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Da Oxford all’Italia

Giovanna Zamboni: dopo 12 anni all’estero rientra come professoressa associata

Gio 25 Lug 2019 | di Emanuele Tirelli | Attualità
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A maggio è diventata professoressa associata in Neurologia all’Università di Modena e Reggio Emilia, ma per due anni Giovanna Zamboni è stata al National Institutes of Health di Bethesda, nello stato americano del Maryland, e poi (per altri dieci) all’Università di Oxford, dove ha conseguito anche un dottorato ed è diventata Clinical Reserach Fellow. Eppure non è stato facile, non solo per la distanza dall’Italia, ma anche perché quando è partita per gli Stati Uniti era già sposata.

Come avete coniugato tutto questo?
«Non è stato semplice. Mio marito è un ingegnere informatico, mi ha spinta a trasferirmi negli Stati Uniti ed è venuto con me. Poi i nostri percorsi professionali ci hanno separati geograficamente, fino a un periodo comune a Londra, durante il quale facevamo comunque la spola, ognuno per raggiungere il proprio posto di lavoro. Anche adesso non è facile, perché io sono tornata a casa, mentre lui per lavoro si è trasferito ad Amsterdam».


Tre anni fa c’è stata la scelta di rientrare in Italia: perché?
«L’ho sempre desiderato e tutto si è moltiplicato quando abbiamo avuto un figlio. Così ho visto che all’Università di Modena e Reggio Emilia c’era un posto per ricercatore a tempo determinato di tipo B, ho partecipato e ho vinto. Poi ho preso l’abilitazione nazionale e da maggio sono professoressa associata. Diciamo che sto andando avanti professionalmente, ma la mia posizione, quando sono rientrata, era inferiore rispetto a quella che ricoprivo all’estero. Tutti, però, viste le enormi difficoltà italiane, mi guardano come se fossi una privilegiata. Se consideriamo gli spostamenti che ho fatto, i titoli e le strutture in cui ho lavorato, non penso affatto di esserlo. Credo di averlo conquistato con grandi sacrifici. E in molti mi hanno chiesto perché non abbia seguito mio marito».

Te l’hanno domandato in Italia?
«Anche all’estero. Di sicuro io e mio marito siamo in controtendenza, ma non è una considerazione esclusivamente italiana. Anche in Inghilterra ero stanca di sentirmi domandare cosa facesse lui, come a dare per scontato che lo avessi seguito. Capitava molto spesso. La differenza, rispetto all’Italia, è che certi pensieri sono mascherati. Formalmente, esplicitamente, non ti dicono molto. Te lo lasciano intuire. Ma la cosa più importante, la differenza più sensibile, è che c’è un intento concreto, un incoraggiamento a sopperire all’assenza delle donne nelle posizioni di maggiore prestigio e responsabilità. Stanno facendo dei passi enormi. In Italia invece non se ne parla, se non timidamente, e siamo lontanissimi da quelle dinamiche di cambiamento».

Pensi di restare?
«Per adesso è una prova per una vita sostenibile dal punto di vista familiare e professionale. Spero che andrà tutto bene. Sono ottimista e sono molto legata alle mie origini, alla famiglia che ho ritrovato qui dopo tanti anni di lontananza. Ma se nei prossimi anni non dovessi riuscire ad avere il percorso che desidero o se la società dovesse peggiorare in questo clima che si è appesantito negli ultimi anni, farei una riflessione. Ho degli obiettivi da raggiungere nella mia carriera e voglio che i miei figli crescano in un luogo europeo, liberale. Se la prova non darà i suoi frutti, sarò pronta a rimettermi in gioco ancora una volta, anche se noi donne abbiamo quasi sempre un conflitto interiore».

Parli del sottrarsi alla famiglia per privilegiare il lavoro? 
«So perfettamente quanto sia importante il mio lavoro, quanto mi piaccia, quanto rappresenti un percorso fondamentale anche per la collettività, ma c’è sempre quella parte di retaggio sociale, che persiste ancora oggi, che cerca di farti sentire in colpa per le tue scelte. A volte il retaggio te lo ricordano le frasi e le battute, però so bene che è inutile e che nessuna donna dovrebbe preoccuparsene, che dovremmo liberarci tutte da questo senso di colpa».
 

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