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Lavoretto sì o no?

Il dilemma di una madre alle prese con il desiderio di indipendenza di un figlio

Gio 29 Ago 2019 | di Lucrezia L. | Genitori&Figli
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 “Vuole andare a raccogliere l’uva, capito? A raccogliere l’uva! Invece di studiare”. La mia amica è incredula. Mi racconta del piano di suo figlio per guadagnare qualche soldo lavorando una settimana, del tutto ignara che all’età del suo rampollo io ho fatto esattamente lo stesso: ho raccolto l’uva e mi sono guadagnata i miei primi soldi. Li ho investiti successivamente in una vacanza, mica in libri di astrofisica…
Lavorare quando si è ancora studenti in cerca di una personalità, di un futuro, di scelte da fare, è utile? Secondo la mia amica, ovviamente, è solo una perdita di tempo, un modo di farsi sfruttare e sottopagare, perdendo tempo prezioso da dedicare ad altre attività: la piscina, il corso di pianoforte e quello di inglese, lo studio, gli amici. Francamente mi pare difficile dare una risposta univoca a questo dubbio. Da ragazzina ho ripetuto più volte l’esperienza e personalmente mi ha dato tanta soddisfazione l’idea di aver guadagnato dei soldi miei. Sono stata sfruttata? Sicuramente. Una volta mi sono trovata a lavorare in campagna con un amico straniero che aveva più esperienza di vita di me. Viaggiava da solo, in interrail (un mito per la nostra generazione, quel biglietto che ti permetteva per pochi soldi di fare un tour dell’Europa che diventava unita un po’ alla volta), dormiva dove capitava. Ogni tanto restava a corto di soldi e si cercava un lavoretto nel Paese in cui si trovava. Io ovviamente lo ammiravo come un super eroe. Mi sembrava che stesse vivendo un’incredibile avventura, mentre io sprecavo il mio tempo sui libri o ridendo e scherzando con i miei amici, mentre lui conosceva davvero il mondo. Quella volta capitammo in un posto dove a dirigere le operazioni c’era un contadino dai modi bruschi, con l’indole dello schiavista. Mentre tutti gli altri tacevano e obbedivano, il mio amico, pur parlando solo poche parole di italiano (ma del resto anche il capetto non è che andasse molto oltre il grugnito) lo fronteggiò a brutto muso quando lo schiavista cercò di imporci di lavorare oltre dieci ore. Alla fine ebbe ragione: dopo la sua rivolta noi fummo pagati e ce ne andammo all’orario stabilito.
È stata un’esperienza utile. Credo di sì. Avere a che fare con il mondo del lavoro, con persone che non rispettano le regole, doversi confrontare anche con lo sfruttamento. Era però un’altra epoca. In quegli anni non ci chiedevamo se da grandi avrremmo trovato lavoro, ma che lavoro avremmo fatto. A essere differente era la situazione dell’Italia: la globalizzazione non era ancora arrivata e con essa la competizione mondiale che ci ha costretto, o ci costringerà, a diventare adulti, come Paese intendo.
Non ho consigli per la mia amica. Ora è tutto diverso. Non tanto per la precarietà: quella per giovani appena laureati o appena sbarcati nel mondo del lavoro, a parte fortunate eccezioni, tutto sommato è normale. Il punto è che ora mi pare di vedere un mondo del lavoro ancora più competitivo, in cui è difficile vedere prospettive positive. A meno di non essere pronti a costruirsele da soli. Cosa particolarmente difficile in un Paese che vede la libera impresa come attività sospetta e tendenzialmente predatoria. Peccato che ormai chiunque voglia lavorare si trovi nella situazione di un imprenditore. è vero che i ragazzi sognano soprattutto lavori nel mondo dello spettacolo e della comunicazione e intanto restano scoperti i posti nell’industria. Ma non me la sento di fare loro la morale, perché vogliono inseguire un sogno che, purtroppo, per la maggior parte di loro sarà impossibile. Oppure no, in fondo come facciamo a saperlo. Magari le cose andranno meglio quando toccherà a loro. Nel dubbio si può sempre fare un lavoretto e mettere qualche soldo da parte…                          

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