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Siamo a rischio estinzione

Le tematiche ambientaliste: dalla cronaca delle catastrofi naturali alla formazione di una vera e propria cultura della prevenzione. Ne parliamo con Luca Mercalli

Gio 25 Lug 2019 | di Nadia Afragola | Attualità
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Siamo stati nelle scorse settimane al “Festival della Tv e dei nuovi media” a Dogliani, nel cuore delle Langhe-Roero e Monferrato, territorio iscritto alla Lista del Patrimonio Mondiale UNESCO, dal 22 giugno 2014. E quale miglior contesto per parlare di ambiente e degli “allarmismi” che negli ultimi  anni hanno riempito le pagine dei giornali. Sotto i riflettori Luca Mercalli, climatologo, che presiede la Società Meteorologica Italiana: «Non sono ottimista, abbiamo perso una quantità enorme di tempo rispetto alla conoscenza scientifica, che ci avvertiva già 40 anni fa del “problema ambiente”. Rimango tuttavia positivo sulle possibilità che abbiamo di correggere il tiro, perché sappiamo benissimo che cosa bisogna fare. Il problema vero è che ci manca la volontà di farlo, siamo schiacciati e inchiodati a un conformismo antiquato che ci impedisce di vedere il “piatto” della posta in gioco. Questo però è un problema antropologico e psicologico sul quale io chiedo l'aiuto dei colleghi delle scienze umane, perché dobbiamo smontare certi difetti tipici del nostro essere. Siamo vittime di un effetto Cassandra che ci porta a profetizzare condizioni avverse sul futuro, senza però combatterle. Nonostante la scienza ci dica che corriamo un rischio enorme, noi, come specie, voltiamo la testa dall'altra parte». 

Manca la reale consapevolezza del problema. 
«Questa mancanza di consapevolezza è il primo problema che ci rallenta nell'azione. Poi ci sono chiaramente gli interessi economici, che creano attrito, ma non fanno altro che assecondare l’attitudine pericolosissima delle persone, che è quella di pensare all’oggi e non guardare al lungo termine, alla prevenzione e in particolare alle generazioni future. In effetti stiamo ribaltando tutto il rischio ambientale su di loro e questo è, anche eticamente, scorretto».

Si fa un gran parlare di sostenibilità solo perché va di moda o perché realmente si sta andando in quella direzione?
«La sostenibilità è un tema all'ordine del giorno da almeno 30 anni. Se aprissimo oggi un giornale degli anni ’90, troveremmo gli stessi articoli con le stesse considerazioni. Il problema è che nonostante tutto, la sostenibilità non si trasforma in un indirizzo preciso, in un percorso, ma rimane piuttosto un optional, un’appendice al nostro sistema economico. La sostenibilità è come una dieta che il medico ci impone e non la si può fare quando si vuole, un giorno sì e due no. La dieta, affinchè abbia effetto, va seguita con costanza. In questi 30 anni la sostenibilità non ha avuto una posizione prioritaria tale da orientare tutte le azioni economiche per il futuro. Anzi, è rimasta e rimane un aspetto marginale, quasi di volontariato per chi ha voglia di farlo, mentre i “pirati” continuano invece a perpetrare la predazione delle risorse».

Se parliamo di agire quotidiano consapevole, di cosa stiamo parlando?
«Sono diverse le azioni che possiamo operare nel nostro quotidiano. Prima di tutto parliamo di abbattere gli sprechi; tutte le nostre società, perfino quelle dei paesi in via di sviluppo, sprecano tremendamente. Non abbiamo l'abitudine a utilizzare con parsimonia le risorse naturali. Dobbiamo applicare più tecnologia, ad esempio nel campo delle energie rinnovabili, iniziando ad utilizzare massivamente i pannelli solari, che sono un gioiello di ingegneria e di fisica. Dobbiamo andare avanti, non tornare indietro, non possiamo più basarci sui metodi che hanno contribuito alla crescita economica del passato. Il futuro non deve basarsi sullo sfruttamento delle risorse, la produzione di rifiuti e l'uso delle energie fossili. E per fare questo bisogna attuare una conversione economica che interessi tutti i settori energetici e delle energie rinnovabili».

Qualcuno dei suoi colleghi parla di punto di non ritorno. Non temete di spaventare la gente comune che magari non ha quella preparazione necessaria per capire quello che voi dite?
«Neanche per sogno! Il punto di non ritorno l'abbiamo passato 30 anni fa! Adesso siamo nella merda fino al collo! Non siamo stati capaci o non c'è stata la volontà di aprirsi al messaggio scientifico del passato quando era il momento di agire; 40 anni fa avremmo potuto correggere il problema con piccoli passi, mentre ora i piccoli passi non bastano più e quindi dobbiamo spaventare le persone. Il che non significa creare panico, che è paralizzante, ma vuol dire dare il giusto metro di rischio dell'estinzione dell'umanità e soprattutto fornire la soluzione, per poi arrivare all’azione congiunta. Voglio che siano chiare queste parole: tutta la scienza internazionale dice che corriamo il rischio di essere inclusi nella sesta estinzione di massa da noi stessa attivata. Non è forse abbastanza come posta in gioco? Spaventare deve essere in questo caso una delle componenti della comunicazione purchè sia basata su dati corretti, non sulle chiacchiere e sulle sensazioni. Dobbiamo agire in parte sull'emotività, ma una componente fondamentale rimane la razionalità dei dati scientifici che ci possono realmente portare fuori da questa situazione».

Stile di vita sostenibile. La percezione che ha la gente è che sia un lusso che non tutti si possono permettere. Riusciamo a sfatare questo mito?
«Questo è un tema strettamente politico. La politica è un sistema di norme, di incentivi economici e di guida delle industrie e dell'economia, che dovrebbe rendere economico ciò che per il mercato non lo è. La politica deve avere il coraggio di inserire la sostenibilità nei costi. Pensare che la sostenibilità sia un lusso, è come dire che pensare al futuro di una ragazzina di 13 anni oggi sia un lusso. Cosa potrebbe dire quella stessa ragazzina all'età 50 anni? «Sapevate tutto e non avete fatto niente». E loro, le generazioni future,  che prezzo pagheranno? Sarà un conto incalcolabile, una cifra enorme, gigantesca. E quando inizieranno i problemi ambientali grossi, quelli più seri che devono ancora arrivare, allora quel “prezzo” sarà tradotto in sofferenza. Non si parlerà più di dollari, ma di dolore. Io non me la sento di avvallare il discorso secondo cui la sostenibilità ha dei costi troppo alti per l’economia di mercato, proprio perché è l’economia stessa che dovrebbe pensare al futuro in maniera costruttiva e non limitarsi pericolosamente a riflettere i danni dei suoi effetti sulle prossime generazioni». 



 


Chi è Luca Mercalli

Si occupa di ricerca su climi e ghiacciai alpini, insegna sostenibilità ambientale in scuole e università in Italia, Svizzera e Francia e la pratica in prima persona, vivendo in una casa a energia solare, viaggiando in auto elettrica e coltivando l’orto. È consulente dell’Unione Europea e consigliere scientifico di ISPRA-Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale. Per RAI ha lavorato a “Che tempo che fa”, “Scala Mercalli” e “TGMontagne” e ora su Rainews. Editorialista, ha al suo attivo migliaia di articoli e oltre 2000 conferenze. Tra i suoi libri: Filosofia delle nuvole, Che tempo che farà, Viaggi nel tempo che fa, Prepariamoci, Clima bene comune, Il mio orto tra cielo e terra, Non c’è più tempo, e il libro per bambini Uffa che caldo.



 

Due chiacchiere con Mario Tozzi

Anche Mario Tozzi è stato tra i protagonisti del “Festival della Tv e dei nuovi Media”. Lui è il primo ricercatore presso l’Istituto di Geologia Ambientale e Geoingegneria del Consiglio Nazionale delle Ricerche e si occupa dell’evoluzione geologica del Mediterraneo centro-orientale. È responsabile per la divulgazione della Federazione Italiana Scienze della Terra e membro del consiglio scientifico del WWF: «C'è uno strano meccanismo di comunicazione per il quale, per chi fa solo comunicazione diciamo per i giornalisti professionisti – dichiara Mario Tozzi - è sempre più attraente l'uomo che ha morso il cane rispetto al cane che morde l'uomo, non c'è niente da fare, è una legge che ti segue dappertutto. Faccio subito un esempio: chi fa scienza e non è specificamente nel campo climatico, ma nel campo paleoclimatico, magari sì, sa benissimo come funzionano le cose, sappiamo che la scienza non è democratica. Non è che si decide per alzata di mano la velocità della luce, quando parliamo di clima quello che vediamo è una serie di dati, in cui tutti gli scienziati del mondo ci dicono di fare attenzione che c'è un cambiamento climatico in atto, dovuto all’attività dell'uomo, e questo lo dicono da un po' di tempo, tanto tempo. Eppure...».
Poi arriva l’attivista svedese che ha scosso le coscienze, Greta Thunberg.  
«Questa ragazza può essere criticabile per tanti aspetti, è stata insultata ingiustificatamente eppure ha aiutato ad amplificare la voce degli scienziati, dicendo sostanzialmente le stesse loro cose, ma con parole molto semplici. Ho notato che molti giornalisti sono lì a domandarsi cosa c’è dietro Greta. Ma che cavolo ci deve essere dietro quella ragazzina? Perché non andate a vedere cosa c’è dietro il potere forte dei petrolieri, dei carbonieri, che continuano a bruciare il combustibile fossile? Perché continuiamo a domandarci quale potere forte ci sia dietro Greta? Pensate che le cinque grandi compagnie petrolifere del mondo hanno investito negli ultimi tre anni un miliardo di dollari solo per contrastare le legislazioni che vogliono limitare i combustibili fossili. Ditemi ora dove sta il potere forte. Qui entriamo in un ambito in cui hanno delle colpe anche e soprattutto coloro che fanno comunicazione e non provate a tirarvi indietro».



 

 

Due parole con Angelo Robotto

Angelo Robotto è il Direttore Generale Arpa Piemonte, l’Agenzia Regionale per la Protezione Ambientale. Laureato al Politecnico di Torino in Ingegneria Chimica, Dottore di Ricerca si è occupato di ambiente fin dai primi progetti post-laurea con il Politecnico di Torino, in particolare sugli aspetti di sicurezza industriale. Collabora con diversi gruppi tecnici a livello nazionale ed è membro di Commissioni a livello centrale. È consulente dell’Autorità Giudiziaria per numerose indagini in ambito ambientale: «Su circa 50.000 notizie nell'arco di un anno parlo del 2017/2018, il 9% sono notizie ambientali, circa 4500. Se poi si va a scavare ci si accorge che una quota cospicua è rappresentata dalle notizie sul meteo, sui disastri ambientali. Scavando ti accorgi che le notizie che si occupano di divulgazione ambientale, di approfondimento sono sotto le centinaia. Ecco perché come Direttore Generale di un Ente che fa protezione ambientale, senza essere comandati dalla politica, mi sento poco rappresentato. In Piemonte spendiamo tanto per avere dei dati certi sui quali poter costruire ragionamenti e agire sociale, eppure se quando ne parliamo in sala ci sono 30 persone è già tanto. Questo è un dato». 

 


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