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Testimone del tempo

Emma D'Aquino, in Rai dal 1997, volto del Tg1 delle 20, ha pubblicato un libro che dŕ voce a Nino Marano, un ex carcerato dalla storia incredibile

Gio 29 Ago 2019 | di Angela Iantosca | Interviste Esclusive
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È stata inviata a New York dopo l’attentato alle Torri Gemelle, ha seguito i più importanti fatti di cronaca, da Cogne all’omicidio di Sarah Scazzi e Meredith Kercher; ha condotto le dirette durante il terremoto de L’Aquila e si è occupata del crollo del Ponte Morandi a Genova. Dal 2003 è approdata al Tg1, lavorando nelle redazioni di Tv7 e Speciale Tg1. Dopo aver condotto il Tg1 delle 13.30, è diventata volto dell'edizione delle 20.00 e a febbraio 2019 ha pubblicato per Baldini +Castoldi “Ancora un giro di chiave”, che racconta la storia di Nino Marano, un uomo che è entrato in carcere per aver rubato melanzane, peperoni, la ruota di un'Ape e una bicicletta, e vi è rimasto per quasi 50 anni, perché in carcere è diventato un assassino.
«Il libro nasce da un incontro che ho avuto con questa persona nel 2005 e da una combinazione di più fattori. L'incontro è stato casuale, ma mi ha attratto subito la sua modalità di racconto. Sicuramente la sua vicenda è estremamente interessante: non si può dire di molte persone che sono entrate in carcere per piccoli furti e non ne sono uscite per decenni».
 
Come si fa a raccontare provando ad abbattere quella barriera del pregiudizio che spesso riguarda chi legge?
«Ho scritto nella speranza che chi leggesse mettesse da parte il pregiudizio. Che poi è quello che ho fatto io. Durante i nostri incontri, non ho mai pensato al reato, ma alla persona. Spero che chi legge faccia lo stesso. Il reato è importante ed è giusto pagare per il reato commesso, ma nello stesso tempo abbiamo il dovere di ricordare che di fronte abbiamo una persona».
 
Perché il carcere?
«Entrare in carcere l'ho fatto spesso per il mio lavoro. In questo caso ho scelto di raccontare l'umanità del carcere che mi attraeva e mi attrae dal punto di vista giornalistico. Quando realizzo i miei servizi, qualsiasi essi siano, ho sempre questa idea di provare a capire la persona che ho di fronte».
 
Com’è stata la prima volta in carcere? 
«La prima volta che entri in carcere è un po' uno shock. E non tanto per quello che senti dai loro racconti. Ma sono gli odori, le chiavi, le porte che sbattono che ti penetrano. Tutto questo ti dà l'idea che lì c'è un piccolo universo». 
 
Quello del carcere è un mondo di maschere che spesso i carcerati fanno fatica a togliersi. 
«Per quanto mi riguarda non ho mai voluto sapere il loro reato. Ma poi, quando entrano in confidenza, te lo raccontano e si tolgono la maschera. Sono loro stessi a dirti perché stanno lì e a parlarti con estrema sincerità, quando incontrano in te una persona che non li giudica, ma che sta attenta al loro racconto».
 
È stato pubblicato a luglio il nuovo rapporto di Antigone che ancora una volta denuncia il sovraffollamento delle carceri italiane. 
«Il disagio e il sovraffollamento porta ad una piaga del nostro sistema carcerario, che è il suicidio.  Ma quella che racconto nel libro è una realtà diversa, una realtà di alcuni anni fa, una realtà carceraria fatta di pistole, violenza tra detenuti, di un ambiente estremamente violento. Non è più così, ma tanto ancora deve essere fatto». 
 
Quali altre esperienze forti hai scelto di seguire?
«Alcune non le ho scelte: seguire il terremoto de L'Aquila, per esempio. Mi hanno chiamato alle 5 del mattino. Per una come me particolarmente sensibile ai terremoti, essendo nata in una città di terremoti (Catania - ndr), tutto avrei voluto fare tranne che documentare una realtà così devastata. Quando sono arrivata, la terra continuava a muoversi, prima delle dirette, durate le dirette. Ma ho scoperto delle storie, una umanità, persone con cui sono ancora in contatto e che mi hanno arricchito tantissimo». 
 
Come si arriva alla conduzione del Tg1?
«Ognuno ha la sua strada. Posso dire di aver lavorato tantissimo. Venivo da un'altra città, professionalmente non conoscevo Roma e le persone con cui lavoravo non provenivano dal mio contesto. Dopo la laurea, non ho fatto corsi di giornalismo. Ho cominciato con le tv private, poi sono arrivata alla Rai, prima nella rete ho lavorato a “Cronaca in Diretta”, a “Porta a Porta“ e nel frattempo lavoravo d'estate nei tg. Sono stati anni difficili, complicati, penso di non aver fatto vacanze. Ho lavorato tantissimo e sono stata testimone di tanti eventi di cronaca, eventi giudiziari, dal terremoto alle torri gemelle…  Ma continuo anche oggi a lavorare tantissimo: finita la conduzione realizzo servizi che vanno in onda quando altri conducono. E mi piace tanto. È un lavoro bellissimo il mio e sono davvero fortunata».
 
Come funziona la preparazione dell'edizione della sera del Tg1?
«C'è una prima riunione di redazione alle 9 del mattino che è propedeutica all'edizione delle 13,30, ma durante la quale già ci si orienta sull'edizione delle 20. Poi c'è un'altra riunione alle 16. Il tg cambia continuamente, anche durante il corso del tg stesso, perché è una diretta ed è fatta sulle news». 
 
Una notizia che non avresti voluto dare? 
«Ultimamente quelle che riguardano i bambini maltrattati. Queste sono le notizie che mi sconvolgono di più».
Quando hai pensato di fare la giornalista?
«In modo inconscio e latente ho sempre pensato di farlo. Invece di imitare i cantanti, gli attori e le attrici, da ragazzina, quando ero sola, imitavo i giornalisti durante la conduzione di un tg».
 
Donne e giornalismo: quanto è faticoso questo mestiere per le donne?
«Credo che una donna non debba aver diritto ad un percorso privilegiato, ma che, come chiunque altro, deve essere scelta se vale. E io faccio il mio lavoro bene, come lo farebbe qualsiasi uomo che fa bene il suo lavoro. Detto questo, siamo una società fondamentalmente maschilista, perché ancora oggi a parità di bravura si continuano a scegliere i maschi».
 
Siamo un Paese libero da un punto di vista giornalistico?
«Nei miei servizi ho sempre messo come criterio fondamentale la ricostruzione dei fatti. E quando questa avviene nel rispetto della realtà, la libertà passa anche da lì. Poi il concetto di libertà è molto ampio ed è ovvio che la libertà di cui godo a casa non è la libertà di cui godo in redazione. Detto questo, nessuno mi ha mai detto di togliere una frase da un mio pezzo».          
 


“Ancora un giro di chiave”

A febbraio 2019 Emma D'Aquino ha pubblicato “Ancora un giro di chiave” (Baldini+Castoldi), un libro che racconta la storia di Nino Marano, che, il 31 gennaio del 1965, entra in carcere per aver rubato melanzane e peperoni, la ruota di un’Ape e una bicicletta. Mediano di cinque figli, madre casalinga, padre bracciante, una casa «che puzzava di fame», non ha neanche un avvocato quando un giudice si occupa per la prima volta di lui: i furti vengono considerati «in continuazione», fanno cumulo, e lui si ritrova con una condanna a quasi undici anni. Entra ed esce di prigione fino al 13 giugno del 1973, quando, varcando la soglia del penitenziario di Catania, ha inizio il suo peregrinare, da nord a sud, per le patrie galere: da Pianosa a Voghera, da Alghero a Porto Azzurro fino a Palermo, spesso nelle sezioni di Alta Sicurezza.
Il 22 maggio 2014, dopo quarantanove anni, due omicidi, due tentati omicidi e due condanne all’ergastolo, Nino Marano, il detenuto più longevo d’Italia per reati commessi in carcere, ha ottenuto la libertà condizionale e si è riaffacciato al mondo, compiendo la sua «metamorfosi». Un viaggio umano appassionante, una storia incredibile.
Ad agosto il libro è stato finalista del Premio Caccuri, giunto all’ottava edizione, e che ogni anno si svolge d’estate in provincia di Crotone. 
A vincere l’edizione 2017 è stato il Procuratore Capo di Catanzaro, Nicola Gratteri con il libro “Fiumi D’Oro” (Mondadori) scritto con il professor Antonio Nicaso (info www.premiocaccuri.it).

 


EMMA D'AQUINO

Laureata in Scienze Politiche, in Rai dal 1997, è stata a lungo inviata di Porta a Porta. È stata inviata a New York dopo l’attentato alle Torri Gemelle, ha seguito i più importanti fatti di cronaca, da Cogne all’omicidio di Sarah Scazzi e Meredith Kercher, dal terremoto de L’Aquila al crollo del Ponte Morandi a Genova. Nel 2003 approda al Tg1, lavorando nelle redazioni di Tv7 e Speciale Tg1. Dopo aver condotto il Tg1 delle 13.30, ora conduce l’edizione delle 20.00.
 

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