acquaesapone Ambiente
Interviste Esclusive Viaggi Editoriale Inchieste Io Giornalista TV/Cinema A&S SPORT Zona Stabile Rubriche Libri Speciale Cannes

Plastica: la mappa dei comuni in cui vietata

LItalia ha ancora due anni di tempo per adeguarsi alle normative europee. ma molti sindaci stanno giocando danticipo

Gio 20 Giu 2019 | di Barbara Savodini | Ambiente
Foto di 6

Un ritorno alle origini e una vita senza plastica sono effettivamente possibili? La risposta, purtroppo, non è quella che in tanti vorrebbero sentire: la rivoluzione industriale partita il secolo scorso si è spinta troppo oltre per ridurre a zero l’utilizzo di questo materiale, ma sicuramente si può fare molto per limitare la politica dell'usa e getta, scoraggiare la produzione di rifiuti plastici e, più in generale, arrestare la dispersione di articoli considerati rischiosi dal punto di vista dell’inquinamento dei mari. Ne sono convinti i sindaci che, quest'anno, dopo un lunghissimo periodo in cui l'Italia è rimasta sorda al grido d'allarme lanciato da ambientalisti ed ecologisti, hanno deciso di scendere in campo, con quasi due anni di anticipo (la direttiva dell’europarlamento prevede il divieto di vendere plastica usa e getta a partire dal 2021) contro uno dei principali nemici del nostro meraviglioso pianeta. Al momento, infatti, i Primi cittadini sono gli unici a poter vietare l’utilizzo di questo materiale con un’apposita ordinanza. Sì, perché se una piccola parte della popolazione ha fatto grandi passi in avanti con le sole iniziative di sensibilizzazione, c’è ancora chi (la maggioranza delle persone) ha bisogno di restrizioni e divieti per prendere coscienza di un problema che sta mettendo a dura prova il nostro pianeta.

Un italiano su 4 ha detto no Fortunatamente la sensibilizzazione sul tema dell’inquinamento dei mari è in crescita. 
In Italia, secondo i dati dell’Eurobarometro commissionato in tutti i paesi dell’Unione, più di un cittadino su quattro (27%) sta già evitando di acquistare monouso come piatti, bicchieri o posate di plastica; il 68% degli intervistati ritiene addirittura che sarebbe opportuno far pagare un sovrapprezzo per questi prodotti così da disincentivarne l’acquisto. Le motivazioni, secondo lo stesso sondaggio, riguardano la rinnovata attenzione verso il pianeta, ma anche la salute degli animali marini, costretti a vivere in una vera e propria “zuppa di plastica”. 
 
Lampedusa e Tremiti: esemplari 
Se nel resto d'Italia l'espressione “plastic free” è divenuta quasi un tormentone soltanto da qualche mese, alle Tremiti e nel Comune di Lampedusa le restrizioni sono realtà già da un po’. Il centro abitato più meridionale d'Italia e l’arcipelago più “in” dell’Adriatico, complice la notorietà turistica, sono stati un faro per moltissime altre località costiere, che, facendo tesoro degli esperimenti isolani, hanno subito dopo detto no alla plastica, impegnandosi in prima persona contro l’inquinamento di quelle stesse acque da cui traggono turismo, prodotti ittici e, più in generale, ricchezza. È quanto accaduto sul lungomare di Napoli, a Ischia e in Sicilia, con un vero e proprio boom di Comuni che si sono convertiti alle politiche plastic free nell’arco di pochi mesi: Noto, Avola, Pantelleria, Malfa (Salina), Favignana e Pachino solo per citare i più famosi. New entry tra le città costiere attente all’ambiente, dallo scorso 3 giugno, anche il Comune di Fondi, le cui normative anti-plastica riguardano però solo le attività commerciali. Ma cosa è vietato, esattamente, in queste località? Le restrizioni riguardano perlopiù buste non biodegradabili, stoviglie e posate monouso, cannucce e cotton fioc, proprio come richiesto dall'Europa. Basta? C’è chi sta provando a fare di più. 

Sperlonga: l'ordinanza più dura
È il caso del piccolo, ma famoso Comune di Sperlonga (LT), 3.200 abitanti circa, che dal primo maggio di quest'anno ha vietato non solo piatti, cannucce, bicchieri, imballaggi e posate monouso, ma anche le bottiglie.
Per i turisti che approdano sulla Perla del Tirreno, dunque, ad oggi esistono solo due possibilità per dissetarsi: acqua in vetro o dal rubinetto, con gran parte delle attività che si sono già attrezzate con purificatori e distributori alla spina. Secondo le stime, nell’arco di un anno, i rifiuti plastici potrebbero essere addirittura dimezzati. 
Dal primo luglio anche Latina diventa plastic free sul lungomare. A chiunque utilizzi arenili, liberi o in concessione, nel territorio si ordina di: non gettare in mare o lasciare sugli arenili rifiuti di qualsiasi genere; di conferire i rifiuti negli appositi contenitori per la raccolta differenziata; di consumare in contenitori di vetro le bevande vendute o somministrate all’interno dei locali con accesso alla spiaggia; di utilizzare contenitori per alimenti e bevande destinati al consumo immediato, sul posto o da asporto quali: sacchetti monouso, posate, piatti, vassoi, contenitori per alimenti, cannucce, paline per il caffè, preferibilmente in materiale biodegradabile e compostabile e/o riutilizzabile. Chi non rispetta queste regole rischia multe fino a 500 euro. 

Una rivoluzione contagiosa  
Proprio perché l’allarme maggiore riguarda la presenza di rifiuti nei mari, la famigerata Great Pacific Garbage Patch scoperta ormai oltre 20 anni fa al largo delle acque del Pacifico ne è la dimostrazione, sono le isole e le località costiere a sentire maggiormente il bisogno di dare l’esempio. Così anche il Sindaco di Rimini Andrea Gnassi, determinato a riportare le acque della città al loro antico splendore, ha deciso di inserire nell’ordinanza balneare alcuni divieti inerenti la plastica, come cannucce e bicchieri non biodegradabili. L'iniziativa più interessante della città adriatica riguarda, tuttavia, la lotta contro la cosiddetta fishing for litter (pesca dei rifiuti): già da due anni, i pescatori possono gettare gratuitamente in grandi cassoni posizionati nel porto tutto quanto tirato su accidentalmente con canne e reti. Un provvedimento forse ancora più importante delle restrizioni sulle stoviglie monouso se pensiamo che, tornando all’isola di plastica, oltre il 40% della superficie galleggiante di rifiuti è costituita da reti e materiali dispersi in tutto il mondo durante le attività di  pesca. Un problema ad oggi irrisolto persino nel virtuoso Comune di Lampedusa, dove non è raro vedere gruppi di pescatori uscire in mare e rientrare, dopo due o tre giorni di navigazione, senza neppure un rifiuto. Non stupisce, insomma, se gran parte delle località che hanno deciso di introdurre in anticipo le normative plastic free sono costiere: da Domus De Maria in Sardegna, a Pozzuoli in Campania, da Maratea in Basilicata ai centri liguri di Vernazza, Portovenere e Bordighera. Ultima, non certo per importanza, l’incantevole isola di Capri, le cui restrizioni contro la plastica sono scattate, come a Sperlonga, a partire dal 1° maggio. L’argomento, a dire il vero, comincia a trovare terreno fertile anche a Orvieto, Sassari (prima città della Sardegna a fare tale scelta ecologista), Caggiano e Pollica in Campania.

Biodegradabile o compostabile?
Il problema maggiore della rivoluzione in corso riguarda soprattutto la disinformazione. Purtroppo in tanti ancora non conoscono le numerosissime alternative alla plastica; tanti, inoltre, confondono il concetto di biodegradabilità con quello di compostabilità con gravi conseguenze per l’ambiente e per le proprie tasche (date le frequenti multe). Un bicchiere biodegradabile, per esempio, se disperso per errore nell'ambiente si scompone più velocemente, ma se gettato tra i rifiuti umidi rischia di rovinare un'intera partita di compost. D'altro canto, un piatto in polpa di cellulosa, sia biodegradabile che compostabile, se abbandonato sui prati dopo un pic-nic può impiegare anche anni prima di dissolversi completamente. Ammesso che non diventi prima il pasto indigesto di mucche, capre o animali selvatici. L'esempio classico è quello dell'albero: è biodegradabile, ma non compostabile come lo sono invece i suoi rami e le sue foglie. 
Attenzione alle etichette, dunque, ma anche e soprattutto al corretto conferimento dei rifiuti.         
                                   
 


La compostabilità 

Il compostaggio è il processo innescato da batteri e funghi che porta alla produzione di una miscela di sostanze utilizzata come fertilizzante nel settore agricolo.
In pratica, è il naturale processo che la natura mette in atto per riutilizzare le proprie risorse, trasformando le sostanze organiche prodotte da piante e animali in humus, un potentissimo nutriente per le coltivazioni.

 


La biodegradabilità

La biodegradabilità è la capacità di un materiale di essere degradato in sostanze più semplici e non nocive per l'ambiente. Al termine del processo, se tutto è andato come doveva andare, articoli come le buste o i bicchieri biodegradabili saranno totalmente trasformati da sostanze organiche di partenza in molecole inorganiche semplici come l'acqua o l'anidride carbonica.

 


I materiali plastic free: come riconoscerli?

Acquisita una certa conoscenza sui materiali considerati politically correct, sia per gli ambientalisti che chi deve controllare sul rispetto delle diverse ordinanze, resta un grosso problema: come riconoscerli? Le posate in PLA, per esempio, essendo sia biodegradabili che compostabili andrebbero smaltite nell'umido, ma come fare per distinguerle se sono, all'aspetto, identiche a quelle di plastica? Un problema che riguarda non tanto il consumatore, che prima dell'uso può contare su marchi ed etichette, quanto per gli operatori ecologici, per i quali vigilare sul corretto conferimento dei rifiuti è praticamente impossibile. Ben vengano le ordinanze e le restrizioni se servono per salvare il pianeta, insomma, ma affinché l’ambiente ne riceva effettivamente giovamento è fondamentale che la presa di coscienza parta dalle singole famiglie e, soprattutto, dalle abitudini di ciascuno di noi.

 


Condividi su:
Galleria Immagini