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Forever Leo

Ha cominciato da bambino a recitare, per l’Oscar ha dovuto aspettare il 2016. Da sempre in prima linea per l’ambiente, nell’ultimo film di Tarantino dà corpo a paure e insicurezze

Gio 29 Ago 2019 | di Alessandra De Tommasi | Interviste Esclusive
Foto di 12

Stessa sala, stesso cinema, stessa città. L’ultimo incontro con Leonardo DiCaprio avviene nello stesso luogo di sedici anni fa. Con qualche differenza, ovviamente. Chi scrive all’epoca era alla prima conferenza stampa in assoluto nel mondo dello spettacolo. Un inizio scoppiettante… e non solo perché al tavolo degli ospiti accanto al divo di “Titanic” sedevano Steven Spielberg e Tom Hanks (il film, per chi se lo stesse chiedendo, era “Prova a prendermi”). In sala c’era l’ex Iena Victoria Cabello che era letteralmente saltata sul palco per baciare l’attore a stampo, com’era solito fare a quei tempi, mentre la super star di “Forrest Gump” intingeva le dita nel bicchiere d’acqua bagnandosi la guancia e fingendo lacrime di disperazione. Stavolta l’atmosfera è decisamente più formale: dopo il debutto al Festival di Cannes, Quentin Tarantino presenta “C’era una volta… a Hollywood” (in sala il 18 settembre) e DiCaprio non ha più la scintilla di un tempo né quel sorriso beffardo del golden boy con la faccina d’angelo, ma il temperamento luciferino. 

Ora è un adulto che ride poco e pensa tanto. In effeetti, neppure sulla Croisette ha elargito troppe smancerie: ci ha pensato Brad Pitt a ravvivare il red carpet con vari siparietti, ma non certo a farlo ‘sciogliere’. Ha 33 milioni di follower su Instagram, ma di account lui ne segue solo 31, tra cui pochi attori e molte associazioni (non poteva mancare Greta Thunberg, la sedicenne nota per le battaglie ambientaliste). Tra mille foto di oceani, foreste e fauna di ogni tipo solo una è relativa al suo lavoro, quasi per ‘doveri contrattuali’. Si vede, insomma, che il suo cuore è perennemente altrove.

In “C’era una volta… a Hollywood” interpreta un attore messo un po’ da parte da Hollywood. Lo ha mai sperimentato?
«Io sono cresciuto nello showbusiness e capisco che i tempi sono cambiati. Lui, a differenza mia, fatica a restare a galla, ecco perché sono riconoscente delle opportunità che mi vengono date. Vedo molti colleghi che faticano a tirare a campare con questo mestiere».

Brad Pitt le fa da controfigura. Come vi siete trovati a lavorare insieme?
«È stato facile dividere il set con un professionista come lui, uno che ti fa sentire sicuro e libero di improvvisare, un’autentica ispirazione. Facciamo parte della stessa generazione e Quentin Tarantino ci ha fornito tutte le informazioni sul passato dei personaggi, quasi una specie di vademecum di quello che questi due hanno vissuto. Questo ci ha facilitato di molto l’identificazione». 

Cos’altro le piace di Tarantino?
«Ci sono veramente poche persone nel mondo del cinema che non solo possono vantare un processo unico come quello di Tarantino, ma anche una conoscenza così capillare di cinema, tv, musica: la sua mente è come il database di un computer. E il film mi sembra una lettera d’amore del regista a Hollywood attraverso la storia di due outsider. Si vede che alla fine degli anni Sessanta tutto cambia nell’industria del grande schermo, ma Tarantino riporta in vita i grandi contributi di artisti che ammira. A me sembra un ritorno a casa».

Le sarebbe piaciuto vivere all’epoca del film, negli anni Sessanta?
«Sono convinto che ogni epoca abbia la sua meraviglia. Questo film mi ha permesso di tornare indietro nel tempo ad un’epoca di cambiamenti cruciali per la società e per Hollywood, un vero punto di svolta culturale. Per capirlo meglio, mi sono documentato andando su Google e cercando ogni possibile dettaglio su come fosse la vita del tempo. Mi piace che allora il cinema fosse un mezzo espressivo del regista, ma non posso dire che sia meglio o peggio di oggi. Mi trovo a mio agio a vivere nel presente perché mi offre libertà e stimoli incredibili».

Qual è il consiglio che dà ai giovani che vogliono intraprendere la sua stessa carriera?
«Dico loro di fare quello che ha aiutato me agli inizi, ossia guardare anzi divorare film di ogni genere per cercare delle ispirazioni e delle influenze e al tempo stesso per trovare la propria identità d’artista».

Da piccolo per lei la recitazione era più gioco che lavoro?
«Papà mi disse che, se mi piaceva, dovevo perseverare anche se un paio di volte mi hanno rifiutato alcune agenzie. Ci sono voluti due anni per essere accettato: avevo circa dieci anni. A scuola non ero molto bravo, tranne biologia, ma mi piacevano le lezioni di recitazioni. Quando sono stato pagato per fare una pubblicità mi sono detto che poteva diventare una carriera».

Come affrontava i “no” ai provini?
«Mi sono detto che la mia vita non veniva definita da un’audizione, quindi ho iniziato a fare meno lo splendido per impressionare a tutti i costi e mi sono preparato di più. Anche a costo di stare a lungo senza lavorare: d’altronde ero un ragazzino e me lo potevo permettere».

Quest’anno a Cannes ha ritrovato Inarritu, che l’ha diretta in “Revenant”, il film che le ha regalato il primo Oscar della sua carriera. 
«Quando giri un film, non ti soffermi sui premi che potrebbe guadagnare. A me quell’esperienza ha reso ancora più consapevole del riscaldamento globale e del pericolo in cui versa il nostro pianeta. La pellicola dimostra come anche uno solo di noi possa fare la differenza. In quel momento sembrava quasi che la natura stesse bisbigliando la sua fragilità. Per me non è stato un film, ma un viaggio. Questo racconto vero di sopravvivenza mi ha ispirato e mi ha aperto ancora di più gli occhi sull’avidità dell’essere umano. L’arte aiuta a renderci più consapevoli di quello che accade attorno a noi, ecco perché successivamente ho anche girato un documentario sui cambiamenti climatici, consapevole di voler fare la mia parte. Per fortuna qualcosa sta cambiando e i politici stanno prendendo coscienza dell’urgenza della situazione».

Nel film la caducità umana è più che evidente, visto che il suo personaggio viene attaccato da un orso…
«È difficile capire nei dettagli cosa sia successo in quelle aree incontaminate, se non attraverso i diari di alcuni cacciatori e le testimonianze degli indigeni locali. Sono racconti attorno al fuoco, leggende sulla capacità dell’uomo di soggiogare la natura, seppur in una lotta impari. Film come questi sono coraggiosi e le grandi produzioni di Hollywood dovrebbero rischiare di più e investire su questi progetti».

Non è la prima volta in cui si mette faccia a faccia di fronte alle sue fragilità. Anche con “Shutter Island” di Martin Scorsese ha sperimentato qualcosa di simile, emotivamente parlando. 
«Certo, anche in quel caso ho sperimentato gli estremi, situazioni complesse, dolorose, angoscianti fino a scavare nei miei traumi passati».

Un consiglio che darebbe alla sua versione adolescente ed esordiente nello showbusiness?
«La prima volta che ho avuto un ruolo da protagonista ho studiato la parte per un anno… ecco, anche oggi cerco di fare sempre di meglio, per non spegnere mai il fuoco della conoscenza».

Sembra sempre sicuro di sé, ha mai vacillato davanti ad un ruolo?
«Sempre. All’inizio di un nuovo progetto provo un enorme nervosismo, il che è anche elettrizzante. La pressione mi spinge a dare il meglio».

Lei usa il potere da personaggio pubblico per servire molte cause sociali. Qual è il suo rapporto con il denaro?
«I soldi aiutano a vivere meglio, ma è vero quando si dice che non regalano la felicità: sicuramente agevolano i problemi quotidiani. Per quel che mi riguarda, il denaro aiuta a finanziare anche la ricerca di fonti di energia pulite ed alternative». 

Prima parlava di paure, lei cosa teme di più?
«La violenza che sta attanagliando l’umanità e che è usata come valvola di sfogo per la sofferenza. Per questo motivo scelgo sempre personaggi complessi con risvolti a volte brutali».

Quali sono i suoi sogni?
«Non ho desideri specifici per il futuro, voglio solo dare il meglio con il mio lavoro».  



 


Leo, gli uffizi e il dipinto

Leonardo Wilhelm DiCaprio, classe ’74, è nato a Los Angeles da padre di origini italiane. Tradizione vuole che il nome venga dal primo calcio dato nella pancia della madre proprio davanti ad un dipinto di Da Vinci alla Galleria degli Uffizi a Firenze. Il debutto davanti alla macchina da presa è avvenuto a tre anni mentre il successo da adolescente è arrivato con la serie “Genitori in blue jeans”. Ha collezionato ruoli cult accanto agli attori più talentuosi di Hollywood, dall’epico “Titanic” a “Romeo+Giulietta”. Nonostante i successi al botteghino e l’adorazione dei maggiori registi, il Premio Oscar arriva solo nel 2016. Ha collaborato con i più grandi, da Steven Spielberg a Woody Allen, da Clint Eastwood a Martin Scorsese, che più di tutti ha segnato la sua carriera, da “Gangs of New York” a “The Aviator”. Ha collezionato ruoli iconici da “La maschera di ferro” a “Il grande Gatsby”, incarnando il ritratto di celebrity irraggiungibile; impegnato nel sociale soprattutto a difesa dell’ambiente e un po’ meno nelle relazioni, che alterna con rapidità incredibile. All’ultimo Festival di Cannes ha presentato “C’era una volta a… Hollywood” di Quentin Tarantino (al cinema il 18 settembre), dove interpreta un attore cult degli anni Sessanta che ha come controfigura l’amico Brad Pitt.

 


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