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Joaquin Phoenix: Ridi, pagliaccio!

Joaquin Phoenix punta all’Oscar con Joker, storia della genesi di un cattivo dei fumetti dal sorriso triste. Il film ha già vinto il Leone d’oro alla Mostra del cinema di Venezia, ma questo è solo l’inizio…

Gio 26 Set 2019 | di Alessandra De Tommasi | Interviste Esclusive
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Prima ancora di sedersi al tavolo della conferenza con i giornalisti a Venezia, Joaquin Phoenix si alza per chiedere una bottiglia d’acqua di vetro anziché di plastica. Alla Festa di Roma, qualche anno prima, si era messo a fumare direttamente in sala roteando sulla poltrona. Al Festival di Toronto, a settembre 2019, ha interrotto Willem Dafoe sul palco mentre stava riassumendo la sua carriera prima di dargli un premio. E invece di presentarsi sul red carpet è andato in giro in metropolitana nella capitale canadese per prendere parte ad una protesta ambientalista.

Niente da fare: non sa proprio stare fermo. Irrequieto, atipico e imprevedibile, l’interprete di Joker – già vincitore del Leone d’oro alla Mostra del cinema e in uscita il 3 ottobre – è una delle star meno gestibili di Hollywood. Più volte ha annunciato il ritiro dalle scene, per poi tornare più forte di prima. 

Di recente, però, lo devono aver convinto a darsi una calmata, in previsione del Premio Oscar di cui la critica lo ha già virtualmente insignito. Proprio a Toronto ha fatto le prove generali e per un paio di minuti ha provato a leggere frasi di senso compiuto senza divagare troppo. È probabilmente il discorso più lungo che chiunque lo conosca gli ha sentito pronunciare e vale la pena ricordarne alcuni passaggi. 
«Il mio manager – ha confessato Phonenix - mi ha detto: “Ti vogliono dare un premio”. E io: “Ci sto, andiamoci”. In realtà pensavo mi avrebbero preso in giro con battute di cattivo gusto, invece mi sono commosso pensando a chi mi ha influenzato nella carriera. Mamma era segretaria di un direttore casting della NBC che mi ha fatto conoscere un agente: mi ha cambiato la carriera e anche la vita, visto che recito dall’età di 8 anni». E subito dopo ha elencato i membri della famiglia: «Mia sorella è anche la mia migliore amica e anche se con tutti loro non ci parlo né li vedo mi sembrava carino dirlo lo stesso». Il momento più commovente riguarda il ricordo del fratello River, morto di overdose da ragazzo: «A 15 anni è tornato da lavoro con una VHS di “Toro scatenato” e mi ha costretto a guardarlo non solo la sera stessa, ma anche il giorno dopo, dicendomi che solo così sarei diventato bravo e per questo gli sono grato». Del padre, a cui indirizza una parolaccia in tono affettuoso (lo chiama “figlio di...”), dice: «Mi ha insegnato l’etica del lavoro, forse Todd Phillips (regista di “Joker” - ndr) non ne è molto convinto, ma vi assicuro che su tutti gli altri set l’ho dimostrata». Scherzi – ma non troppo – a parte su nevrosi e capricci, arriva alla fine il ringraziamento alle due donne più importanti della sua vita: «Mamma è stata una costante fonte di ispirazione e di valori, tutto quello che faccio è per lei e le voglio un bene da pazzi». E alla fine arriva la fidanzata, Rooney Mara, con un gioco di parole sul personaggio che l’ha resa celebre nella saga di “Millennium - The girl with the dragon tattoo”: «So che nella sala da qualche parte c’è un drago cattivo, vorrei ripiegasse le ali, stendesse un lenzuolo e vi si avvolgesse per dormirvi (accanto) per sempre, ti amo, grazie».  

Pensando alla sua carriera, forse un cattivo dei fumetti come Joker è l’ultimo ruolo che verrebbe in mente. Perché ha accettato?
«Lo sai che onestamente non ho la minima idea del perché abbia detto sì? C’era qualcosa dentro di me che mi spingeva a farlo, oltre al desiderio di lavorare con il regista».

C’è più libertà con un personaggio di fantasia?
«Certamente, perché non esistono limiti a quello che puoi sperimentare e nessuna regola a cui attenersi». 

Cosa ha promesso a Joker prima d’iniziare le riprese?
«Che lo avrei interpretato con onestà e coerenza, considerandolo una di quelle sfide che nella carriera scatena le discussioni del pubblico».

Per lei questo è importante?
«Come artista credo sia mia responsabilità dare voce alle idee e farle volare lontano». 

Crede che sia una versione un po’ americana di Amleto?
«In realtà non ho guardato al passato né ho cercato ispirazioni: sono partito con questo progetto in totale libertà. Certo, c’è sempre qualche aspetto di te che prima o poi fa capolino nel personaggio e c’è sempre qualche caratteristica che ne distanzia, ma in questo caso davvero è stata un’evoluzione continua fino all’ultimo ciak».

Come si è preparato?
«Prima ho iniziato a perdere peso, cosa che già ti scombina psicologicamente, e poi ho letto un libro sui diversi tipi di personalità per capire come orientarmi. Non volevo però che uno strizzacervelli vedesse il film e riconducesse a qualche sindrome i comportamenti del personaggio». 

Ha inquadrato subito Joker?
«No, dopo due settimane di prove ero in alto mare, non sapevo da dove iniziare, per fortuna il regista mi ha aiutato a mettere nero su bianco i pensieri».

E la risata?
«Todd Phillips mi ha mostrato un video che descriveva un suono piuttosto doloroso. Secondo lui era quello di Joker nel momento in cui viene alla luce, ma non pensavo di poterlo ricreare così mi sono esercitato a lungo e gli ho chiesto un provino per scegliere la risata che preferiva».

Cosa l’ha aiutata a calarsi nel mood?
«Sul set c’era sempre della musica di sottofondo ed è stata liberatoria per la trasformazione…».

La stampa alla Mostra di Venezia ha iniziato a parlare di Oscar ben prima che il film vincesse il Leone d’oro. Cosa ne pensa?
«La gioia più grande è dar vita ad un uomo che tutto sommato non cerca altro che la felicità, una persona che vuole essere amata e invece dal mondo viene solo ferita».

Ha un debole per i personaggi tormentati, dica la verità.
«Io non li vedo così e loro non si vedono così. Ci ho messo otto mesi ad esplorare Joker eppure ancora oggi non trovo una definizione per descriverlo, perché continua ad evolversi, e mai nella carriera ho vissuto un’esperienza simile. Detto questo, grazie anche solo per aver accostato la mia performance alla parola Oscar. Mi onora sentirlo dire».  
 

 



GUERRA ALL’UOMO PIPISTRELLO

Joaquin Rafael Bottom, in arte Joaquin Phoenix, classe ’74, sta vivendo un momento d’oro con un Oscar già ipotecato, dopo le tre candidature precedenti per “Il gladiatore”, “Quando l’amore brucia l’anima” e “The Master” (ispirato alla fondazione di Scientology che gli è valso la Coppa Volpi). La corsa all’Academy Award si fa concreta per merito del suo “Joker”, che ha vinto il Leone d’oro alla Mostra del cinema di Venezia. In sala dal 3 ottobre, la storia della nascita dell’arci-nemico di Batman ha conquistato la critica e il pubblico non solo del Lido, ma anche del Festival di Toronto che lo ha insignito del Tiff Tribute Actor Award. Ha un rapporto di amore e odio con Hollywood, soprattutto da quando la sua telefonata di richiesta d’aiuto per il fratello River, morto di overdose in strada, è stata trasmessa via radio e tv. Tormentato e controverso, si è messo al servizio dei registi più importanti della scena cinematografica, da Ridley Scott a Gus Van Sant, da Oliver Stone a Spike Jonze. Dal 2016 frequenta Rooney Mara, conosciuta sul set di “Her” e incontrata nuovamente per “Maria Maddalena”, quando è scoccata la scintilla. La stampa americana dà per certe le nozze imminenti.

 

 

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