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Con loro come loro

Gennaro Giudetti e la sua ricerca di giustizia attraverso il mare e la terra: dall’Albania alla Colombia alla Palestina fino al Congo con MSF

Gio 29 Ago 2019 | di Angela Iantosca | Attualità
Foto di 9

La normalità per lui è stare in mezzo agli uomini, aiutarli, salvarli, riparare alle ingiustizie per quanto gli è possibile, restituire dove è troppo ciò che è stato strappato. Tendere la mano e avere la lucidità di capire a quale di quelle centinaia di mani rispondere, comprendere dall’interno cosa significa vivere dove i diritti non esistono, dove la sopravvivenza può dipendere da una pioggia, dove le famiglie hanno perso la loro identità, dove l’attesa è diventato l’unico tempo possibile, dove gli uomini hanno messo confini che la natura non conosce, ma dove l’umanità è anche in grado di esprimere la solidarietà di cui è capace. 
Ma non ditegli grazie per aver salvato vite umane. Perché, mentre si è trovato a farlo, Gennaro Giudetti ha provato vergogna: avrebbe voluto fare di più, avrebbe voluto non scegliere chi tirare fuori dall’acqua, avrebbe voluto che tante altre braccia fossero lì con lui. 
Perché  a lui del riconoscimento e della popolarità non gli interessa niente. Gli importa solo che di ciò che è davvero vitale si parli, che le persone conoscano la verità e preferisce andare via quando i discorsi si trasformano in qualcosa che ha a che fare con la politica, tanto c’è sempre un’altra eco lontana, un altro grido, un altro luogo ancora più sperduto che in qualche modo lo richiama a sé. 
 
Come hai cominciato?
«Dopo il Liceo, mi sono iscritto all'Università, ma ho lasciato subito. Ho preferito dedicarmi agli ultimi, a quelli meno fortunati di me. Sono partito quindi con il Servizio Civile: sono andato in Albania, tra Tirana e Scutari, per collaborare a un progetto che riguardava i senza fissa dimora. Sono stato lì un anno. Dopo l'Albania, ho voluto continuare con la solidarietà e sono andato in Kenya. Ho vissuto con i ragazzi di strada, con quelli che sniffano la colla e che vivono nella baraccopoli di Soweto, vicino Nairobi. Lì cercavamo di levare dalla strada i ragazzi, inserendoli nella società, mandandoli a scuola, provando a dargli una sistemazione. La cosa che mi piaceva di più era proprio vivere con loro, condividendo tutto».
 
Quanti anni avevano i ragazzi con cui ha vissuto?
«Dai 13 ai 17 ed erano lì per vari motivi: o i genitori erano morti o erano in carcere oppure erano loro ad essere scappati di casa. Ho scelto di stare con quelli tra gli ultimi che sono in condizioni peggiori: nella baraccopoli la luce non c'era sempre, l'odore della fogna era nauseabonda. La situazione era ed è molto complicata. In quel luogo noi eravamo gli unici. Ma le associazioni che operano a Nairobi sono centinaia».
 
Tu con quali associazioni ti sei mosso?
«Con la Papa Giovanni XXIII, sia in Albania che in Kenya». 
 
Cosa ti ha spinto ad andare in Albania e in Kenya?
«Sento dentro questo senso forte di giustizia. Sento la necessità di provare a cambiare le cose dall’interno. Non perché la gente è nata dalla parte sbagliata del mondo deve soffrire». 
 
Proprio per questo hai proseguito il tuo percorso, andando in Colombia con Operazione Colomba.
«Operazione Colomba è un corpo non violento di pace che opera in zone di conflitto in aiuto delle piccole vittime. In tutte le guerre chi paga di più sono i civili, soprattutto i bambini… Quello che facevamo era cercare di condividere e trovare insieme una soluzione, non lasciandoli soli, supportando anche una resistenza popolare, locale e non violenta. In Colombia sono stato un anno. In quel periodo abbiamo scortato questa comunità di pace di contadini colombiani, che lotta contro i paramilitari e le Farc (Le Forze Armate Rivoluzionarie della Colombia – ndr): i leader erano minacciati perché si tratta di una zona ricca di carbone, e altri minerali preziosi, ed anche perché sono terre appetibili per la coltivazione della pianta della coca. Per proteggerli, li abbiamo accompagnati con i muli o camminando per chilometri a piedi nella foresta e tutto questo per rivendicare il loro diritto inalienabile alla vita! La nostra presenza, per il solo fatto di avere un passaporto italiano, per loro era una garanzia, poiché noi siamo un faro sui diritti umani, quindi era difficile che capitasse qualcosa. Diciamo che funzionavamo da deterrente!».
 
Dalla Colombia, sempre con Operazione Colomba, ti sei spostato a sud di Hebron, in Cisgiordania. 
«Lì scortavamo i bambini palestinesi fino a scuola, evitando che venissero attaccati durante il tragitto dagli israeliani. Cercavano di non lasciarli soli, garantendo loro il diritto allo studio. In quel periodo abbiamo anche scortato i pastori con le loro greggi, attaccati dai coloni. La nostra presenza in questo luogo riduceva il livello di violenza nella zona. E anche in questo caso abbiamo vissuto con loro e come loro, stando in una casa in un villaggio palestinese. Da lì mi sono spostato in Libano, al confine con la Siria, sempre con la stessa operazione».
 
Qui hai vissuto nei campi profughi siriani? 
«Non volevamo lasciarli soli, non volevamo fossero numeri. Per noi sono persone. E perché le persone siano trattate come tali, è necessario dare loro un volto, conoscere le loro storie. E l'unico modo è vivere con loro, come loro. Quindi in una tenda, in un campo profughi».
 
Cosa vuole dire vivere da profughi? 
«È durissima. La tenda d'estate è caldissima e d'inverno è ghiacciata; quando piove, entra acqua. È stato un periodo davvero impegnativo, ma devo ricordare che c’era una grande differenza tra me e il profugo: io in tasca avevo un biglietto aereo che mi avrebbe riportato a casa quando avessi voluto. Lui no. Io avevo e ho un margine di futuro. Il profugo pensa tutto il giorno che non ha futuro. Chi sta lì non ha speranza: non può andare in Siria perché lo ammazzano, non può andare in Israele, non possono uscire dal campo perché altrimenti vengono arrestati. E ora stanno anche cominciando le deportazioni dal Libano alla Siria…».
 
Quali momenti ricordi? 
«Ho l'immagine dei ragazzi che d'inverno riscaldavano l'acqua con i cavi della luce e alcuni di loro sono rimasti fulminati. Vivere da profugo è terrible. Ma da loro ho imparato soprattutto cosa significa la solidarietà. C'è gente che non ha niente, ma trova sempre il modo di aiutare gli altri, di fare spazio a chi ha meno di niente. Mi faceva venire i brividi questa cosa, ogni volta la toccavo con mano».
 
Da qui sono arrivati per te i corridoi umanitari.  
«Abbiamo deciso di trovare una soluzione e di chiedere alla comunità di Sant'Egidio e alla Chiesa Valdese un aiuto per aprire corridoi umanitari, visto che erano già intenzionati a farlo. Così abbiamo collaborato dando il via ai corridoi: il primo, con il quale sono partito, è stato il 29 febbraio 2016. è stata una emozione grandissima: perché, mentre lo fai, ti rendi conto che stai contribuendo a cambiare la vita a tutta questa gente che non aveva futuro in Libano e che ora vive in Italia…».
 
Come avete fatto a scegliere chi doveva partire? 
«Abbiamo dovuto decidere e qui capisci ancora di più quanto fa schifo la guerra. A Fiumicino ne sono arrivati 94, a fronte di un milione e mezzo di famiglie. Abbiamo dovuto anche dividerle: abbiamo dovuto separare madri dai figli. Sono state delle scene tremende. Qualcuno non si rivedrà più… è gente come noi, che non avrebbe mai voluto vivere tutto questo. E noi, solo perché avevamo il passaporto italiano e siamo nati nella parte giusta del mondo, ci siamo trovati lì a decidere per loro».
 
Arrivato in Italia, dove sei andato?
«Ho vissuto a Trento, per accompagnarli nei primi passi della vita italiana. Sono rimasto un po' di mesi. Poi sono andato a Reggio Calabria, al porto, a dare una mano durante gli sbarchi, vivendo con  i minori stranieri non accompagnati. È lì che ho deciso di salire sulla Sea Watch».
 
Che esperienza è stata? 
«Molto forte… In quel caso sono stato mediatore culturale: ero il tramite tra i gommoni dei migranti, la nave e l'autorità italiana per gli sbarchi. Ero la prima persona che entrava in contatto con i migranti, sul primo gommone di salvataggio, provando a tradurre ai vari migranti un po’ le varie istruzioni per le operazioni di salvataggio. Era molto forte come 'lavoro', perché dovevo trovare una sintonia in maniera rapida con i migranti prima che il loro gommone si distruggesse… sempre che, quando arrivavamo, trovavamo ancora il gommone sano. Spesso ci capitava di trovare già gente in acqua, già corpi che galleggiavano o gente che stava per annegare. Ho provato tanta rabbia, perché si sarebbe potuto evitare di farle morire. Ma l'unico modo possibile per sopravvivere a quelle morti, al senso di colpa, è pensare alle persone salvate e non a quelle perse. Ma quanta rabbia… Non può morire una persona perché vuole cambiare vita. Non può morire una persona perché non ha altro modo di arrivare a Roma che questo».
 
Per questo hai deciso di cominciare a raccontare la tua esperienza?
«L'ho fatto per mesi. Soprattutto perché ho trovato assurdo che gli operatori umanitari delle navi che ci hanno messo e ci mettono la faccia per salvare le persone venissero indagate o fossero accusate di aiutare gli scafisti. Questa cosa succede soprattutto in Italia. Ed è ancora più assurdo se si pensa che è gente che non lo fa per soldi. Io, oltre a pagarmi il viaggio fino a Malta, mi sono pagato l’assicurazione dall’Italia. E questo per portare solidarietà nel Mediterraneo, per dire “non siete soli”. E in cambio cosa arriva? Un attacco generale. È assurdo: noi rinunciamo alla nostra vita per fare questo e ci troviamo pure attaccati! Per mesi, allora, ho raccontato ciò che ho visto con i miei occhi. Dopodiché sono partito per il Congo con Medici Senza Frontiere, per affrontare l'emergenza ebola».
 
Perché hai lasciato il mare?
«Troppa pressione e poi era diventata più una questione politica che umanitaria. Allora ho deciso di dedicarmi al prossimo con MSF: con gli ultimi decreti del governo è complicato fare salvataggi in mare. Comunque continuo a fare quello che ho sempre fatto: vivo con la gente».
 
Come si fanno a dimenticare le voci del mare?
«Si fa fatica a dimenticare. E poi i volti rimangono impressi. Ma la cosa bella è che a volte il legame diventa indissolubile. Mi ricordo una di queste mamme che ho preso dall’acqua. Quando siamo arrivati a lei, pensavamo fosse già morta. Aveva perso i sensi e la sua bambina era annegata… Invece era viva! Dopo qualche tempo, sono andata a trovarla in Sicilia. Quando ha scoperto che l'avevo tirata io fuori dall'acqua, si è legata a me. Quando ha avuto un bambino, l'ha chiamato Gennaro, per ringraziarmi».
 
Se ti dicono grazie, cosa provi?
«Io sono solo un tramite. Sono uno dei tanti e quando mi dicono grazie provo vergogna. Non si deve ringraziare. È il minimo che dobbiamo fare. Sono i nostri governi che li stanno annegando. Quando li salviamo, non dobbiamo esserne fieri».
 
Chi sono i migranti per te? 
«È gente che si muove, anche noi lo siamo e lo siamo stati… sono persone che si muovono per varie necessità. Bisogna lasciarli liberi di muoversi. Domani può toccare a noi. Ma per capirlo servono spirito solidale ed empatia».
 
Ora sei di nuovo in Congo, con MSF.
«Sono stato nella Repubblica Centrafricana, per circa cinque mesi, con un progetto incentrato sulla violenza sui minori: accoglievamo e davamo supporto psicologico e medico alle vittime di violenza sessuale. Da lì sono andato direttamente in Congo, nella zona di Tanganika, per affrontare il problema colera, morbillo e malaria, dando sempre supporto logistico. E ora mi trovo in Congo, per il progetto Rusk, nella zona a sud di Kivu, con un team mobile per le varie emergenze che ci sono».
 
Che cosa è per te la normalità?
«Per me la normalità è essere in prima linea per provare a dare un contributo contro le ingiustizie. Significa non lasciare nessuno da solo. Ma la normalità è anche quando torno a casa, in Puglia, e sto con la mia famiglia ed esco con i miei amici, con i quali ridiamo delle cose di sempre. L'unione delle diverse parti è la mia normalità».
 
Cosa possiamo fare noi quotidianamente?
«Ognuno può fare qualcosa nel quotidiano. Puoi farlo in Italia e all'estero. A me a volte chiedono perché sto fuori dal mio Paese. Semplice: ognuno fa ciò per cui è portato».
 
Chi te l’ha fatto fare?
«Questa mia esperienza è un po’ come quando entri nell’acqua fredda e vorresti uscire… All'inizio è stato così. 
Poi la novità, il cambiamento, l'imprevisto sono diventati la mia vita e ora non voglio più uscire da quest’acqua». 


 


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