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Buono piuttosto che buonista

Quando la volpe non arriva all’uva dice che è acerba

Gio 29 Ago 2019 | di Angela Iantosca | Editoriale

È cominciata con il “piuttosto che” questa storia. Ma forse molto prima. A cosa mi riferisco? All'uso improprio delle parole e delle espressioni. 

Per un qualche motivo, un tale, ad un certo punto, sdogana un modo di dire e tutti ad imitare, senza interrogarsi o senza consultare una grammatica, per moda, snobismo o semplicemente ignoranza. 

Sul ‘piuttosto che’ non mi dilungo (non c'è bisogno di dire che non significa “o”, ma “anziché” e che metterlo in una frase-elenco è sconsigliato, giusto?), ma mi concentro sulla parola ‘buonista’ che ormai la fa da padrone.

Se sei a favore dei migranti, sei buonista e tutti a dire: «Ah, vorrei vedere se ti facessero qualcosa di male»; se ti batti contro una certa volgarità diffusa, sei “buonista da oratorio” (vi giuro anche questa l'ho sentita), come se nell'oratorio si condensasse necessariamente un certo tipo di ipocrisia e, soprattutto, come se questa frase dovesse suonare come una offesa. 
Se ti occupi di carcerati, sei buonista, perché, anche in questo caso, se venissero a rubare a casa tua non saresti più a loro favore… Se parli di tossicodipendenti, idem... 
Prima di tutto ricordiamo che, se qualcuno ti dà del buonista, non ti vuole fare un complimento. Perché funziona così: se fai delle buone azioni, per il puro piacere di farle, perché ci credi, non avendo secondi fini, sei buonista. Non hai chance, alternative, appigli. E sei buonista (o meglio scopri di esserlo) per 'ragioni' politiche (a te sconosciute, ma che rasserenano chi prova ad incasellarti) o semplicemente perché chi ti etichetta non condivide ciò che fai e allora insinua il dubbio sulla tua bontà (il principio è sempre quello della volpe con l’uva: se non ci arriva dice che è acerba). 

Da cosa dipende tutto questo? Dalla fatica diffusa a riconoscere una certa umanità e ad essere umani, tanto da sentirsi autorizzati ad individuare un lato b nascosto in qualcosa che non si riconosce come simile. Il vero problema risiede negli occhi di chi guarda, incattivito, stanco, sopraffatto da una certa negatività diffusa e da una maleducazione ordinaria e quotidiana che considera alieno ciò che va in direzione contraria a ciò che si è, purtroppo, consolidato.
Credo che il mio amico Saverio abbia proprio ragione quando dice: quello che un tempo si chiamava buona educazione, oggi lo chiamiamo buonismo.
 

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