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Ex-Otago: semplici come un “Corochinato”

Suonano da piů di 15 anni, Sanremo li ha resi famosi al grande pubblico, ma a loro interessa solo fare buona musica e starsene immersi nella natura

Gio 25 Lug 2019 | di Nadia Afragola | Interviste Esclusive
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Maurizio Carucci è il frontman del gruppo genovese rivelazione dell’ultimo Festival di Sanremo, gli Ex-Otago, gruppo indie formatosi nel 2002. Uno che alla vita da rockstar preferisce quella da contadino. Uno che ha scelto di vivere in campagna, poi ha comprato la Cascina Barbàn con la sua compagna e ha iniziato a produrre vino. Poi è anche entrato in politica (candidandosi al consiglio comunale di Albera Ligure, in provincia di Alessandria, dove vive) ma questa è un’altra storia… 

Siete nati da una bella storia, cominciata più di 15 anni fa, anche con la scelta di un nome che è un non sense.  

«Ex-Otago è una parola che di base non esiste e questo è il suo bello. Otago è una squadra di rugby della Nuova Zelanda che ha vinto il campionato contro ogni pronostico... In realtà noi il rugby non l’abbiamo mai seguito: quella sera di 17 anni fa ci siamo imbattuti un po’ per caso a guardare quel film dove come protagonista c’era questa squadra... il resto è storia». 

C’è stato un momento preciso in cui avete capito che ce l’avevate fatta? 
«Un momento preciso in realtà non c’è, noi ci siamo guadagnati l’affetto del pubblico anno dopo anno. Facciamo questo mestiere da 17 anni, ma il grande pubblico ha iniziato a conoscerci da relativamente poco, con l’album "Marassi" e grazie al Festival di Sanremo. Ma il nostro unico obiettivo è portare sempre più gente possibile ad ascoltare la nostra musica». 

Siete un gruppo musicale indie pop italiano. In questa fase storica in cui a farla da padrone sono altri generi musicali come si vive? 
«Noi in realtà al momento vediamo il panorama musicale italiano come un qualcosa di molto vasto e aperto a tanti generi. Non ci fermiamo davanti a delle etichette, musica “trap”, “pop”, “rock”… la musica sta vivendo una nuova era, dove in una canzone possono esserci tante influenze diverse. Certo, se dobbiamo incanalarci in un filone, indie pop italiano è quello più consono, ma guardiamo le cose più in grande. Rappresentare questa “nicchia” per noi è da sempre un onore, essendo in parte un po’ anche i creatori di questa realtà musicale. Negli anni 2000 quando facevamo questo genere, spesso le persone ci guardavano come degli alieni, perché noi dicevamo di fare “pop”, ma all’epoca il pop erano solo artisti come Eros, Giorgia e via dicendo. Nulla da togliere a loro, però siamo contenti che più di dieci anni dopo le carte in tavola siano cambiate». 

“Nella vita bisogna essere partigiani”, ha dichiarato, parlando della sua musica. Cioè? 
«Bisogna avere un credo e credere in quello che si porta avanti. Noi lo abbiamo fatto fin qui. Di base quello che intendevo dire è che devi essere tu il primo a credere nella musica che fai, sennò come fai a restare nel cuore della gente? Da sempre cerchiamo di veicolare la leggerezza in maniera magistrale e la musica la vediamo come un’arma che deve puntare dritto al cuore, con la finalità di emozionarti». 

Nel singolo “La notte chiama” duettate con il rapper, conterraneo, Izi. Com’è nata questa collaborazione? 
«Da sempre amiamo fare delle collaborazioni, perché danno nuova creatività ed energia: in "Marassi Deluxe" abbiamo duettato con grandi protagonisti della musica italiana come Caparezza, Levante e Willie Peyote ed è stato fantastico. Grazie all’esperienza di Sanremo è nata la collaborazione con Jack Savoretti e poi è nato questo featuring fresco con Izi, orgogliosamente genovese come noi. Da un po’ avevamo voglia di mischiare la nostra musica con quella proveniente dal mondo della trap: Izi lo conosciamo da tempo e lo consideriamo uno dei migliori sulla scena. Per questo abbiamo deciso di proporgli una collaborazione, lui ha subito accettato e si è messo in gioco con noi e alla fine questo esperimento è andato a buon fine!». 

Siete figli della vostra terra, Genova. Quanto ha contribuito nella scelta del vostro percorso? 
«Con Genova abbiamo un rapporto quasi viscerale, che emerge in ogni disco. Mentre “Marassi” raccontava di un quartiere di periferia, fuori dai riflettori se non fosse per la presenza dello stadio e del carcere, “Corochinato” non si riferisce solo a un aperitivo tipico genovese, ma anche e soprattutto alle persone comuni, semplici, come noi, che si ritrovano nel tipico locale con gli amici dopo aver finito di lavorare. La nostra città fa parte di noi, l’abbiamo sempre raccontata e continueremo a farlo. Quello che diciamo sempre su Genova è che ti lascia il segno, nel bene e nel male, e che te la porti sempre dietro, ovunque tu vada». 

Il processo di scrittura delle vostre canzoni... ci date delle coordinate?   
«Hai presente i Lego? Montare e smontare una casetta, un castello, un intero paese. Ecco per noi ogni canzone è un momento di gioco da una parte e un cantiere dall’altra. Nella prima fase spesso io inizio a scrivere i pezzi, dopodiché ci riuniamo tutti insieme per rivederli e pensare alla musica da costruirci intorno. Ogni pezzo ha una sua storia, per alcuni pezzi ci basta un pomeriggio, altri invece li teniamo in un cassetto e dopo un po’ di tempo prendono forma, ma alle volte non come erano state concepite. Così capita che il ritornello di una canzone diventi il verso di un’altra». 

Ha scelto di vivere nell’alta Val Borbera, dove ha messo su la sua cascina. Perchè una scelta così radicale? 
«Ho preso questa decisione a 20 anni, non ne potevo più di vivere in città, tra il cemento e un’infinità di palazzi uguali. Sin da piccolo andavo in montagna e mi mancava proprio stare a contatto con la natura. Così ho deciso di lasciare la mia città per trasferirmi in campagna. Da quel momento ho scoperto un nuovo modo di vivere, di trascorre il tempo e di vedere le cose. Io e la mia compagna Martina abbiamo comprato la nostra cascina e pian piano l’abbiamo ristrutturata creando la realtà dei nostri sogni in Val Borbera. Questo è un anno importante perché presentiamo il nostro vino, su cui abbiamo lavorato per anni».

C’è stato Sanremo, il concerto del 1° maggio, l’uscita di “Corochinato” e adesso i live. Bilanci?
«Che dire, siamo molto felici e soddisfatti. Corochinato è arrivato in un momento particolare della nostra storia come band. Abbiamo 17 anni di carriera alle spalle e continuare a creare musica nuova di cui si è soddisfatti non è sempre semplice. Corochinato è arrivato nel momento giusto, come anche il Festival, sono stati per noi la dimostrazione che abbiamo ancora tanto da dire e musicalmente parlando questo è l’album di cui siamo soddisfatti».
 
Un tempo saliva sul palco con il timore di sbagliare. Oggi abbraccia chiunque le capiti a tiro. Come si vince l’ansia da palcoscenico?
«Ci ho impiegato un po’, ma alla fine ho capito che l’esibizione perfetta non è la cosa che conta di più. Si può sbagliare e, se succede, non casca il mondo, la cosa importante è godersi il momento. Per quanto riguarda gli abbracci io da sempre sono un “fan”, se così si può dire, del contatto fisico. Andare in mezzo al pubblico, creare un vero e proprio contatto, sentire l’energia piace tantissimo a tutti noi».

Ha dichiarato che prova ogni giorno ad avere almeno un momento in cui essere libero. Qual è il suo preferito? 
«Non ho un momento preferito della giornata è questo il bello. Ogni giorno è una cosa a sé, un’esperienza nuova da vivere a 360°. Qualche giorno fa mi sono sentito libero e davvero felice mentre passeggiavo con i miei cani all’imbrunire tra le valle della montagna in cui vivo. La libertà e la felicità molto spesso stanno nelle piccole cose, in momenti quasi ordinari, ma che se comprendi ti si rivelano in tutta la loro essenza e magia».

Lei è un contadino-cantante e per questo piace molto alla gente: le hanno già dedicato quattro tesi. Un mondo nuovo è possibile allora? 
«Oltre che a esserne onorato rimango spesso molto sorpreso da come venga considerata la mia professione di contadino. Il mio modo di vivere e il mio mestiere sono tra i più antichi al mondo, questo però spesso molta gente lo dimentica, perché troppo impegnata a vivere la propria vita circondato dal cemento e mille apparecchi elettronici. Con questo non voglio criticare nessuno, assolutamente, ognuno è libero di vivere come vuole però io sono fiducioso che con il tempo, che non è neanche troppo purtroppo, la gente capisca davvero le priorità della vita. Che inizi ad avere più cura del pianeta in cui vive e che si approcci alla vita stessa in una maniera più sana e più a contatto con la terra».

 


17 ANNI DI INDIE POP

Gli Ex-Otago sono un gruppo musicale indie pop italiano formatosi a Genova nel 2002. Dopo diversi cambi di formazione gli Ex Otago oggi sono: Maurizio Carucci, Simone Bertuccini, Francesco Bacci, Olmo Martellacci e Rachid Bouchabla. Pubblicano il primo album nel 2002, “The chestnuts time” e nel 2007 il secondo “Tanti Saluti”, seguono nel 2011 “Mezze stagioni” e nel 2014 l’album “In capo al mondo” assieme al libro “Burrasca”. “Marassi” (2016) è stato il disco che ha portato gli Ex-Otago a suonare su e giù per l’Italia. Il 17 maggio 2018 viene pubblicato il singolo “Tutto bene”, che anticipa l'uscita del sesto album “Corochinato”, distribuito da Polydor/Universal Music Italia. Nel 2019 partecipano al 69º Festival di Sanremo con il brano “Solo una canzone”, classificandosi al 13º posto.

 


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