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Formaggio in cambio di auto

Firmato l’accordo tra Europa e Giappone: abbattuta la tassazione supplementare per i prodotti alimentari europei e le macchine giapponesi

Gio 25 Lug 2019 | di Armando Marino | Soldi

Formaggio in cambio di auto. è così che è stato soprannominato il grande accordo di libero scambio tra Europa e Giappone firmato nel maggio del 2018 ed entrato in vigore nel febbraio 2019. Il nomignolo rende l’idea delle principali industrie interessate dall’intesa: i prodotti alimentari europei e le macchine made in Japan. L’accordo prevede di abbattere la tassazione supplementare per questo tipo di prodotti nei due mercati. Per rendere l’idea, in Giappone molti prodotti alimentari in arrivo dall’Europa, incluso ad esempio il prosecco italiano, venivano caricati di tasse doganali fino al 40%. Dal primo febbraio di quest’anno il 94% di questi prodotti non è più soggetto a tasse, divenendo più conveniente per i consumatori. I giapponesi si sono riservati il diritto di proteggersi dalla concorrenza su qualche prodotto locale, come il riso, alimento fondamentale nel Paese orientale quanto da noi la pasta e forse più.

L’accordo è stato trattato a lungo, fin dal 2013, e paradossalmente ha subito una spinta proprio dal protezionismo dell’America di Donald Trump. Il presidente ha deciso di proteggere i prodotti americani dalla concorrenza e per questo si è ritirato dagli accordi di libero scambio con il Giappone e da quello che si stava negoziando con l’Europa, il Ttip, molto contestato da chi sosteneva che i prodotti americani sarebbero arrivati sul nostro mercato con meno controlli e standard di qualità e sicurezza più bassi dei nostri.

Cosa succede con l’accordo euro-giapponese? Non ci sono state grosse proteste, perché l’accordo prevede anche che gli standard per le automobili nelle due aree economiche, che messe insieme valgono un terzo della ricchezza mondiale, siano parificati. Più complesso stimare le conseguenze. Le aziende esportatrici risparmiano un miliardo di euro di spese e le esportazioni dovrebbero risultarne favorite, incluse quelle dei prodotti italiani. Le auto giapponesi dovrebbero diventare più convenienti e, in effetti, il numero di immatricolazioni di marchi come Toyoya e Nissan sono cresciuti ad aprile molto più della media del mercato automobilistico, che in Europa da inizio anno non è particolarmente vivace. Le aziende europee dovrebbero avere più facile accesso alle gare d’appalto in Giappone e per l’Italia, che è un Paese esportatore, dovrebbe essere una conquista particolarmente importante. L’abbattimento dei dazi, naturalmente, ha un rovescio della medaglie: le aziende meno competitive potrebbero risentire della concorrenza. Ma nel caso delle auto il problema è relativo, perché il nostro principale gruppo è in cerca di alleanze, anche con case giapponesi, oltre che con la Renault. Gli esperti dubitano invece della possibilità di attrarre nuovi investimenti da Tokyo: la burocrazia italiana resta pessima. Il presidente della camera di commercio giapponese in Italia ha spiegato che a un dipendente giapponese che deve lavorare in Italia per tre anni servono sei mesi per avere il permesso e deve sostenere un esame di italiano. Cosa che nessun altro Paese europeo impone. Da noi al protezionismo ci pensa la burocrazia.                              
 

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