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Migranti

... E tu saresti in grado di vivere come loro?

Gio 29 Ago 2019 | di Angela Iantosca | Attualità
Foto di 27

Tu saresti in grado di vivere come loro? Di vivere lontano da casa, separato dalla famiglia, dai figli, senza sostegno economico, con la paura di morire ogni giorno, senza un supporto medico e sanitario? Saresti capace di attraversare Paesi in guerra, pur di salvarti o di dare una speranza a chi è rimasto a casa? Riusciresti a dormire da solo in mezzo al nulla, a salire su un barcone senza conoscere la reale destinazione, a vivere in una fabbrica dismessa, in un palazzo occupato, a non sapere se mangerai? In questo speciale abbiamo deciso di dare voce a chi lavora per loro, parla di loro, si occupa di loro, ma che, prima di farlo, ha deciso di vivere come loro, mettendosi nei loro panni. Il risultato? Un’umanità commovente che mette da parte il pregiudizio e decide di osservare l’altro come prolungamento di se stesso.

 



Inclusi gli Esclusi 

MSF fa prevenzione e informazione all’Ex-Moi di Torino: un’esperienza positiva di inclusione

Nadia Afragola foto di Medici Senza Frontiere

Medici senza Frontiere (MSF) lavora in Italia dal 1999 con diversi progetti di assistenza sanitaria e psicologica a migranti, rifugiati e richiedenti asilo. Recentemente sono stati pubblicati i numeri di un progetto - “Incusi gli esclusi” -, uno di quelli che sono da esempio per un Paese come il nostro. Siamo a Torino presso l’Ex-MOI, dove da anni si opera, in collaborazione con l’ASL “Città di Torino”, il Comune di Torino e la comunità per promuovere l’accesso alle cure per migranti e rifugiati, facendoli uscire dalle condizioni di marginalità per far godere loro autonomamente del proprio diritto alla salute. Si interviene sul campo per migliorare situazioni in essere, ma soprattutto si formano figure chiave per progetti come questi in cui nulla può, ne deve, essere lasciato al caso. Stiamo parlando dei due mediatori interculturali, scelti e formati tra gli stessi residenti dell’Ex-MOI, che insieme a volontari e operatori hanno realizzato attività informative nell’insediamento informale e hanno lavorato agli sportelli della ASL per il superamento di barriere linguistiche e culturali. Quello che era solo uno sportello di MSF all’interno dell’Ex-MOI è così diventato un’esperienza virtuosa, grazie anche al sostegno delle autorità locali: «La ASL più vicina all’Ex-MOI si trova a 600 metri di distanza – ci spiega Claudia Lodesani, presidente di MSF -, ma prima del nostro intervento, 7 abitanti su 10, quasi tutti titolari di protezione internazionale o umanitaria, non erano iscritti al SSN, per mancanza di informazioni, barriere amministrative o linguistiche. Ora, grazie alla collaborazione con ASL e Comune di Torino, siamo riusciti a includere queste persone nella sanità pubblica, contribuendo a superare il loro isolamento nei confronti della comunità locale».  
A capo del progetto pilota per l’assistenza sanitaria che coinvolge circa mille persone, Valentina Reale, operatrice umanitaria per MSF.

Cosa accade nell’Ex-MOI di Torino?
«Siamo in un complesso di palazzine occupate dove vivono circa 500 persone, per la maggior parte regolari. La nostra attività è volta a integrare queste persone nel sistema sanitario nazionale come è loro diritto. Abbiamo un servizio di orientamento ai servizi sanitari, di informazione sulle procedure di accesso e di accompagnamento per i casi più vulnerabili».

Al vostro fianco anche dei mediatori culturali. Qual è il loro compito?
«Sono due persone selezionate fra gli abitanti dell’Ex-MOI e formate da MSF, nell’ottica di empowerment della comunità stessa. Il loro compito è di facilitare le nostre attività, avvicinare le persone ai servizi, diffondere messaggi di salute. Dalle prime fasi del progetto sono stati identificati alcuni residenti dell’insediamento informale dell’EX-MOI, che, dopo una formazione mirata, hanno affiancato gli operatori di MSF in tutte le attività (anche alla ASL dal 2017) di orientamento, informazione e accompagnamento ai servizi, anche con l’obiettivo di fungere da moltiplicatori di conoscenze all’interno delle stesse comunità. Il referente di comunità fornisce informazioni, diffonde messaggi di educazione sanitaria a tutti i membri della comunità, rafforza il legame di fiducia fra la comunità e MSF».     
 
Quante persone sono state aiutate? 
«La provenienza riflette la popolazione dell’Ex-MOI: persone di origine subsahariana e dal Corno d’Africa. Ad oggi sono state “orientate” oltre 500 persone, la maggior parte uomini singoli. Oltre il 70% risultava non iscritto al SSN e oltre l’80% privo di medico di famiglia o pediatra di libera scelta. Abbiamo svolto oltre 350 accompagnamenti, verso servizi sanitari e verso altri servizi amministrativi».

La tolleranza cosa è? 
«La tolleranza nasce dalla conoscenza: all’interno del nostro programma collaborano anche dei volontari del gruppo locale di MSF, che attraverso la loro partecipazione testimoniano cosa è l’Ex-MOI e cosa significa vivere le difficoltà dei migranti a Torino, come nel resto dell’Italia. Per uscire dai margini, bisogna mettere in piedi interventi di lunga durata e non di stampo emergenziale».

Le barriere linguistiche come si abbattono?
«La figura del mediatore culturale è centrale per agevolare dei percorsi di autonomia e conoscenza del paese di arrivo. La mediazione interculturale traduce la coabitazione, in convivenza. Per rafforzare la qualità degli interventi sociali, gli operatori devono conoscere gli stranieri che si rivolgono ai servizi e gli stranieri devono conoscere i servizi. Questo aiuta gli stranieri a diventare cittadini e i cittadini (in questo caso italiani) a riconoscere gli stranieri in quanto cittadini».

Perché la gente ha così tanta paura dei migranti e dei rifugiati?
«La narrazione che viene perpetrata sui migranti è soprattutto negativa e collegata a logiche securitarie, per cui gli italiani avvertono i migranti soprattutto come un pericolo, per la loro sicurezza e per la loro economia».

La salute è realmente un diritto in Italia?
«La salute è un diritto difficile da esercitare. Quello che facciamo noi è facilitare l’esercizio di tale diritto».

L’accesso alle cure per migranti e rifugiati come è possibile?  
«Le istituzioni devono intervenire contro l’isolamento dai servizi dei migranti. Promuovere l’accesso da parte degli abitanti degli insediamenti informali ai servizi socio-sanitari territoriali, rafforzando i servizi forniti da Comuni e ASL per una presa in carico integrata degli utenti. Rafforzare la presenza regolare dei servizi socio-sanitari negli insediamenti informali, attraverso interventi di prossimità, con l’obiettivo di orientare la popolazione residente ai servizi territoriali, in un’ottica di inclusione nel servizio pubblico e di empowerment della popolazione stessa, e con l’altro obiettivo di individuare e prendere in carico i soggetti più vulnerabili. Prevedere la presenza strutturata, non legata a progetti a termine, di mediatori interculturali nei servizi con accessi più elevati di migranti e rifugiati. Rafforzare i servizi accessibili in regime di STP, con la possibilità di attribuzione immediata del codice in ogni punto di potenziale accesso diretto dei migranti, per favorire l’immediato accesso alle cure e l’immediata presa in carico da parte degli stessi servizi».

Siete un esempio virtuoso. Un mondo altro è possibile, allora?
«Certo. Non bisogna mai mancare di fare testimonianza attraverso il nostro lavoro, nei confronti delle istituzioni e della società civile».

Ci saranno altri progetti simili in Italia?
«Da quest’anno, abbiamo avviato due progetti simili in due altre città italiane: Palermo e Roma».                                                             

GIGHI TOUNKARA, IL MEDIATORE INTERCULTURALE
Gighi Tounkara è uno dei mediatori interculturale. Viene dal Mali e ha 26 anni: «All’inizio eravamo noi di MSF che andavamo a cercare le persone all’interno delle palazzine per fornire le informazioni, oggi mi chiamano di giorno e di notte anche per parlarmi dei loro problemi e chiedere consigli. È molto impegnativo, ma mi piace aiutare gli altri».

Che differenza c’è tra un mediatore interculturale e un volontario? 
«Un mediatore interculturale è una persona che proviene da una comunità straniera che può anche fare il volontario, ma deve provenire da un processo migratorio».

Quali sono i compiti di un mediatore culturale?  
«Il suo compito è quello di interagire perché ci siano integrazione tra la comunità straniera e i cittadini, basandosi sulla comunicazione e la collaborazione».

Quali sono le popolazioni più difficili da aiutare?   
«Non ci sono popolazioni più facili, più che altro dipende dalla persona che hai davanti, che può essere spaventata o alle prese con problemi che noi neppure vediamo».

Come si spiega ad un rifugiato o un migrante cosa sia la prevenzione? 
«Il fatto che il nostro obiettivo primario sia quello della loro salute, aumenta la fiducia. Avere un medico è il primo passo: noi gli diamo informazioni su come avere il medico di famiglia, su cosa significa e quali sono i servizi, se stanno male. Spieghiamo che il modo migliore per evitare di ammalarsi è fare i controlli, recandosi autonomamente ai servizi pubblici, senza avere paura o sfiducia».

Qual è la reale percezione che questa gente ha del nostro Paese? 
«Si sentono odiati dagli italiani, perché sono accusati di non voler lavorare o di essere criminali». 

L’Ex-MOI cosa ha di speciale al punto da diventare un esempio virtuoso per l’Italia?  
«Gli abitanti dell’Ex-MOI vanno d’accordo tra loro, all’interno vivono oltre venti nazionalità e le comunità sono attente l’una all’altra, facendo duri sforzi ogni giorno per andare a scuola, lavorare, istruirsi, seguire corsi professionali».

Cosa si intende per insediamento informale? 
«Un posto dove non può che esserci difficoltà, sofferenza e dolore, ma anche coraggio e pazienza per andare avanti».

Cosa manca al nostro sistema di accoglienza per essere all’altezza delle problematiche di queste persone? 
«Il sistema di accoglienza non prevede misure che facilitano l’integrazione e l’autonomia del rifugiato. L’insegnamento della lingua italiana e la mediazione culturale sono importantissimi».


 

Curare chi ha bisogno è la nostra resistenza

Gino Strada e i 25 anni di Emergency: i diritti umani, la pace, la guerra, l’informazione

Nadia Afragola

Si è tenuto a luglio il 18° Incontro Nazionale di Emergency “Di Guerra e Di Pace”, che ha celebrato 25 anni di attività dell’organizzazione. Un quarto di secolo in cui sono stati costruiti e gestiti ospedali aperti a chiunque e curati milioni di persone, vittime della guerra, delle mine antiuomo e della povertà. Tempi difficili questi per le ONG, tempi in cui a farsi largo, in Italia e in Europa, è la cultura della violenza e della discriminazione. «Da 25 anni Emergency mette in pratica un’idea molto semplice: cura chiunque ne abbia bisogno. Nulla di eroico, è il nostro dovere, la nostra resistenza: mettere in pratica, ogni giorno, in tutti i nostri progetti, i diritti umani. È questo il nostro contributo, che ci ha portato a curare oltre 10 milioni di persone. E sarà anche una goccia nell’oceano, però è una bella goccia», afferma Gino Strada, chirurgo e fondatore dell’associazione umanitaria. Ha raccontato una nuova “resistenza”, quella quotidiana, di chi vive in terre martoriate dalla guerra, di chi è costretto a fuggire da miseria e povertà, di chi intraprende un viaggio lungo e difficile a rischio della propria stessa vita, di chi affronta e combatte ogni giorno razzismo e indifferenza. Di chi ha avuto idee e le pratica con resistenza. Gino Strada lo abbiamo incontrato anche sul palco di Collisioni, Festival agrirock di Barolo, che nel mese di luglio richiama nelle Langhe decine di migliaia di spettatori da tutta Italia e dall’estero, insieme a Paola Turci e Daniele Silvestri. Uno spettacolo dedicato alla pace, raccontato con parole e musica. 

Come vogliamo che sia organizzata una società? 
«Quando parliamo di società parliamo di un insieme di più cose. “Prima gli italiani” era l’idea che aveva in testa Hitler e chi come lui aveva la svastica attaccata al sedere. Non c’è spazio, non può esserci spazio per il razzismo. Sono convinto che gli italiani non siano così fascisti e così coglioni come vogliano farci credere. Torniamo ai princìpi. Credo che il buono, il bello, il giusto, siano in una società in cui ognuno contribuisce per le sue possibilità e riceve secondo i suoi bisogni». 

Entriamo nel campo dell’etica, quindi? 
«L’unico scatto etico che dobbiamo fare è quello di non ammazzarci. Il genere umano è l’unica specie al mondo che si fa la guerra per il gusto di farsela. Mi chiedete sempre perché sono 40 anni che non voto… bene, perché nessun governo mi garantisce che non farà la guerra. Mi ritrovo ad avere di fronte sempre dei muri incrostati, dove non puoi discutere, non puoi neppure discutere di uscire dalla Nato». 

Come si abolisce la guerra? 
«Chi ha vissuto la guerra ha provato così tanto orrore che l’ha messa al bando, l’ha dichiarata illegale, un crimine. Parlo della Prima Guerra Mondiale. Ora sono decenni che non si parla più di abolire la guerra. Il nostro paese ci porta in guerra, che lo si guardi dalla destra o dalla sinistra. Quando è successo che abbiamo smesso di rispettare la nostra Costituzione? È perché abbiamo deciso di stare li a guardare “semplicemente” cosa accade?». 

Poi arriva l’informazione. 
«Un ruolo fondamentale ce l’ha proprio l’informazione. Mi auguro che smetta la gara dei nostri quotidiani a chi pubblica più foto di Salvini. Smettiamo di parlare di questa gente. Non sono dei pensatori come non sono dei pensatori tanti altri “personaggi” che riempiono le pagine dei nostri giornali. “Il Barbiere di Siviglia” fu composto da Gioachino Rossini all’età di 14 anni. Mi dite quanti anni ha Sfera Ebbasta? “Che tu possa vivere tempi interessanti!”. Sembra che sia un anatema cinese, dove interessanti in realtà sta per “difficili”. Sì, viviamo tempi difficili in un Paese e in un continente sempre più chiusi, dove stiamo perdendo il senso del vivere insieme, ognuno confinato nella sua solitudine. Che si parli di guerra o immigrazione, uguaglianza, solidarietà, diritti sembrano ormai parole cancellate dal vocabolario. I valori e i princìpi che abbiamo sempre ritenuto alla base di una società giusta sembrano dissolti di fronte alla crisi economica, alla mancanza di prospettive, alla paura del futuro… Ma proprio perché sono tempi difficili, possono essere tempi interessanti. Possono essere il tempo dello scatto e della scelta, il tempo di prendere una posizione e di fare, di costruire. In parole semplici: il tempo di resistere. Oggi non possiamo più restare indifferenti. Non possiamo più permetterci né di tacere né di girarci dall’altra parte. Possiamo, dobbiamo far sentire la nostra voce. Possiamo – dobbiamo – costruire un’alternativa alla guerra e alla sua logica. Ora più che mai è necessario praticare diritti perché la pratica dei diritti è pratica di pace».                                  

Smemoranda & Emergency
Quest’anno l’agenda più famosa d’Italia, che esce dal 1978, è stata presentata nella sede di Emergency, in casa di uno degli autori storici, Gino Strada, da sempre sostenitore delle iniziative legate a Smemoranda. Non mancava nessuno all’appello, soprattutto non mancavano Gino Vignali e Michele Mozzati insieme a Nico Colonna, i tre che hanno dato origine al tutto. Il titolo è: “Mai senza”. Lapidario l’intervento di Gino Strada: “Per 25 anni hanno accusato Emergency di fare politica e l’accusa veniva dai politici. Ma ha senso? Quello che mi preoccupa è che questa mentalità volgare, banale, ignorante, egoista non venga contestata sul piano culturale. Voglio dire, dall’altra parte c’è il buio oltre la siepe”. 


 

NEL MARE CI SONO I COCCODRILLI

Fabio Geda e Eanaiatollah Akbari: l’amicizia tra un narratore e un ragazzo partito dall’Afghanistan e arrivato in Italia 

Angela Iantosca

Casuale e intenso è stato il loro primo incontro. Da una parte uno scrittore di Torino, dall'altra Enaiatollah Akbari, un bambino che, partito dall’Afghanistan, dopo un viaggio attraverso l’Iran, la Turchia e la Grecia, in Italia ha trovato un posto dove fermarsi e avere la sua età.

Quando ha conosciuto Eanaiatollah?
«Ci siamo incontrati alla presentazione del mio primo romanzo. Lui era stato invitato a fare da controcanto, con la sua storia vera, alla storia da me inventata di un ragazzino romeno che viaggiava da solo, in Europa, per cercare suo nonno. Quando l'ho sentito parlare, ho percepito una grande sintonia tra il suo sguardo leggero, persino ironico, sulle proprie drammatiche vicende, e quello che io tentavo di fare con la mia scrittura. In quel momento, quella sera stessa, "Nel mare ci sono i coccodrilli" (Baldini+Castoldi - ndr) ha cominciato a nascere». 

Perché ha deciso di raccontare la sua storia?
«Scrivo storie per diffonderle, perché ho una grande fiducia nel potere della narrazione. Ogni storia porta dentro di sé delle verità e, se la gente ha voglia, può permettere a quelle verità di entrare nella propria vita. Ogni storia è come un paio di occhiali: una volta indossati non puoi più guardare il mondo come prima. Questa storia ha cambiato lo sguardo a tanti lettori. Molti mi dicono: dopo aver letto la storia di Enaiat non riesco più a guardare chi è costretto a lasciare la propria casa e a viaggiare a lungo per trovarne un'altra con gli stessi occhi di prima. Ecco, questo è il risultato che speravo di ottenere».

Com’è cambiata la sua visione della realtà?
«La mia poco: conoscevo già molte storie come queste. Ciò che ci rende felici è che i Coccodrilli hanno contribuito a mettere in discussione le idee preconcette di molti lettori, soprattutto giovanissimi, nutrite da informazioni parziali e dalla dose quotidiana di retorica che una certa politica dà in pasto alla gente». 

Cosa viene raccontato in maniera sbagliata?
«Non si tratta di raccontare cose sbagliate, ma parziali. E in modo superficiale, cercando di incasellare le storie, riducendone la complessità e il dramma. Poi certo, esistono anche le menzogne vere e proprie, ma quelle in fondo sono più semplici da contrastare. In ogni caso, è una lotta nobile che non finisce mai». 

Qual è la verità distorta sull'immigrazione?
«Ce ne sono un mucchio. Un mucchio di aspetti diversi. Anzitutto la percezione che sia l’Europa a essere in pericolo. In pericolo sono solo le vite dei migranti, non certo un continente come il nostro che avrebbe spazio e forze per assorbire flussi migratori di questo tipo se solo accettasse di farlo in modo intelligente, programmato e condiviso». 

Cosa significa per un bambino intraprendere un viaggio così lungo?
«Fatica. Dolore. Nostalgia. Spesso incomprensione di ciò che avviene». 

Che cosa è ciò che sta accadendo se non qualcosa di simile al "Se questo è un uomo”?
«Nel senso che le morti dei migranti sono una Shoah contemporanea? Sì. Sono d’accordo. E la storia ci chiederà dov’eravamo mentre questo accadeva, cosa stavamo facendo, dove stavamo guardando». 

Come si sopravvive ad un viaggio così? 
«A volte non si sopravvive».

E' rimasto in contatto con Enaiatollah?
«Siamo amici. Anzi, viviamo a Torino in due quartieri limitrofi. Ci si incontra, si beve una birra, si mangia una pizza, si chiacchiera». 

Chi è oggi Enaiatollah?
«Un giovane uomo, sposato da poco, laureato in Relazioni Internazionali, che lavora presso la facoltà di Biotecnologie, a Torino. Una persona gentile e curiosa». 

E lei?
«Uno che racconta storie e che, nella battaglia per un mondo migliore, ha scelto di combattere nel campo dell’immaginario collettivo».            



BENVENUTI IN “PARADISO ITALIA”      

Un foto-giornalista racconta, attravero le immagini, le parole e i fumetti, le vite dei migranti con i quali ha voluto condividere le loro vite

Angela Iantosca

Non si può giudicare se non si vive con loro. Non si può parlare se non è stato condiviso il loro disagio, la paura, la fuga, l'umiliazione, la perdita di dignità, il freddo e la fame. Non ci si può schierare se non si prova ad entrare in queste vite ferite, come ha fatto Mirko Orlando, che nelle pieghe della loro vita è voluto entrare e che, con la sua macchina fotografica e la sua penna, ha voluto immortalare storie, sguardi, drammi. Proprio facendo così è nato “Paradiso Italia” (edito da Edicola Ediciones), potente opera grafica e acuto pezzo di giornalismo. 
«Mi occupo da tempo di marginalità sociali da un punto di vista fotografico. Visto il momento storico, volevo trattare la tematica dell'immigrazione. In questo lavoro, ho voluta superare - e quindi riempire - attraverso il disegno il vuoto tra un fotogramma e l’altro. Da qui nasce questa grafic novel, in cui il disegno rappresenta il ricordo di chi narra. In questo modo rappresento visivamente il ricordo…».

Quanto tempo hai impiegato?
«Gli ho dedicato circa due anni, perché ho trascorso periodi interi insieme alle persone che ho fotografato. Quando ho deciso di dedicarmi a questo lavoro, sono rimasto accampato tre settimane a Ventimiglia, un mese e mezzo a Borgo Mezzanone (Frazione di Manfredonia - ndr) e ho occupato l’Ex-MOI a Torino con i migranti».

E' sempre questo il tuo metodo di lavoro? 
«Sì, quello dell'immersione. Il vivere a stretto contatto ti permette di cambiare il punto di vista. Si tratta di una osservazione partecipata. In questo caso mi interessava particolarmente far emergere l'aspetto antropologico. Volevo colmare quel vuoto con le storie, le biografie, con il loro punto di vista, perché sui numeri siamo tutti informati».

Hai cambiato il tuo punto di vista?
«No, non ho mai avuto una posizione contraria. Però, ho cambiato punto di vista per i piccoli particolari: mi sono resa conto di alcune difficoltà legate alla convivenza, che pensavo meno radicate e profonde. Inevitabilmente, anche quando fai di tutto per essere obiettivo e moralmente ineccepibile, hai sempre delle idee precostituite nella testa. All’inizio, per esempio, mi ha stupito la loro lucidità nel parlare di politica: fanno analisi precise sulla politica italiana. In realtà non c’è da stupirsi, visto che hanno tra i 20 e i 35 anni e sono persone che si informano. Inoltre, mi ha colpito l’aspetto emotivo-esperenziale: gli immigrati fanno un percorso che non gli permette di restare immacolati, chi viene qui scende a patti, mette in discussione i propri princìpi morali. E questo se lo portano dentro e riesce ad emergere dopo un po', quando si è creato un legame di fiducia: a quel punto viene fuori il dolore per essere stati carnefici dei loro stessi fratelli. Non di rado, nel corso del viaggio, si trovano a dover scegliere tra sé e i fratelli».

Sei in contatto con loro?
«Con molti di loro sono ancora in contatto. Qualcuno ha raggiunto la Germania e la Spagna, qualcuno è ancora a Mezzanone. Qualcuno si sta spostando, a causa di procedure di sgombero. Comunque, cerco di rimanere aggiornato». 

Guardando da dentro questo mondo, di cosa ci si rende conto?
«Ciò di cui mi sono accorto è la dimensione provinciale con la quale affrontiamo certe questioni, che il mondo è più grande di quello che solitamente si percepisce. Che tutto sta cambiando troppo velocemente, che il problema dei flussi è appena cominciato. Il percorso sarà lunghissimo e sempre più radicale. Si comprende anche che le soluzioni devono essere più articolate: non è più una questione partitica, ma geo-politica fatta di rapporti internazionali». 

Che differente rapporto riesci a instaurare con donne e uomini? 
«Come uomo riesco a instaurare rapporti più profondi con uomini, soprattutto se le donne vengono da Paesi musulmani. Le donne sono esposte a più rischi, a partire dalla tratta. Per quanto mi riguarda io mi sono concentrato sui clandestini, sui ghetti. Ma le donne che trovi per esempio a Borgo Mezzanone per il 99% sono sotto un uomo ed è molto difficile interagire con loro. È molto difficile che ti dicano sì al progetto, al farsi fotografare e al raccontarsi. Nel sistema delle vittime sono le più fragili insieme ai bimbi».

Loro come ci vedono?
«Sono abituati a percepire una ostilità da parte di alcuni e un aiuto da parte di altri: singolarmente con le persone hanno una visione pragmatica e capiscono anche la nostra di paura. Capiscono che possiamo essere spaventati...».

La parola Paradiso significa recinto, come spieghi all’inizio del libro: sembra morire la speranza leggendo questa etimologia.
«Il mio pessimismo è venuto fuori subito… al momento, per come stiamo affrontando la questione, mi viene da dire che non c’è speranza, siamo fuori rotta. Mi indignano i toni e che non ci siano tabù nella comunicazione politica lo trovo pericoloso. Questo ha portato a rappresentare in modo negativo persone che erano al di sopra del confitto politico. Non era mai successo che le ONG fossero rappresentate come criminali».      ­­­­          


 

UN MARE DI MANI 

Giuseppina Torre e il suo “Life Book” per raccontare i naufragi e gli approdi

Angela Iantosca

Che suono ha il silenzio? E le urla? E la gente che annaspa? Che suono produce un corpo che smette di muoversi e che affonda verso l'abisso? E la morte: la morte che suono ha?
Giuseppina Torre è una pianista e questo suono ha provato a immaginarlo. Lo ha fatto guardando i salvataggi in mare, vedendo quelle mani, sentendo quelle urla. Lo ha fatto riproducendo quei suoni con le sue di mani, su una tastiera fatta di bianchi e di neri, di luci ed ombre, di diesis e bemolli, che trasformano in tragedia lo stesso tasto.
«Vedere quelle immagini da siciliana, ma prima di tutto da persona, mi ha molto colpito! Si vedono le loro mani nei filmati, si vede che molti non ce l'hanno fatta. E si vedono alcune mani che sprofondano. Spesso siamo condizionati da quello che la tv ci propina e dimentichiamo il fatto più essenziale: il salvataggio di vite umane. Perché di vite si parla. E non ci sono vite di serie a e serie b. Forse dovremmo riacquisire la pietas di cui è l’uomo ormai è sprovvisto». 

Lei abita vicino Pozzallo, spesso meta di sbarchi: come si racconta in musica questa tragedia?
«Provo a trasmettere la speranza di chi è in mare e di chi cerca di essere salvato. Nella mia vita ho avuto bisogno di mani che mi salvassero, avendo attraversato momenti difficilissimi, durante i quali mi sono trovata senza nulla e disperata, e quelle mani che speravo di trovare le ho trovate. Ed è la stessa speranza che provano loro. Per fare un viaggio del genere bisogna essere disperati».

“Life Book” come nasce? 
«La nuova raccolta ha avuto un lungo periodo di incubazione: volevo lasciar perdere la musica, mi sentivo come questi naufraghi, alla deriva. Poi c’è stato qualcosa che mi ha fatto bene… Le parole di Papa Francesco, i suoi messaggi relativi ai clandestini. Allora ho scritto le musiche del documentario “Papa Francesco - La mia Idea di Arte”, un viaggio attraverso la galleria ideale del Pontefice, tratto dall’omonimo libro scritto da Papa Francesco a cura della giornalista e scrittrice Tiziana Lupi. Da quel progetto è ritornata la voglia di rimettermi in gioco».

Cosa c'è dentro “Life Book”?
«Sono i miei appunti di vita vissuti in questi anni. “Rosa tra le rose” è dedicata alla mia mamma che ho perso due anni fa.  “Mentre tu dormi” è dedicata a mio figlio che ha vissuto con me questo momento difficile. “Gocce di veleno” è tratto dall’omonimo libro di Valeria Benatti, un libro che mi ha ispirato tantissimo, che parla di un amore malato, di violenza psicologica e fisica, più subdola di quella fisica: è distruttiva e ti lascia ferite che sono più difficili da rimarginare. Ma con l'ultima traccia chiudiamo con speranza». 

 


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