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Tra le 10 cardiologhe migliori al mondo

Tiziana Aranzulla ha girato il mondo e ha scelto l’Italia per il suo lavoro. Ma non pensate che la sua vita sia come in Grey’s Anatomy...

Gio 26 Set 2019 | di Nadia Afragola | Attualità
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Tiziana Aranzulla ha poco più di 40 anni e un cuore grande, probabilmente perché ha dedicato la sua vita alla cardiologia interventista, dopo che, a causa proprio di un problema al cuore ha perso la madre. Oggi è tra le prime 10 cardiologhe al mondo ed è stata l'unica italiana selezionata e premiata, in Florida, al Convegno internazionale C3 "Complex Cardiovascular Catheter Therapeutic". Studia le fragili e tortuose coronarie femminili, lo fa da sempre con passione e tenacia, al punto da farsi esempio per le nuove generazione. Un lavoro pesante, che condiziona la vita e impone delle scelte rigide, compreso l’essere perennemente esposti radiologicamente. Ha scelto di restare in Italia, a Torino, e andare all’estero solo per ritirare un premio che dedica “a tutte le donne che vanno avanti con forza e raggiungono risultati analoghi agli uomini”.

Dottoressa… da dove iniziamo?

«Dalla giornata di oggi, se vuole! Ho affrontato un intervento complesso, il paziente aveva un'arteria principale chiusa da tempo. In gergo tecnico, un'occlusione totale cronica. C'era tanto lavoro da fare ed ero perplessa, così ho chiesto al paziente se fosse pronto per l'intervento. Mi ha solo detto: “Combattiamo insieme”. Questo è un aspetto da non sottovalutare. È molto importante che si lotti insieme. Nel pomeriggio è passata una signora che aveva subìto numerosi interventi, ci ha portato 20 cannoli preparati da lei. È bello ricevere attenzioni inattese».

Chi è la dottoressa Aranzulla?
«Una persona con una volontà di ferro, benedetta, che ha ricevuto tanti doni e sarebbe ingrata se non lo riconoscesse. Il dono più bello non sono le mie “mani”, ma l'amore per le cose fatte bene, indipendentemente dal mio lavoro. Mia madre me l'ha sempre detto».

Quando ha capito che la medicina sarebbe stata la sua strada?

«A 8 anni io e mia sorella volevamo andare a fare il bagno al mare, nonostante fosse agitato e i nostri genitori ce l'avessero impedito. Mia sorella stava annegando, io mi ruppi il ginocchio – ne porto i segni – su uno scoglio. Arrivò una sola ambulanza, lasciai il posto a mia sorella. Fu quello uno dei primi momenti in cui misi a fuoco la mia propensione ad aiutare altre persone. Poi c’è stato un altro evento, avevo 5 anni e camminavo per strada con la mia famiglia, quando incontrammo un mutilato che chiedeva l’elemosina. Mia sorella si spaventò mentre io mi avvicinai per vedere cosa gli fosse accaduto. Mi misi a piangere e non parlai per un giorno intero. Mi infastidiva l'ingiustizia e il fatto che quella menomazione fosse trattata come una cosa che non dovesse essere vista».

Come si sceglie una specializzazione?

«Avevo deciso di fare qualcosa che mi tenesse fuori dal dolore. La mia prima scelta fu tecnica per la mia propensione alla manualità. Non avrei mai potuto fare un lavoro da scrivania. Sono sempre stata iperattiva. Mi piace vedere il risultato concreto di quello che fai. Ho scelto medicina perchè volevo cambiare il mondo. Le brutture di oggi io le vedo con la lente di ingrandimento. Non c’è una parola per definire quello che siamo diventati. Un paio di mesi fa mi è arrivata una paziente di 50 anni in arresto cardiaco. Si è sentita male ad un semaforo e nessuno ha avuto la prontezza di rompere il vetro e rianimarla finchè non è sopraggiunta l'ambulanza. Dal punto di vista cardiaco la situazione è stata risolta, dal punto di vista cerebrale è rimasta un vegetale. Se i presenti le avessero praticato il primo soccorso, l'epilogo sarebbe stato diverso».

Poi un giorno, per un problema al cuore, perde sua madre.
«Mi ricordo bene quando dopo aver perso mia madre sono tornata all’università perchè avevamo la frequenza obbligatoria. Mi sentivo in un mondo a parte, tutto era irrilevante e banale. Quel giorno assistevo ad un intervento di chirurgia ricostruttiva della palpebra di una ragazza a seguito di un tumore. Aveva poco più di 20 anni, eravamo coetanee. Ricordo che, al posto del solito entusiasmo c'era solo il mio lutto. Quel distacco preoccupante mi spinse ad andare dal mio professore. Non avevo più stimoli e volevo svoltare. Il mio professore mi dissuase, mi disse di concentrarmi sul mio dolore per “guarirmi”».

Da 10 anni opera all’ospedale Mauriziano a Torino. Per fortuna non è andata all’estero.

«Sono stata in Estonia, Brasile, Inghilterra e Finlandia ed è proprio qui che ho pensato per un momento di restare. Vinsi una borsa di studio in cardiologia, lo stipendio era più alto, le condizioni lavorative migliori ed il livello culturale medio era scandinavo, quindi molto attraente. Quello che mi dispiaceva non era il cambiamento in sé, ma la paura di perdere la mia cultura e la mia lingua. In quel momento decisi che se non fossi entrata nel programma di specializzazione in Italia, sarei rimasta lì. Il destino scelse per me e mi ritrovai a seguire un master in cardiologia al San Raffaele di Milano. Sono arrivata a Torino dopo avere vinto un concorso nel 2008».

Donna, medico, di successo: è difficile?
«Ti dimentichi di essere una donna. Prima viene il lavoro, poi vieni tu. E quel “tu” significa anche la voglia di leggerezza insita in tutte le donne. Ho la fortuna di avere amici con cui riesco a staccare la spina e a cui vieto di parlare di lavoro. Anche con i miei pazienti pratico la leggerezza. Quando iniziano a lamentarsi, chiedo di parlarmi di qualcosa di bello. Essere una donna di successo in Italia è difficile. Il segreto è non pensarci, non considerare l’essere donna una condizione di svantaggio, anche se nel mondo del lavoro gli uomini sono sempre avvantaggiati. Le donne sono viste deboli, gravate dalla “malattia“ della gravidanza. Se si cede a questi pregiudizi prima di giocare la partita, si perde in partenza. Bisognerebbe valorizzare di più la parte “divina” della femminilità, la bellezza, l’eleganza, la forza, l’empatia, la capacità di sopportare tutto e di sorridere quando non si ha voglia, la capacità di mettere un rossetto e sentirsi bella quando non avremmo nemmeno voglia di uscire di casa. Il mio metro di paragone è quello che sono oggi. Domani dovrò essere meglio».

È tra le 10 migliori cardiologhe al mondo. Come si arriva a certi traguardi?

«Studio costante, desiderio, fede, pulizia interiore, atti di generosità indipendenti, entusiasmo e ricordare sempre che stai lavorando per motivi superiori: non fermarsi al riconoscimento o alla ricerca di esso».

Parliamo del ruolo delle donne cardiologhe interventiste. A che punto siamo?
«All'inizio. Negli Stati Uniti molte donne non proseguono nella carriera perchè vengono presentati loro i carichi di lavoro pesanti e l'inconciliabilità con la famiglia, spegnendo quella dose di incoscienza che ci guida all’inizio. C'è stato uno scandalo in Giappone, che è considerato il paese più meritocratico del mondo. Hanno scoperto che i punteggi dei test di ingresso a medicina erano stati modificati in modo da permettere l'accesso al corso ad un uguale numero di uomini e donne. Se non avessero manipolato i risultati, la percentuale femminile sarebbe stata maggiore. Se c'è la necessità di riequilibrare il punto di partenza favorendo i maschi, vuol dire che essere donna non è uno svantaggio evolutivo. Anzi».

Grey's Anatomy, Dr. House, E.R.: quanto di vero c'è?

«Non mi sono mai innamorata di un collega o di un superiore e non ho mai avuto a che fare con colleghi tipo Grey's Anatomy. Di vero ci sono i rapporti personali che si creano: si diventa una famiglia. Durante la specializzazione mi affascinava seguire i ragionamenti del Dr. House, perché per me era un test per cercare di individuare il punto che non coincideva con la realtà medica. Queste fiction sensibilizzano il pubblico a vedere il medico come una persona che lavora su turni molto pesanti ed ha un vissuto emotivo che viene sempre messo in secondo piano. Dal punto di vista medico c'è una parte romanzata, non è tutta scienza».

Parlando di sensibilizzazione verso alcune patologie, da dove si comincia?

«Dall’istituire corsi di primo soccorso, a partire dalle scuole medie. Sapere rianimare un paziente che perde coscienza per strada e saper fornire la prima assistenza medica dovrebbe essere appannaggio di tutti, non solo degli operatori. Fa parte dell'educazione civica. Mi è capitato che un paziente fosse rianimato dalla figlia che aveva seguito, il giorno prima, un corso di primo soccorso».

Quali sono ora i suoi obiettivi? 
«Sono un giudice molto severo con me stessa. Il livello di pretesa aumenta, non diminuisce. Ci sono tante cose da fare, mi piacerebbe trovare nuovi metodi per aiutare quanta più gente possibile. Vorrei sensibilizzare verso una cura più attenta del proprio cuore, sia in senso anatomico che spirituale. Mangiare bene, fare attività sportiva, rendersi conto dei fattori di rischio, non trascurare il colesterolo alto, non fumare. La spirituale poi non è dissociata dall'aspetto fisico».

Sa di essere una persona speciale?

«Spero di esserlo. Se non coltivi i tuoi doni non hai nulla di speciale. C'è un passaggio del Piccolo Principe che dice che ogni sera bisogna fare pulizia del proprio pianeta, averne cura. Ecco per essere una persona speciale è necessario togliere tutti i semi di baobab, ogni giorno».

Come si sopravvive al dolore?
«Sapendo che se accade c'è qualcosa di oltre. Qualche anno fa una signora in punto di morte mi disse “dottoressa, non mi abbandoni”. A distanza di alcuni anni, nello stesso letto, ho operato suo figlio. Credo che il senso delle sue parole fosse quello. Questo è un modo per sorridere al dolore, sapere che puoi sempre fare qualcosa per chi c'è ancora. È un sorriso a posteriori. Non esiste un modo a priori per sorridere al dolore, però si può cercare di capire cosa ti vuole insegnare. Sei chiamato a fare un salto evolutivo, perché ti vuole migliore. Anche se questo è un punto di vista sul dolore che raggiungi quando ne hai preso le distanze».

Come riesce a staccare la testa quando toglie il camice e torna a casa?

«La frase “non si porta il lavoro a casa” è irreale. Venendo qui ho incontrato un paziente ed in pochi secondi ho dovuto ricordare tutto di lui. Per lui tu non sei una persona normale, ma la dottoressa che li ha salvati. Devi essere più forte di chi ti sta chiedendo aiuto».

Non è facile stare vicino a chi fa il suo lavoro.
«No, non è facile perché tu non fai il medico, tu sei un medico. Vivi dolori che cerchi di non fare pesare sulla persona che ti sta accanto, ma il nostro lavoro non è una parte separata di vita».

La disperazione si affronta con la chiarezza. Quanto contano le parole?

«Esistono le parole, quelle non dette, quelle che non vuoi sentire, quelle che dici, quelle che ascolti e quelle che ti racconti. Poi esistono quelle chiare, la dura verità. Queste impari a dirle col tempo. All'inizio non ne siamo capaci. E poi esiste un valore, che forse ormai stiamo perdendo, che è il silenzio. Perché il silenzio cura. Esiste un tipo di disperazione che si cura solo con il silenzio».

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