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FUGA DIGITALE

Sempre connessi eppure isolati socialmente: non siete curiosi di sapere davvero chi siete o volete continuare a costruire una immagine ritoccata di voi per il pubblico digitale?

Gio 26 Set 2019 | di Angela Iantosca | Attualità
Foto di 22

Ci svegliamo con il cellulare in mano e la prima azione che compiamo è quella di controllare se ci sono messaggi, quanti like abbiamo ottenuto e se abbiamo ricevuto email. Tra un’azione e l’altra, continuiamo a osservare cosa è accaduto nelle vite degli altri, attraverso le storie che sono state postate sui social, e magari ci scattiamo un selfie ancora in pigiama o mentre prendiamo un caffè, per far sapere a tutti che siamo tornati nel mondo... virtuale! Ma cosa ci spinge davvero a vivere fuori da noi, distratti continuamente da ciò che stiamo compiendo nella vita reale? Cosa ci ha portati a non saper fare a meno dello smartphone? Forse è ora di disintossicarci per tornare in contatto con noi stessi, usando tutte le opportunità che ci derivano dal digitale, senza diventarne vittime. Proviamo?



SEI PRONTO A DISINTOSSICARTI DALLA RETE?

Per coltivare la propria identità arriva il Digital Detox
Angela Iantosca

Sempre online, disponibili e senza confini. Questo siamo diventati. Connessi con il mondo esterno, ma disconnessi da noi stessi, assenti anche se presenti. «Il digitale è utile: ci permette di lavorare, stringere relazioni e allargare gli orizzonti. Ma molti studi dimostrano che, se non tracciamo i confini tra strumento e fine, l'impatto sulla produttività e sulle nostre relazioni finisce per essere negativo, perché viviamo in uno stato di distrazione continua, perennemente lontani dal fare ciò che dovremmo». Ce lo spiega Alessio Carciofi, consulente di marketing digitale, che, proprio partendo dalla sua esperienza personale di 'intossicazione' da rete, ha dato vita nel 2015 alla prima realtà in Italia di Digital Detox.
«Nel 2010/2011 ho cominciato a creare progetti influencer-marketing e questo mi ha portato su palchi importanti, cosa che ha determinato un ingrandimento del mio ego. Ero sempre lì a vedere chi mi aveva seguito, taggato, menzionato. Mi sentivo figo, lo ammetto. Ma, chiaramente, c'era una relazione disfunzionale tra il vecchio me e il cellulare. Quando mi sono reso conto di questo, ho cominciato ad osservarmi e a scrivere quello che poi è diventato un libro, operazione che mi ha aiutato a interiorizzare un mondo che nessuno mi aveva insegnato. Questo mi ha aiutato a collocarmi in uno spazio tempo: in questo mondo digitale veloce mi ha dato una identità che mi ha permesso di arrivare all'altro me, che è quella persona che stava dentro Alessio e che non avevo mai preso in considerazione, a causa di relazioni sbagliate, preconcetti, sovrastrutture».

Cosa hai compreso?
«Siamo passati dalla digital addiction alla digitali distraction; le distrazioni stanno riempiendo il 'vuoto' di una vita frenetica, il cui problema è l'assenza di tempo, attenzione e concentrazione. Ma più che non avere tempo la frase giusta da dire dovrebbe essere “non riesco a gestire la mia vita”, che spesso si dissolve dietro ad uno smartphone. Ogni 180 secondi veniamo interrotti. Trascorriamo all'incirca due ore in più in ufficio per recuperare il tempo perso tra notifiche, gruppi su Whatsapp, mail e conference-call improduttive. Trascorriamo il 28% del tempo lavorativo nel rispondere alle mail, mentre un altro 30% si perde nelle distrazioni. E il silenzio è un lusso che non vogliamo permetterci!». 

Che cosa si dovrebbe fare?

«Noi accumuliamo informazioni dalla mattina alla sera, ma più accumuliamo più ci stanchiamo e ci distacchiamo dall'io. Ma finché saremo sopraffatti dal multitasking non riusciremo a scoprire la nostra essenza. Allora bisogna rallentare, cosa che non è una debolezza, ma la vera ricchezza: perché così avremo il tempo di focalizzare».

Che cosa è il Digital Detox?

«Non significa vivere senza smarphone. Ma significa usarlo come un mezzo, integrandolo nella nostra vita, sapendo trovare la giusta misura del tempo, dell'attenzione, dell'energia. La nostra parte sottile ci sta chiedendo di fermarci, di ragionare, di trovare dentro di noi il silenzio in modo da avere la consapevolezza in questi giorni pieni di confusione. Per farlo ci sono cinque punti da seguire: rallenta, riduci, ridisegna, riprogramma, ricaricati».

Cosa ci sta togliendo il digitale?

«In realtà niente. Sta semplicemente rispecchiando quella parte dentro di noi che non vogliamo vedere, perché come tutte le dipendenze è di carattere emotivo. Quindi il lavoro più grande è eliminare il superfluo, arrivando all'essenziale, collegandoci al silenzio, lontano dai suoni delle notifiche, dalle vibrazioni che ci connettono al cellulare e ci disconnettono dalla vita».

Quindi, cosa possiamo fare? Da una parte ci siamo noi nati senza cellulare e che ci siamo fatti ammaliare da questo strumento e dall'altra i ragazzi che non conoscono altro.

«Il mondo analogico i ragazzi di oggi non lo conoscono, perché sono nati in un acquario, ma non lo sanno. Noi, invece, abbiamo una relazione con il cellulare disfunzionale. Paradossalmente i ragazzi ci possono insegnare ad usare nel modo giusto il mondo digitale, ma noi dobbiamo mostrare loro quel mondo che non hanno conosciuto. Oggi come oggi non possiamo tornare indietro, perché il mondo digitale ormai esiste, ignorarlo sarebbe come pretendere di tornare al baratto. Ma la domanda che ci dobbiamo porre mentre siamo al cellulare è: “Sto perdendo tempo o sto investendo?”. Pensa che ogni giorno si passa una media di due ore – per essere ottimisti – al cellulare. Alla fine dell'anno si è vissuto 11 mesi e un mese si è stati sul cellulare. Quindi per un mese non siamo stati presenti. Quindi l’altra domanda da farci è: “Con chi vogliamo stare in relazione? Con lo smartphone o con le persone?”».

Come ci si può disintossicare?

«Non attraverso la sottrazione coatta del mezzo, ma attraverso un percorso di separazione. Separandoti dallo smartphone, tu acquisisci identità, arrivando a vedere le cose per quelle che sono. La ricompensa, in questo caso, non sarà il like, ma la vita vera. Se siete genitori e volete ridurre l’uso del cellulare nei vostri figli, potete stabilire dei premi in cambio dello spegnimento del telefonino: potete inventarvi dei giochi con i figli, fargli usare un oggetto a voi molto caro, di solito precluso ai piccoli o gli potete magari permettere di dormire su un divano tanto amato… ci sono molti modi per intrigare i bambini e in generale i ragazzi hanno solo bisogno di essere ‘provocati’. Dentro di loro, infatti, hanno valori importanti, che noi non avevamo, come quello del green e dell’inclusione. Quello che devono imparare è instaurare una relazione con l'altro al di fuori dello smartphone. Noi conosciamo i due mondi, quello analogico e quello digitale, loro no. Il nostro compito è mostrargli ciò che non hanno mai visto».

Tra l’altro, assecondare il sistema dei social significa assecondare un sistema che ci tratta come strumenti per far fare soldi a Facebook o Instagram.
«Facebook è come una piazza con un cartellone pubblicitario. Se in quella piazza non c’è nessuno, quel cartellone costerà meno a chi fa pubblicità. Quindi, l’obiettivo dei social è tenere il più a lungo possibile la persona online per avere più soldi da chi usa quello spazio per fare pubblicità. E ogni mezzo è lecito: dalla scelta dei colori, dalle spunte e anche dal vedere che la persona sta scrivendo».

Quanto è importante essere presenti?

«La presenza la sente pure un gatto, un cane, figuriamoci un bambino: se tu passeggi con tuo figlio e intanto guardi il telefonino, lui sentirà che non sei in relazione in quel momento, perché noi possiamo essere assenti e in relazione o presenti e non in relazione. Ed è quello che sta succedendo nelle famiglie. I ragazzi si trovano a vivere isolati, non soli, pur essendo in un contesto familiare. Ma se la solitudine è identitaria, l'isolamento è sociale ed è dato da una società che è alla ricerca di ricompense effimere piuttosto che di persone integre, che si conoscono e che sanno conoscersi. Ma per conoscersi bisogna fermarsi, lavorare su se stessi, e oggi come oggi viviamo in un contesto in cui tutto si ottiene in modo semplice, sicuramente più semplice della conoscenza di sé».

Tu fai incontri nelle aziende e con i manager: cosa ti trovi davanti?
«Mi trovo di fronte persone che non stanno lì perché lo hanno scelto, ma costretti dal capo. All'inizio mi ucciderebbero, perché io li ho portati fuori dalla loro zona di confort. Ma poi comincia la fase più bella, quella del cambiamento».

Tu organizzi anche viaggi.

«Per disintossicarsi davvero ci vuole una settimana, non basta un weekend. Quello che faccio io, comunque, non è organizzare un viaggio senza cellulare, io faccio arrivare a spegnerlo. In viaggio stai con ciò che ti circonda, le persone, la natura: stando in presenza di te stesso inevitabilmente, ad un certo punto, ci si libera del cellulare».

Una volta tornati si dovrebbe continuare...
«Bastano piccoli accorgimenti per vivere senza intossicarsi: quando ci svegliamo, non accendiamo subito il cellulare e non teniamolo online di notte, anzi spegniamolo del tutto. Regaliamoci del tempo per noi, prima di controllare notifiche, like, email. E, durante il giorno, stabiliamo quante volte guardare le mail o Facebook o Whatsapp. Vivere multitasking ci fa distrarre da ciò che dobbiamo fare e ci fa produrre anche di meno, addirittura il 40%. Perché facendo più cose contemporaneamente inganniamo solo noi stessi: ci convinciamo di finire più attività, in realtà passiamo da un compito all'altro, ci spostiamo qua e là, ci interrompiamo e perdiamo tempo, oltre che noi stessi».                                                             

ALESSIO CARCIOFI
Dal 2009 consulente di marketing digitale, riconosciuto nel campo della formazione e accreditato in università, master ed eventi come speaker ed esperto di riferimento. Nel 2015 fonda la prima realtà in Italia di Digital Detox. Ideatore della metodologia Digital Felix, crea percorsi formativi e strategie di work-life balance aziendale. Crede nella bellezza della vita e del pensiero positivo, per questo ha creato il format Marketing del Cuore, basando i suoi principi in un marketing con al centro i bi-sogni delle persone. Info: www.digitaldetox.it.

DIGITAL DETOX
Il libro di Alessio Carciofi, “Digital Detox”, edito da Hoepli, pubblicato nel 2017, attraverso la metodologia del Digital Felix individua come equilibrare vita personale e vita professionale, rendendo il tempo più produttivo e aumentando energia e attenzione. Per farlo non serve eliminare il digitale, ma un nuovo metodo per gestire la sfera digitale, così da raggiungere un equilibrio più sano, con benefici sul piano personale, interpersonale e lavorativo.

ITALIANI: I PIU' DIPENDENTI
Nel 2011 negli USA 1000 persone sono finite al pronto soccorso per ferite che si erano procurate mentre camminavano a testa bassa, utilizzando il loro smartphone. Secondo l'Aci 3 incidenti su 4 sono causati da distrazioni: se si guida mandando sms, controllando la posta o facendoci dei selfie, a 40 km all'ora si percorrono almeno 110 metri in cui può succedere di tutto.
Secondo il Global Mobile Consumer Servey 2015, su 31 Paesi in cui è stato analizzato un campione di 50mila utenti, gli italiani sono i più dipendenti da smartphone (da “Digital Detox”, Hoepli 2017).

WHATSAPP
Whatspp lanciata nel 2009 ha un miliardo di utenti attivi al mese. Ogni giorno sulla chat viaggiano 42 miliardi di messaggi, 250 milioni di video, oltre un miliardo e mezzo di foto. «Le doppie spunte, le spunte grigie e quelle blu, la scritta “sta scrivendo” sono compagni quotidiani di cui non si riesce a fare a meno. Secondo uno studio condotto da una Università del Kuwait, il 32% del campione preso in esame controlla WhatsApp 12 volte all'ora, con un login medio ogni 5 minuti», spiega Alessio Carciofi. Secondo l'Associazione Avvocati Matrimonialisti Italiani, WhatsApp risulta per il 40% come causa di separazione e divorzio quale prova dell'infedeltà del compagno/a (da “Digital Detox”, Hoepli 2017).

CRISI D’ASTINENZA
Secondo la University of California San Diego:

Il 61% degli intervistati non riesce ad ignorare lo spartphone se ha ricevuto una notifica, email o chiamata;
L'81% è disposto a interrompere conversazioni e pasti per controllare il proprio dispositivo;
Il 61% delle persone si sente deluso, depresso o irritato dopo aver controllato gli aggiornamenti dei social media;
3su5 persone trascorrono più tempo libero con il proprio smartphone che con il proprio coniuge, secondo una ricerca di Cisco.



LA DIPENDENZA NASCONDE UN DOLORE PROFONDO

Un nuovo modo di comunicare rispetto al quale gli adulti sono completamente impreparati
Emanuele Tirelli

Internet non va demonizzato. E tutto è legato al gap generazionale e alla velocità dei cambiamenti degli ultimi anni.
È una delle prime cose che mi dice Federico Tonioni, ricercatore all’Università Sacro Cuore di Roma, ma anche ideatore e direttore, dal 2009 al Policlinico Gemelli, del primo Ambulatorio pubblico italiano sulla dipendenza da Internet. «Si tratta di uno strumento formidabile e permette di fare cose che in passato sarebbero state definite soprannaturali. Siamo di fronte a un nuovo modo di pensare e di comunicare, che fa parte di un processo evolutivo e non patologico».

L’utilizzo dei social disabitua i giovani alla comunicazione di persona e rende apparentemente più facile dirsi qualcosa dietro a uno schermo?
«Non è più facile. È diverso. È sicuramente folle darsi un appuntamento dal vivo e poi chattare con qualcuno che non è presente in quel momento. Ma questo lo fanno anche gli adulti e non possiamo pensare di limitare l’utilizzo di internet e dei social».

Quindi, qual è il problema?
«Parliamo del contesto e della velocità delle trasformazioni degli ultimi anni. Gli adulti si sono ritrovati completamente impreparati e le difficoltà nascono tutte da un gap generazionale talmente aumentato da sembrare una patologia, anche se non lo è affatto. La distanza più pericolosa dai figli sta nei sensi di colpa inconsci dei genitori, che oltretutto li vogliono come li hanno immaginati. L’iperconnessione, invece, è un diritto sacrosanto».

E i ragazzi che si chiudono in camera per giocare online?
«Nel nostro ambulatorio ci prendiamo cura dei genitori che trattengono i figli e dei figli che si sentono trattenuti, che bloccano la spinta ad andare incontro all’esperienza, chiudendosi in casa. Ma quella spinta, che chiamo “sana aggressività”, serve a conquistare e a difendere il proprio spazio nel mondo. Va accompagnata e non castrata, trattenuta o annullata. Se invece si accumula e non si trasforma in esperienza, diventa rabbia e in parte viene detonata con i giochi sparatutto. Il gaming va trattato solo se c’è ritiro sociale concomitante con abbandono scolastico, se c’è dolore mentale. La dipendenza patologica è una cosa seria e nasconde sempre un’angoscia profonda, che proviene da altro. Altrimenti, il gioco e la connessione non sono dei problemi. Così come non lo è poter guardare dieci puntate di fila di una serie tv. Sono solo modi diversi di fruizione rispetto al passato. La patologia è una cosa differente».

Cosa fare allora?
«La vera prevenzione comincia presto, da piccoli, dando delle regole e chiedendosi subito prima a cosa servono: per aiutare i bambini a conoscere il senso del limite e per innescare delle trattative, dove entrambe le parti si confrontano e arrivano al compromesso. I figli crescono lo stesso, ma hanno bisogno dei genitori, e viceversa. E bisogna smettere di trattare i giovani come degli stupidi. Sono invece persone serie, che meritano rispetto. Starebbero meglio con dei genitori che sanno di poter contattare, dai quali possono ricevere risposte credibili e non solo allarmi».                                     

AMICI IMMAGINARI ADDIO
Il troppo tempo trascorso sugli schermi dei dispositivi elettronici sembra soffocare l'immaginazione dei bambini. Secondo un sondaggio svolto nel Regno Unito, condotto su 1.000 operatori di scuola materna dal sito web di recensioni daynurseries.co.uk, quasi i due terzi dei professionisti dell'infanzia ritiene che l'utilizzo dei device stia rendendo i bambini meno creativi, tanto da non scegliere più così spesso come compagni di gioco gli amici immaginari. Il 48% degli operatori ha affermato che ci sono bambini nella scuola materna con amici immaginari e il 72% concordava sul fatto che sono molti meno rispetto solo a cinque anni fa. Il 63% degli intervistati ha spiegato di ritenere che il troppo tempo trascorso sugli schermi sia la causa di questo declino dell'inventiva.


Il sonno al tempo delle chat

Gli stimoli luminosi mandano in confusione il corpo e la mente fa fatica a trovare la dimensione del riposo
Emanuele Tirelli

Il corpo umano è in continua evoluzione. Anche la mente. Ma ci sono alcuni meccanismi che seguono un certo percorso e che per stare meglio hanno bisogno degli stessi stimoli o della loro assenza.
L’utilizzo di smartphone e tablet non facilita sicuramente alcuni processi.  Come il dormire bene. «Ognuno di noi riproduce e riporta in sé il modello originale e originario di “essere umano”, quello che all’inizio della storia viveva e agiva con la luce del Sole, riposava inattivo e dormiva in assenza della stessa - dice Giovanni Battista Tura, responsabile di Psichiatria dell’Irccs Fatebenefratelli di Brescia -. Un numero elevato di microsistemi, apparati, sia neurologici che ormonali, continua a seguire la stessa legge, non tarandosi certamente sulle evoluzioni del costume, ma continuando ad agire in risposta alla luce come stimolo, al buio come stop».
Il tablet è una fonte di luce importante, ma lo smartphone, per le sue dimensioni, è ancora più vicino al viso. Intanto, però, corpo e mente hanno bisogno di riposo. L’organismo riconosce pure di trovarsi nelle ore della giornata deputate al sonno, ma gli stimoli luminosi, anche particolarmente intensi, lo spingono ad attivarsi come se fosse giorno, lo mandano in “confusione”. Così la mente riesce a trovare difficilmente una dimensione di riposo. Inoltre, l’insonnia è dietro l’angolo, con tutte le sue implicazioni.

INSONNIA TECNOLOGICA

Negli ultimi anni, il legame è stato riconosciuto tanto da aver portato alla definizione di “Insonnia tecnologica”. Si va dal cumulo di stanchezza nei giorni successivi, al calo del rendimento nello studio e nel lavoro, a un’alterazione dell’umore. Inoltre, ricorda Tura, «la privazione di sonno in adolescenza è uno dei fattori di maggiore rischio per slatentizzare disturbi psichici anche severi». L’assenza di sonno sottopone il corpo a uno stress più o meno importante secondo le circostanze. Ma non esiste un’equivalenza assoluta in termini di “psicosi”, però se una persona ha una fragilità o un disturbo psichico al limite, spesso queste fasi di privazione del sonno possono essere una miccia importante e facilitare situazioni più critiche. Per evitare questo, oramai ci sono numerosi consigli per cercare di distaccarsi dai dispositivi mobili in alcuni momenti della giornata. Il più semplice è quello di ricaricare il telefonino in una stanza diversa da quella in cui si dorme, per non avere la tentazione di usarlo subito prima di addormentarsi o quando ci si sveglia durante la notte.

50 ANNI FA LA NASCITA DI INTERNET
Il primo collegamento italiano a internet è del 30 aprile 1986, a Pisa. Però la sua nascita risale a 50 anni fa, negli Stati Uniti d’America. Nel 1969, non si chiamava internet, ma arpanet, prendendo il nome dall’Advanced Research Project Agency (Arpa), l’agenzia del Dipartimento della Difesa che l’aveva voluto per scopi militari. La necessità di trasferire dati e informazioni si concretizzò infatti in un periodo di piena Guerra Fredda con l’Unione Sovietica, in collaborazione con molte università americane.


COSA TROVANO IN RETE CHE LA FAMIGLIA NON SA DARE?

Bambini e internet: le paure che si nascondono dietro un uso disfunzionale                   
Emanuele Tirelli

Evoluzione, equilibrio e autorevolezza, sono tre parole chiave per Giuseppe Mele, presidente della SIMPe – Società Italiana Medici Pediatri.
L’oggetto della discussione è il rapporto dei bambini con internet, senza alcuna intenzione di demonizzare la Rete. Ma l’utilizzo di smartphone e tablet viene anticipato sempre di più, fin dai primissimi anni di vita.

Come va affrontato questo cambiamento?
«Ponendosi alcune domande. Quali bisogni e quali necessità corrispondono all’abuso o all’utilizzo disfunzionale di internet? Quali sono le paure e le angosce sottostanti? Quali sono i compiti evolutivi in situazioni di stallo che si tenta di riavviare? Cosa trovano nella Rete i nostri ragazzi che non hanno nella vita reale e che la famiglia non è in grado di dare?».

Come si risolve? C’è pure chi sostiene che internet favorisca la creatività e chi invece lo ritiene responsabile di uno smorzamento della fantasia.
«Innanzitutto con l’equilibrio. Le due riflessioni sono entrambe corrette, perché dipendono dai casi. Ecco perché dovremmo guardare ad alcune risposte che noi un tempo non avevamo. In passato possiamo essere stati particolarmente creativi, ma non c’erano strumenti di questo tipo, dinanzi ai quali non si possono chiudere gli occhi. Quindi l’utilizzo deve essere correttamente guidato».

Qual è il ruolo dei genitori?

«L’amicizia con i propri figli vale fino a un certo punto. Padri e madri devono essere autorevoli, cosa che viene ricercata dai figli stessi, soprattutto in determinate fasce d’età. Siamo passati da anni in cui la figura paterna era quasi completamente assente, a una presenza progressivamente maggiore. Si tratta di evoluzione genitoriale e di comportamento. Però io credo che bisognerebbe attuare delle strategie educative autorevoli ed efficaci per rispondere alle esigenze dei nativi digitali. E fare un accordo, una sorta di contratto: io ti consegno lo smartphone o il tablet, tu rispetti queste regole; se non lo fai, non potrai usarli più. E poi essere coerenti con le proprie parole. Insomma, la genitorialità va mostrata, va espressa anche in questo modo».

Oggi sembra che si smetta di essere bambini molto prima di quanto accadeva alcuni anni fa.
«La crescita staturale è cambiata con un aumento di 2 centimetri d’altezza, ma è mutata pure l’età adolescenziale. Se prima a 9 anni si parlava di bambini, oggi si definiscono pre-adolescenti. Ma a 9 anni si è ancora bambini, solo che gli strumenti digitali creano le condizioni per una maturazione virtuale, con tutti i rischi connessi, determinati da una mancanza di maturazione reale. È da qui che nasce la necessità di un utilizzo guidato. Anche perché la sovraesposizione può determinare isolamento e ritiro sociale, soprattutto se si accompagna alla scoperta di non avere determinate caratteristiche. La paura di ricevere una mortificazione da parte dei coetanei, di sentirsi inadeguati, è sempre in agguato. E, in questi casi, la Rete può costituire un mezzo di isolamento dalla vita reale o può essere usata, assumendo condotte disinibite, spregiudicate, pubblicando online qualunque cosa che li riguardi e parti del proprio corpo, nella speranza di ricevere molti Like».

E la scuola?
«La sua presenza è fondamentale, ma non può sostituirsi al ruolo della famiglia. Molto spesso, però, questo non avviene, perché i genitori si contrappongono agli insegnanti o perché non si riesce a trovare un equilibrio, che a mio avviso andrebbe recuperato. Invece bisogna lavorare tutti nella stessa direzione».                                            

IL PRESIDENTE
Guseppe Mele, specializzato in Pediatria Clinica, è presidente della SIMPe, ma anche dell’Osservatorio Nazionale sulla Salute dell’Infanzia e dell’Adolescenza - Paidòss. Dal 2018 è inoltre responsabile del punto di nascita di neonatologia di Sondalo (Sondrio) e del Country Hospital di Bra (Cuneo). Tra i suoi numerosi incarichi: è pediatra di famiglia dal 1982 per il Distretto di Martano (Lecce); collabora per l’accoglienza dei minori immigrati al centro Regina Pacis di Melendugno (Lecce); è referente per i bambini profughi e immigrati per la ASL della città barocca.


HIKIKOMORI: isolamento patologico

Il cattivo di Gomorra nei panni di un padre di una ragazza che decide di isolarsi dal mondo
Alessandra De Tommasi

Il grande pubblico ha amato odiarlo in “Gomorra – La serie” e oggi Fortunato Cerlino continua a reinventarsi. Per l’ultimo ruolo affronta una tematica sociale delicatissima, l’hikikomori, nel corto “Happy Birthday” lanciato a Venezia
«Hikikomori è il soggetto che tende ad isolarsi dalla società per almeno sei mesi e a chiudersi nella propria stanza per un tempo lunghissimo, privandosi del rapporto con il mondo esterno e spesso facendo uso della tecnologia e di internet per crearsi una realtà virtuale. Non va associato alla depressione, perché considerato un moto di ribellione nel rifiuto della società».

Cosa si può fare?

«Non può lasciarci indifferenti perché i soggetti rifiutano quello che c’è fuori dalla porta e lì ci siamo noi con la società che abbiamo costruito. Anche dal nome esotico si può intuire che è stato studiato nel luogo dove per primo si è sviluppato, in Giappone, una società con una componente altissima di competitività,  associata ad una figura paterna quasi assente e fragile e una materna molto presente».

Eppure si diffonde ovunque…

«Nei lavori dello psicoanalista Massimo Recalcati si parla di padre “evaporato”. Si riferisce non solo alla famiglia, ma alla società, politica inclusa, con una frammentazione di valori che prima invece venivano confermati da questa guida forte. Il concetto di paternità allora va allargato a quello dei modelli offerti».

Fa riferimento anche ai social?
«I social fanno passare la proposta di un modello perfetto: online sono tutti belli e vincenti e si negano il dolore e la fragilità. Dopo il successo di Gomorra la gente si stupiva che facessi la spesa e la fila alla posta, il che mi ha fatto riflettere: c’è un desiderio morboso di aderire ad un esempio “vincente” e patinato, ma anche falso. I giovanissimi invece ci credono e vivono poi il disagio di non essere all’altezza di questa proposta, che in parte è frutto di filtri e Photoshop. La tecnologia non va demonizzata in quanto tale, ma ha aumentato le possibilità di isolarsi».

Quale ruolo gioca un genitore in situazioni del genere?

«Chi vive vicino ad una persona affetta da hikikomori spesso non sa come comportarsi, è preso alla sprovvista e a volte non capisce neppure cosa stanno vivendo. Qualche settimana fa un genitore ha staccato il pc e sottratto il cellulare al figlio perché stanco di questo suo isolamento, ma un istante dopo il ragazzo si è buttato giù dal balcone. Informarsi aiuta a non commettere errori che possono essere fatali. Prima di soluzioni fai da te meglio rivolgersi all’Associazione Hikikomori Italia, parlare con esperti e confrontarsi con gli altri genitori».

Non esiste una medicina per curare l’hikikomori, ma forse un antidoto sì. Lei cosa consiglia?
«Il dialogo: invece di metterci di fronte ai figli, dovremmo camminare loro accanto e ascoltarli. Non credo nel genitore-amico o nel genitore-figlio, ma neppure quello che ha la presunzione di forgiare la propria prole».

Pensa che l’arte, in questo caso il cinema, abbia un valore sociale?

«L’unico motivo per cui faccio questo mestiere è per seguire la vocazione di essere utile, rendermi soggetto attivo in una discussione che dovrebbe tendere al miglioramento, non come realizzazione e successo, piuttosto come umanizzazione. Narrare delle storie, proporre delle visioni aiuta a non sentirsi isolati e porta alla catarsi».

“Gomorra – la serie” ha subìto critiche da chi pensava potesse scatenare un principio di emulazione. Secondo lei?
«Gomorra può creare emulazione, ma solo nei luoghi dove gli altri attori sociali sono assenti, nei quartieri in cui manca una palestra, in paesi dove la scuola non è aiutata dallo Stato, dove esistono parchi pubblici, biblioteche o asili nidi. Tuttavia questo non deve creare una sorta di censura, anzi la serie ha dichiarato sin da subito le sue intenzioni, ossia mostrare gli effetti della camorra nelle persone, ossia morte precoce e incapacità di godere dei beni rubati alla società».

Ci sono molti allarmi sociali, dal surriscaldamento sociale al razzismo. Come genitore che mondo teme di lasciare alla generazione di sua figlia?

«Il mio timore più grande è di andare verso una società disumanizzata e senza empatia, dove le fragilità vengono occultate e non condivise».

La sua arte vivrà per sempre, ma come essere umano per cosa vorrebbe essere ricordato?
«Sono un buddista tibetano, seguo nello specifico la Dzogchen, il nono veicolo dell’insegnamento tibetano, per cui non vivo l’ansia di essere ricordato. All’autorialità preferisco l’utilità, mi piace l’idea di aver contribuito al cammino delle persone che mi hanno incontrato».        

Ass. HIKIKOMORI ITALIA GENITORI
L’Associazione Hikikomori Italia Genitori, nata nel giugno 2017 all’interno del progetto Hikikomori Italia, raccoglie (e accoglie) oggi già molte centinaia di famiglie in tutta Italia e da allora ha attivato diverse iniziative per fronteggiare il ritiro sociale.
Organizza per gli associati incontri gratuiti di supporto per genitori in presenza di uno psicologo, in tutte le località di Italia. Moltissimi casi di associati ci testimoniano che il tipo di approccio di buone prassi adottato dall’associazione sta ottenendo risultati incoraggianti nel miglioramento della comunicazione tra hikikomori e genitori e nel graduale riavvicinamento dei ragazzi alla società.
Info: www.hikikomoriitalia.it - www.facebook.com/HikikomoriItalia - www.hikikomoriitalia.it/p/gruppo-genitori.html.     

 


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