da turismo ci ha riportati nella civiltà.


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