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Il respiro della natura

Luca Bracali ha visitato 144 Paesi, ha scritto 13 libri e le sue foto sono state esposte ovunque nel mondo. Regista e documentarista Rai, nel suo ultimo libro racconta la bellezza del nostro Pianeta attraverso 20 anni di scatti

Gio 25 Lug 2019 | di Testo di Angela Iantosca Foto di Luca Bracali | Interviste Esclusive
Foto di 15

Ha viaggiato in 144 paesi, è autore di 13 libri e vincitore di 13 premi in concorsi fotografici internazionali. Dal 2008 è membro di APECS (Association of Polar Early Career Scientists) per i suoi contributi mediatici e scientifici legati all'ambiente. Nel 2010 ha debuttato nel mondo della fine-art photography e le sue immagini sono state esposte, come personali, in 50 musei e gallerie tra Roma, Milano, Bologna, Napoli, Sofia, Kiev, Odessa, Copenaghen, Yangon, Montreal, New York e Bruxelles. Regista e documentarita Rai, ha firmato 15 servizi su National Geographic. Dal 2017 è ambasciatore dell’associazione no-profit “Salviamo il Pianeta” e, come se non bastasse, il Minor Planet Center di Cambridge gli ha intitolato a suo nome il 198.616esimo asteroide scoperto. Qualche mese fa Luca Bracali ha pubblicato un nuovo lavoro “Il respiro della Natura” (Silvana Editoriale, 2018), tradotto in italiano, inglese, francese e tedesco, e noi abbiamo deciso di parlare con lui del suo essere nel mondo.

Qual è il respiro della natura?
«Gli alberi sono gli amici silenziosi dell’uomo, ci donano ossigeno per la vita. Il loro compito è proprio questo, assorbire tutte le nostre impurità, tutta l’anidride carbonica che immettiamo nell’aria attraverso mille forme e metodi, per restituirci in un lungo respiro ossigeno puro».

Sappiamo ascoltarlo?
«No, nella maniera più assoluta direi. Anzi, facciamo esattamente il contrario, abbattiamo alberi e foreste creando nuovi spazi per allevamenti intensivi o per ampie vie di comunicazione».

Quando è cominciata questa sua avventura? Come?
«La mia attività giornalistica e fotografica è iniziata nel 1986 come inviato di riviste sportive, auto e moto in particolare. Poi nel 1991 ho fatto il mio primo viaggio documentaristico attraverso 15 stati europei e da lì ho capito quanto fosse meraviglioso il nostro mondo. Ho dovuto attendere il 2004 però, quando mi sono recato in Antartide, per capire cosa fosse esattamente il buco dell’ozono e quindi iniziare a conoscere i veri mali del nostro pianeta».

Ha sempre sognato di vivere immerso nella natura?
«No, non sempre, è stato un sogno di cui ho preso progressivamente coscienza mano a mano che, viaggiando, scoprivo nuovi angoli di un mondo che sembrava non avere confini e ricco di una biodiversità che non basterebbe una vita intera per poterla conoscere anche solamente in parte».

Cosa racconta in questo suo ultimo lavoro?
«Che è stato un po’ come arrivare al capolinea di un progetto iniziato per caso oltre venti anni fa quando scattai la mia prima foto ad una pianta. Ero una ninfea gigante in un giardino botanico delle Mauritius. Da lì ho continuato incessantemente a fotografare alberi, fiori e piante in 40 paesi del mondo per raccontare le meraviglie naturali del nostro immenso patrimonio vegetale».

Ha compiuto centinaia di viaggi: quale quello che l'ha segnata profondamente?
«Ma… ce ne sarebbero molti, in 28 anni di viaggi attraverso 144 paesi del mondo, sa quante storie mi hanno colpito? Dovessi dire la prima che mi viene in mente citerei gli Tsaatan, gli ultimi 200 uomini-renna, così chiamati perché la loro vita è legata esclusivamente ai loro animali che non uccidono e accudiscono come figli. Vivono in una terra sconfinata fra Mongolia e Siberia, nel cuore della taiga, trascorrendo lunghissimi inverni a 50 sotto zero e dormendo in tepee».

Che cosa le dice la natura?
«La natura dice che si è stancata dell’uomo. Dice anche che sta iniziando a ribellarsi, che presto troverà il suo equilibrio a discapito di tutti noi, della razza umana che accecata dal suo bieco egoismo l’ha ingiustamente maltrattata».

Come spiegare il valore del silenzio?
«E' un po’ come spiegare il valore dell’aria. Te ne rendi conto solamente quando viene a mancarti. Nell’isola di Pasqua, di fronte ai silenziosi e ieratici guardiani del tempo, il suono del silenzio è la sinfonia più armoniosa da ascoltare».

Non ha mai avuto paura?
«Di natura sarei una delle persone più timide e paurose che si possano trovare sulla faccia della terra. A 20 anni ho iniziato da solo un processo mentale che potesse portarmi pian piano a vincerle tutte. Mi sono immaginato la paura, forzandomi i pensieri quando ero da solo nei posti più remoti proprio per allenarmi a respingerla. Adesso l’ho vinta, anche quando tre anni fa mi corse dietro un orso polare, i battiti cardiaci mi aumentarono solamente perché mi misi a correre».

Il momento più emozionante?
«Quando ho visto la mia prima aurora boreale nel 1999: è stata una visione celestiale in tutti i sensi! Anche il primo cucciolo di orso polare fotografato a 53 sotto zero dopo quasi 6 ore di attesa non è stato da meno. Oppure inseguire un branco di 5 squali a 23 metri di profondità rimanendo poi senza ossigeno».

Che cosa significa per lei partire?
«Lasciare un capitolo triste e noioso di un libro per entrare in una storia viva ed avvincente, che mi arricchirà dentro e mi farà scoprire ciò che nemmeno riuscirei a sognare».

Qual è il momento che attende di più di un viaggio?
«L’arrivo. Pochi attimi dopo l’atterraggio, nel momento in cui metto piede a terra, realizzo subito se quel posto mi darà o meno le emozioni che cerco. Lo scorso aprile ero nell’arcipelago delle Vanuatu per documentare l’eruzione del vulcano Yasur. Dall’isola di Tanna sono andato a Pentecoste per raccontare la storia degli uomini-saltatori. Non avevo nemmeno finito di percorrere a piedi quella pista in terra battuta che ospitava un aeroporto senza porte e finestre, e già avevo capito che quello era esattamente il mondo che cercavo».

Quali sono stati gli incontri più sorprendenti?
«Moltissimi. Con animali e popoli. La prima volta che mi ha caricato un elefante ero a piedi, nella zona di confine fra Sud Africa e Botswana. Mi hanno detto la sera al villaggio che correvo così forte per rientrare in auto che non si vedevano nemmeno i piedi! I cacciatori con le aquile nei monti Altai, racchiusi fra Mongolia, Cina e Kazakistan, sono affascinanti, ho vissuto con loro per settimane, dormendo in tenda e mangiando, quando invitato, il loro cibo».

Qual è il luogo che ha visitato più volte?
«Sicuramente le isole Lofoten, credo di esserci stato oltre 15 volte. In Islanda almeno 11, alle Svalbard 9. Negli Stati Uniti ci sarò stato una ventina di volte, ma essendo così sconfinati, pur passando dall’Alaska alle Hawaii, vivi e racconti tutta un’altra storia».

Come è cambiato il suo sguardo negli anni?
«E' sempre più rivolto alle fragili bellezze che abbiamo, che forse non tutti conosciamo e che sicuramente andremo a perdere. Metto sempre i grandi paesaggi e la natura al primo posto, poi gli animali ed infine gli uomini, intesi come popoli e tribù. Un altro dei grandi valori culturali e antropologici che perderemo assai presto».

Cosa dovremmo fare per amore del mondo sul quale siamo di passaggio?
«Smettere di inquinare in maniera folle e sconsiderata. Smettere di utilizzare i combustili fossili come carbone, petrolio e metano ed abolire la plastica. Ridurre i consumi energetici e non abusare dell’acqua. Ma anche facendo ciò, a mio avviso, oramai è già troppo tardi...».

I movimenti per la Terra, Greta pensa possano essere utili a smuovere le coscienze?
«Pur essendo una “macchina” propagandistica creata ad hoc che ha dietro una intelligence non di poco conto, Greta ci voleva eccome! Grazie a lei si sono smosse milioni di coscienze popolari, grazie ai suoi scioperi e alle sue rimostranze i governi hanno aperto gli occhi su ciò che era palesemente manifesto, ma che preferivano non vedere. Solamente i giovani possono tentare di far cambiare rotta ad una nave che oramai ha preso il largo e punta ostinatamente verso un’unica direzione».

Cosa significa essere ambasciatore di Salviamo il Pianeta?
«Significa andare in giro per il mondo e documentare quanto di bello ancora c’è ed esortare la gente a rispettarlo e a mantenerlo. Significa mettere in evidenza gli allarmismi del global-warming che tutto è fuorché una trovata pubblicitaria. Significa dimostrare che la fusione dei ghiacci è una realtà tangibile e presto i suoi effetti giungeranno anche da noi. Significa far capire a quante più persone possibili che è meglio dare ascolto a Greta che a Trump».

Cosa porta con sé quando torna?
«Un bagaglio di immagini, ma soprattutto di esperienze che non baratterei con il patrimonio di Zuckerberg».

Qual è il suo prossimo viaggio?
«Prima le dico in ordine di tempo quelli che ho fatto da gennaio a luglio e che sono stati: Malta, Dubai, Birmania, Australia, Vanuatu, Hong-Kong, Macao, Vietnam, Azzorre, Francia (Pirenei), Svalbard, Francia (Camargue e Provenza). Poi le dico quelli certi che farò da settembre a dicembre e che saranno: Madagascar, Kenya, Vietnam, Stati Uniti, Canada ed Etiopia. Adesso sono io a farle una domanda… Secondo lei sono sufficienti per avere una vaga idea di come stia andando il nostro mondo?». 


 



Fotografo, docente, giornalista, scrittore

 
Luca Bracali (Pistoia, 1965) è un fotografo, esploratore, documentarista, giornalista e docente. Ha viaggiato in 144 Paesi per realizzare i suoi reportage, ha pubblicato numerosi articoli su riviste di viaggi e di cultura e ha firmato quindici servizi su National Geographic. Nel 2018 ha pubblicato “Il respiro della Natura” (Silvana Editoriale, 2018).

 

 

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