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Dacia Maraini: Mio figlio perduto

Come si affronta la perdita di un figlio?

Gio 26 Set 2019 | di Angela Iantosca | Interviste Esclusive
Foto di 8

Dacia Maraini è un classico della letteratura italiana e i suoi libri un viaggio attraverso il quale ritrovare l'umanità e un senso del rispetto dell'altro, che si va smarrendo sempre più. Con l'ultimo romanzo, “Corpo Felice” (Rizzoli), presentato in occasione di “Capannori Incontra Autori 2019”, la prima rassegna culturale a firma de l’Ordinario di Romina Lombardi, in provincia di Lucca, ci fa entrare nelle pieghe di un suo dolore antico, la perdita di un figlio, che la scrittrice ha vissuto negli anni Sessanta e che oggi ha deciso di condividere, mettendo su carta quella ferita, mai davvero rimarginata, nell'unico modo di cui è capace chi è nato per scrivere. Il libro è un dialogo tra una madre e un figlio, che lei chiama Perduto, partorito già morto al settimo mese. Un dialogo che non si interrompe mai e che diventa un mezzo attraverso il quale parlare delle donne, delle loro fragilità, dei soprusi subìti, della violenza, dell'amore, dei tentativi che durano da millenni di non riconoscere loro quei diritti che sono connaturati all'essere umano.

Il corpo di una donna può essere felice?
«Il titolo è un augurio. Il corpo dovrebbe esserlo in quanto capace di dare e ricevere. Spesso il corpo delle donne è capace di dare, ma non di ricevere, perché non chiede. In questo libro in cui si mescola l'autobiografia con delle riflessioni, si parte dalla perdita di mio figlio, con cui avevo instaurato un dialogo, prima che morisse e dal quale non mi volevo staccare. Non riuscivo a lasciarlo andare e stavo morendo anche io; poi il medico è riuscito a strappare questo cordone ombelicale… Ma, dopo, il dialogo è continuato attraverso l'immaginazione».

Perché scrivere questo libro ora?
«Un libro di questo genere nasce da una spinta interna, da una ferita che quando cambia il tempo fa male. Uno scrittore l'unico modo che ha per affrontare il dolore è scriverne. Perché scrivere è un modo per mettersi in relazione con il mondo. Per questo è venuto fuori questo libro. Ma non so perché ora...».

Il libro prende le mosse da un episodio che vede protagonista Dacia bambina che si ribella ad una ingiustizia. Un episodio che è il filo conduttore del racconto e che la porta a parlare dell'ingiustizia vissuta con la perdita del figlio.
«Eravamo a Kyoto, avevo 6 anni e mio papà mi accusò di aver sporcato di inchiostro un libro importantissimo per lui. Quel libro io non lo avevo toccato. Ero innocente, ma loro non mi credettero. Questa cosa mi indignò talmente tanto da andarmene via di casa. Negli anni mi sono domandata se la ribellione contro l'ingiustizia è frutto dell'istinto oppure un dato di cultura? Io amo molto gli animali e ho notato che se vengono offesi si ribellano. Quindi fa parte della natura ribellarsi. Il paradosso è che negli esseri umani, nei quali il sentimento di rivolta dovrebbe essere più elaborato ed espresso, spesso viene manipolato e a volte viene addormentato. E questo spiega come l'essere umano possa cadere in mano ad un dittatore, tacendo. Ma a questa domanda ne ho aggiunta un’altra: perdere un figlio al quale ci si è molto affezionati, a che rivolta può portare? Contro chi ti arrabbi? È giusto ribellarsi?».

Si parla molto di donne nel libro, a cominciare da Eva: ma qual è la sua colpa?
«In tutte le religioni del mondo il principio della vita è legato al corpo femminile. Non si conosceva all'inizio che ci fosse la partecipazione del seme maschile. Poi ad un certo punto c'è stato un cambiamento: secondo alcuni antropologi, il passaggio dal diritto della madre al diritto del padre è avvenuto con la nascita della proprietà. Prima si viveva tutti insieme e non c'era separazione. Nel momento in cui la popolazione si è stabilita in un luogo e ha cominciato a coltivare la terra, si è stabilito il concetto di proprietà. Questo ha determinato la nascita della piramide. La proprietà ha bisogno di un capo ed è così che il più forte è diventato dominante. La madre, dunque, ha perso la sacralità. E la donna è diventata un vaso, che mantiene il principio della vita, ma non ne è responsabile essenziale. Oggi le cose sono cambiate. Le donne entrano in tutti i mestieri. Però qualcosa di questa antica cultura grava ancora».

Un concetto di donna-contenitore dal quale non ci si allontana molto se si pensa all'utero in affitto.
«Soprattutto se viene fatto per ragioni economiche, il corpo femminile viene trattato come un luogo di passaggi che può essere venduto, posseduto. Questo ancora pesa… anche se ha radici lontane. Noi siamo figli della storia. Tutto ciò che appartiene alla storia resiste dentro di noi».

Lei ha vissuto la rivoluzione del '68: cosa è rimasto e cosa è stato compiuto?
«L'idea del femminismo era di raggiungere una parità di fronte alla legge. E quella è stata una grande rivoluzione pacifica che ha portato a questo, anche se spesso non viene applicata. La legge del delitto d'onore, la parità sul lavoro, il diritto di famiglia, tutto ciò che metteva soggezione non c'è più. Le donne quindi legalmente hanno un rapporto di parità. Certo è più facile cambiare una legge che una mentalità, quindi ci sono delle resistenze emotive. Ma non è stato un fallimento. Perché il movimento delle donne ha posto delle basi importantissime, come la solidarietà. Perché le donne prima erano separate: da una parte c'erano le prostitute, dall'altra le brave donne di casa, una separazione che ha diviso e indebolito le donne. Una delle prime conquiste, dunque, è stata la solidarietà, la fiducia nelle altre donne: siamo tutte uguali e dobbiamo solidarizzare. Perché la cultura della separazione è una strategia di potere. Ovviamente, come per tutte le conquiste, non vuol dire che siano praticate…».

Nel 1968 si arriva anche alla 'conquista' dell'aborto.
«Secondo me l'aborto non è stata una conquista bella. Non si può considerare una conquista positiva una violenza contro un progetto di vita. Ma è diventato un elemento di liberazione, perché per millenni non è stata data alle donne la libertà di decidere del proprio corpo, di decidere della maternità e si ricorreva all'aborto come alternativa negativa. In realtà l'unica alternativa all'aborto è la maternità responsabile. Certo, io ho combattuto per avere una legge, ma non la considero una bandiera positiva: la considero un passaggio verso qualcosa di più importante quello di decidere sul proprio corpo».

Si parla spesso di femminicidi: cosa sta succedendo?
«La violenza è sempre esistita. Ma il femminicidio è una realtà di oggi, perchè è dovuta alla maggiore libertà e autonomia delle donne. Un tempo le donne erano costrette a casa ed erano soggette all'autorità paterna prima e a quella del marito poi. Con l'autonomia delle donne, alcuni uomini che non accettano il cambiamento e pensano che la virilità consista nel possesso, esplodono. Nelle donne questo senso del possesso funziona con i figli. Come ci racconta la cronaca. In realtà chi esercita violenza è un debole, è un frustrato è un uomo fragile».

Forse sarebbe necessaria un’educazione all’affettività, perché le donne non arrivino ad accettare nessuna forma di violenza, neanche psicologica, spesso preambolo di quella fisica... 
«Quando una donna dipende economicamente, è semplice portare a compimento il proprio progetto violento. Quando, invece, una donna è indipendente, c'è una strategia che viene messa in atto: si tende a creare nella persona che si maltratta una forma di complicità. Se la persona a cui fai male è tua complice, lei non ti denuncerà mai. E il metodo applicato è quello dell'isolamento, per togliere alla vittima anche la stima di sé e qualsiasi appiglio. Quando la vittima è completamente disarmata e sola si procede all'eliminazione fisica. Si comportano come i lupi gli uomini violenti: si isola la preda prima di attaccarla».

A proposito di animali, tra di loro non c'è lo stupro.
«Lo stupro è un atto umano inventato per la guerra. I vincitori uccidevano il nemico e la donna del nemico veniva stuprata perché doveva essere umiliata. Il sesso non c'entra niente: lo stupro è un atto di umiliazione. Il desiderio sessuale si basa sul consenso, non sulla violenza. Se violenti, vuol dire che consideri l'altro un nemico. Quindi è un atto di guerra. Si vuole umiliare la persona e renderla nemica, rovinandogli la vita. Perché la persona non riuscirà ad uscire dall'umiliazione e questo succede spesso nelle persone fragili».

Non sveliamo il finale del libro, ma alla fine scrivere l'ha aiutata a superare il dolore della perdita?
«Parlare è un modo per liberarsi. Il dolore ha radici profondissime, ma qualcosa può cambiare. E scrivere ha questa funzione. Scrivere un diario può aiutare: è un atto catartico. Perché il pensiero è come l'acqua che scorre e va via. La scrittura, invece, è un modo per fermare i pensieri e fare memoria. Se noi lasciamo scorrere i pensieri senza fermarli, perdiamo qualcosa di noi stessi. Ma prima di tutto scrivere è un modo per parlare con se stessi e dare forma al tempo».



Dalle poesie alle favole


Nata a Fiesole nel 1936, è scrittrice, poetessa, saggista, drammaturga e sceneggiatrice. Ha vinto il Premio Strega con “Buio” nel 1999 e il Premio Campiello con “La lunga vita di Marianna Ucria” nel 1990. A novembre 2018 ha pubblicato “Corpo felice. Storia di donne, rivoluzioni e un figlio che se ne va” (Rizzoli). A giugno 2019 ha pubblicato con il giornalista Eugenio Murrali, per Perrone Editore, la favola “Onda Marina e il Drago spento”.

 


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