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Un confine sottile

Il caso di Reggio Emilia, al di l della vicenda giudiziaria, ci pone di fronte a degli interrogativi

Gio 25 Lug 2019 | di Lucrezia L. | Genitori&Figli
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Quale incubo peggiore può esserci per una mamma di vedersi portare via i figli? A Reggio Emilia ci sono famiglie che hanno visto realizzarsi questo incubo. La vicenda emersa a causa di un’inchiesta giudiziaria ci entra in casa con la forza di una paura atavica: secondo un’inchiesta della magistratura, una rete di complicità tra assistenti sociali, magistrati e cooperative di assistenza. Non è il caso di entrare ulteriormente nella vicenda con i suoi dettagli spaventosi (in primis le manipolazioni dei bambini per far raccontare loro che i genitori erano inadeguati a fare i genitori o peggio). Giudicare il caso singolo è compito della magistratura e alcuni dettagli sono così incredibili che davvero non è il caso di emettere sentenze sulla carta.

La vera speranza è che il clamore intorno a questa vicenda serva per farci riflettere su una realtà che sembra così lontana dalla nostra quotidianità, ma su cui invece dovremmo riflettere a fondo. A partire dal fatto che, a pochi chilometri di distanza, in provincia di Modena, vent’anni fa ci fu un caso simile, con sedici bambini allontanati dalle famiglie, accusate di essere una setta di pedofili satanisti. Quando si scoprì che era tutta una montatura era già troppo tardi. I bambini erano stati inseriti in nuove famiglie e non si poteva tornare indietro. Fatico a immaginare l’impatto di queste storie sulle vite delle persone, mi sembra troppo enorme per essere vero. Ma purtroppo lo è.

Sono i casi che fanno notizia. Ma in Italia, stando ai dati che circolano, ci sono trentamila bambini sottratti alle famiglie e dati in affidamento a privati e comunità. Secondo le indagini, nel caso di Reggio Emilia la molla era economica: si procuravano bambini per strutture che venivano pagate per accoglierli. Una famiglia che prende un bambino in affido certamente si lancia con generosità in un’impresa meritoria, una vera e propria sfida. Difficile che lo faccia per ricevere il contributo di 400 euro che viene erogato di solito. Ma spesso, i bambini finiscono in comunità o a famiglie che fanno parte di una rete di servizi assistenziali. In questo caso le cifre in ballo sono più alte, da 80 a 120 euro al giorno e non si può escludere che facciano gola a operatori scorretti.
Ma c’è di più: anche quando le intenzioni sono oneste, il sistema si basa spesso su valutazioni che possono essere soggettive. La procura minorile raccoglie i pareri di esperti che a volte non hanno approfondito abbastanza il caso. Il tribunale in genere segue le raccomandazioni di questi esperti, perché il rischio di lasciare un bimbo in una famiglia difficile è alto per assistenti sociali e psicologi: se poi succedesse qualcosa al bambino, potrebbero pagare loro in prima persona. Spesso si opta per affidi temporanei che vengono rivalutati dopo qualche anno. Ma una volta fuori dalla famiglia, i bambini finiscono in una zona grigia in cui le valutazioni si fanno più sfumate. E spesso seguono  “mode” del diritto legate all’opinione pubblica. Una famiglia povera rischia di finire confusa con una famiglia inadeguata.
Il confine è sottile e nessuno può permettersi di ignorare un fenomeno di questo genere e girarsi dall’altra parte. Certo, un meccanismo di salvaguardia per i bambini deve esistere, perché purtroppo i genitori pessimi o, peggio, violenti, esistono. Ma senza generalizzare e senza criminalizzare nessuna categoria, né le comunità né gli operatori sociali, è bene che casi di questo genere non finiscano nelle pagine di cronaca e basta. Ogni volta deve essere un’occasione per chiedersi se il sistema funziona. Lo dobbiamo a quei figli e a quei genitori.  
 

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