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Pedro Almodóvar: Il ruggito di Pedro

Pedro Almodóvar č Leone d’oro alla carriera alla Mostra di Venezia

Gio 29 Ago 2019 | di Alessandra De Tommasi | Interviste Esclusive
Foto di 8

Venezia porta bene a Pedro Almodóvar. Dopo averlo tenuto a battesimo internazionale con “Donne sull’orlo di una crisi di nervi”, trent’anni dopo gli conferisce il Leone d’oro alla carriera. «Diventerà la mia mascotte – ha commentato alla notizia del premio - insieme ai due gatti con cui vivo». Chioma arruffata, sguardo curioso e occhi sempre brillanti: è impossibile per il regista spagnolo passare inosservato, in ogni senso. Creativo, eclettico, ma anche pungente, non ricorre mai alla diplomazia, perché preferisce l’attacco frontale e se ne infischia delle convenzioni.
Di recente si è messo a nudo ripercorrendo la sua vita in “Dolor y gloria”, dal 12 settembre in versione home video per Warner Bros., dove ha scelto l’amico Antonio Banderas per interpretare il suo ruolo e la musa Penelope Cruz per dare il volto alla madre. 
 
Dove ha trovato il coraggio per raccontarsi senza filtri?
«Per me è stato catartico e la gioia provata al debutto a Cannes non ha paragoni nella mia carriera». 
 
Nel film per annebbiare il dolore a volte si ricorre a qualche dipendenza: ne ha conservata qualcuna?
«L’unica che a questo punto della mia vita mi possa permettere è la possibilità di dormire 8 ore filate a notte».
 
La paura più grande?
«Non essere più in grado di fare un altro film dopo quello attuale. C’è sempre per un artista il terrore di essere arrivato al capolinea della propria carriera e non avere più modo di aver altro da dire».
 
Dolore e fama sono davvero due lati della stessa medaglia?
«Il dolore non ha niente a che fare con le pene tremende che altri soffrono e anche il dolore è relativo. Si pensa che i premi non rappresentino la gloria e infatti la mia ambizione non sono i riconoscimenti, ma la possibilità di raccontare storie dalla mia piccola prospettiva, che è personale, certo, e anche rischioso».
 
Cosa vuol dire per lei il successo?
«Per me il successo vuol dire fare quello che voglio fare, con i miei errori, ed essere quindi a capo della mia carriera. Per farlo bisogna mantenere i piedi per terra e a mantenere un certo equilibrio, ma quando sperimenti la gloria, come quella della première di Cannes, allora è difficile farne a meno e resta tutto quello che chiedi».
 
Lo dice perché Cannes nella sua carriera ha sempre avuto un ruolo speciale?
«A volte si dice che alcuni posti e situazioni li ami prima di conoscerli ed è quello che è successo a me. A volte mi sento un po’ franco-spagnolo e in altre invece amo le influenze sud americane, come la musica di Julio Iglesias. Del Brasile, ad esempio, amo i colori, la vitalità e gli slanci culturali».
 
Nel film semi-autobiografico il suo alter ego bambino vive in una grotta, a lei è mai successo?
«No, mai, ma ricordo gli anni Sessanta e cosa volesse dire immigrare. Non ho sperimentato la miseria della popolazione e alcuni episodi non sono accaduti davvero, come l’attrazione per il giovane muratore, ma sono abbastanza plausibili».                                                     

 


Leone ribelle

Pedro Almodóvar Caballero, classe ’59, resta uno dei più grandi registi non solo della sua terra, la Spagna, ma del mondo intero. A diciassette anni, senza un soldo in tasca, si è trasferito a Madrid per studiare cinema, ma Francisco Franco aveva chiuso la scuola. Lavorando per la compagnia nazionale dei telefoni spagnola, che gli ha permesso di acquistare la prima cinepresa, è venuto a contatto con la classe media e, dopo aver fatto parte di un gruppo parodistico punk-rock, Almodóvar & McNamara, nel 1980 ha debuttato con “Pepi, Luci, Bom”. Nel 1986 ha fondato la casa di produzione El Deseo con il fratello Agustín, con cui da allora realizza i suoi film. Due anni dopo con “Donne sull’orlo di una crisi di nervi” vince il premio come miglior sceneggiatura a Venezia. Doppio premio Oscar con “Tutto su mia madre” (1999) e “Parla con lei”, apre Cannes con “La mala educación” per cui Penélope Cruz è diventata la prima attrice nominata all’Oscar per un film in lingua spagnola. Si è imposto all’attenzione internazionale con una serie di lavori intimi e originali. Al Festival di Cannes ha portato quest’anno “Dolor y gloria”, storia autobiografica che è valsa ad Antonio Banderas la Palma d’oro come miglior attore protagonista (interpreta una versione edulcorata del regista), dal 12 settembre in versione home video per Warner Bros. L’ultimo riconoscimento in ordine temporale è il Leone d’oro alla carriera nell’edizione 2019 della Mostra internazionale del Cinema di Venezia, che il direttore del festival Alberto Barbera ha commentato così: «Almodóvar non è solo il più grande e influente regista spagnolo dopo Buñuel, ma l’autore che è stato capace di offrire della Spagna post-franchista il ritratto più articolato, controverso e provocatorio. (...) Senza dimenticare che Almodóvar eccelle soprattutto nel dipingere ritratti femminili incredibilmente originali, in virtù della rara empatia che gli consente di rappresentarne la forza, la ricchezza emotiva e le inevitabili debolezze con un’autenticità rara e toccante».

 


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