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Le retine delle cozze inquinano le spiagge: che fare?

In Italia se ne producono 120mila chilometri l’anno. Ora nasce un progetto per riciclarle e reinserirle nella catena commerciale

Gio 20 Giu 2019 | di Domenico Zaccaria | Ambiente
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Immaginate un filo di plastica che gira intorno all’intero Pianeta. Non una, ma ben tre volte. A tanto ammonta, in Italia, il quantitativo annuo di retine utilizzate per la produzione delle cozze. Come evidenzia l’Associazione Mediterranea Acquacoltori, nel nostro Paese per produrre un chilo di questi molluschi si utilizzano fino a 1,5 metri lineari di rete: con oltre 80mila tonnellate di cozze vendute ogni anno, ciò si traduce in 120mila chilometri di rifiuti. Che impattano - e non poco - sulla salute del nostro mare: un recente studio di Enea e di Legambiente ha dimostrato come, in quasi il 50% dei litorali analizzati, le “calze” usate per la mitilicoltura siano fra i rifiuti spiaggiati più frequenti, soprattutto in prossimità degli impianti di produzione. Una retina abbandonata sulla sabbia impiega oltre 200 anni per degradarsi e se finisce in mare può facilmente passare dallo stomaco dei pesci alle nostre tavole. Eppure la maggior parte delle reti è costituita da polimeri termoplastici come polietilene e polipropilene, materiali facilmente riciclabili.

UNA NUOVA VITA AI RIFIUTI
Da qui sono partiti i ricercatori dell’Enea, per sviluppare il primo processo per il trattamento e il riciclo delle retine che permette di trasformarle in nuovi oggetti o di reinserirle nell'ambito della stessa filiera produttiva. Frutto di uno studio condotto per l'Associazione Mediterranea Acquacoltori nell'ambito di un progetto finanziato dal Ministero delle Politiche Agricole, il procedimento consente di trasformare in materia prima il polipropilene delle reti; il materiale recuperato permette ai produttori di cozze di tagliare del 33% la spesa sostenuta per l'acquisto delle nuove retine - che si aggira intorno ai 4,8 milioni di euro l'anno -   incentivandoli a non disperderle in mare. In questo modo si evita il loro conferimento in discarica, con una notevole riduzione degli impatti ambientali e considerevoli risparmi sui costi di produzione. In breve tempo il processo potrebbe essere applicato a tutta la plastica derivante dagli altri ambiti dell’acquacoltura, il che allargherebbe a dismisura gli effetti benefici della ricerca: questo particolare settore dell’industria alimentare ha ormai superato la pesca tradizionale come fonte di prodotti ittici presenti sul mercato. E la tendenza continuerà inevitabilmente ad aumentare, perché il mare non è più in grado di soddisfare le richieste sempre crescenti che provengono da una popolazione mondiale in costante crescita.   

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