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Povertà

L’esercito dei clochard: sono 50 mila, per molti sono invisibili, ma c’è chi di loro ama occuparsi

Mar 29 Ott 2019 | di Angela Iantosca | Attualità
Foto di 21

17 NOVEMBRE
GIORNATA MONDIALE DEI POVERI 
Il 17 novembre ricorre la terza Giornata mondiale dei Poveri. Quest’anno sarà incentrata sul tema “La speranza dei poveri non sarà mai delusa”

In Europa il numero dei senzatetto dal 2009 è aumentato del 70% tanto che almeno 700 mila persone dormono in strada o nei rifugi di emergenza in Europa ogni notte. Secondo la Quarta panoramica sull'esclusione abitativa in Europa di Feantsa e Fondazione Abbé Pierre c’è stato un aumento del 150% dei senzatetto in Germania, nel Regno Unito sia a un +71% e in Irlanda si arriva a un +160%. 
Il 10,4% della popolazione totale dell’Unione Europea è schiacciato dai costi di alloggio (almeno il 40% del reddito familiare). Il 4% della popolazione totale vive in case inadeguate. Il 7,8% non è in grado di mantenere una temperatura adeguata nelle proprie abitazioni.
Secondo le statistiche ufficiali Istat, in Italia oltre 50 mila persone hanno richiesto assistenza di base (docce, cibo, riparo) da uno dei 768 fornitori di servizi nelle 158 città intervistate in un solo mese, tra novembre e dicembre 2014, ovvero il 6% in più rispetto al 2011. Nel 2017, il numero di posti letto in alloggi di emergenza è aumentato. Ciò è dovuto principalmente all’aumento del numero di senzatetto e alla comparsa di nuove categorie sociali, come richiedenti asilo, giovani (tra i 18 e i 25 anni), famiglie e lavoratori poveri.
Tra i senzatetto che hanno usufruito dei servizi sociali di Caritas nel 2017, il 33% era formato da giovani tra i 18 e i 34 anni e il 30% erano donne. 
Secondo un’indagine nazionale sui senzatetto pubblicata nel 2015 dall’Istat, la durata media di un soggiorno in alloggi di emergenza è di  2,5 anni.  
A Roma, nel 2014, vivevano 7.709 senzatetto. La capitale è la seconda città per numero di persone che vivono in questa condizione, dietro Milano che ne ospita 12.004. Poi ci sono Palermo (2.887), Firenze (1.992), Torino (1.729), Napoli (1.559) e Bologna (1.032).

 


NON CHIAMATECI BARBONI

Angelo Romeo insegna sociologia, ma il suo tempo migliore è per strada tra gli ultimi di Roma e Calcutta

Le strade di Roma le conosce bene. Conosce gli anfratti, i ponti, i meandri più scuri. Li conosce nella luce del giorno e li conosce la sera, quando le finestre si chiudono, il traffico scompare e la città si fa casa per chi non ha più una casa, per chi è stato cacciato, per chi ha perso il lavoro, per chi si è separato, per chi ha scelto di non averla una casa, per chi è disperato, per chi non sa più di essere un uomo. Allora i marciapiedi diventano giacigli, i portici si trasformano in stanze apparentemente sicure dove provare a riposare un po', in attesa di un nuovo giorno. 
«Io sono di Porto Empedocle – racconta Angelo Romeo - e mi sono trasferito a Roma nel 1999. Condividevo una casa con altri studenti vicino via Marsala e all'Università, La Sapienza, andavo a piedi. Quando sono arrivato mi si è aperto un mondo: per quanto fossi sensibile a certe tematiche, Roma è diversa dalla mia città in provincia di Agrigento. Lì ci sono i poveri ma non li vedi». 

Aveva 19 anni quando è arrivato ed era l'anno del Giubileo. 
«La stazione Termini era squallidissima: era scura, con quei pavimenti neri di gomma, non c'erano negozi. Allora ho cominciato con alcuni ragazzi che incontravo dai Salesiani la domenica a portare da mangiare ai senza fissa dimora».

Un intervento saltuario che poi si è trasformato in un impegno quotidiano. 
«Negli anni dell'Università ho continuato a servire per strada… Ma la cosa più bella che ricordo è quando ho regalato il mio cappotto ad un barbone che stava sempre sotto casa il giorno prima della mia laurea, in zona via Milazzo… ora quella zona è peggiorata. Io sono stato a Calcutta e ti posso assicurare che per certi aspetti non trovo la differenza. Sì, Calcutta è sporca, ci sono topi e ci sono le fogne, ma di degrado ne vedo molto anche da noi: vedo i barbieri che tagliano la barba per strada. Come a Calcutta. Solo che qui siamo nella capitale d'Italia dove per strada vedo soprattutto italiani».

Anche se spesso si pensa che ci siano solo stranieri. 
«Io incontro tanti padri separati: ragazzi che scappano di casa per problemi con la famiglia. Certo c'è l'immigrato, ma le mense e la strada non son solo piene di immigrati. Ho conosciuto tantissimi padri separati che vanno a farsi la doccia, che vivono nelle macchine».

Professore di Sociologia a Perugia, Angelo Romeo insegna alla Salesiana e alla Gregoriana. Ha da poco pubblicato “Non chiamateci barboni” in cui racconta alcune delle innumerevoli storie di strada che ha incontrato in questi anni a Roma e Calcutta. 
«La mattina sono ricercatore. Il pomeriggio e la sera sto per strada, oltre ad andare a servire alla mensa di Madre Teresa, dove ci sono 50 posti a sedere ed è per i maschi. Funziona a cena tutti i giorni tranne il giovedì. A chi non entra gli si dà un numero per avere un panino e poi se avanza qualcosa si va per strada».

La strada, dove ormai tutti sanno chi è Angelo.
«I poveri mi danno tanta pace, serenità. Loro ti fanno capire la banalità del mondo. Noi siamo abituati a crearci problemi per l'autobus che non arriva, per il cellulare scarico. Quando stai con loro il tempo si ferma e si entra in un’altra dimensione. Quando manco qualche giorno, mi vengono a cercare. Il povero lo sa chi sono. Molti hanno il mio cellulare e quando mi incontrano mi dicono: “Non ti chiamo la mattina perché so che insegni!”. Mi chiedono come sto e mi riconoscono per le cose semplici, non i grandi gesti… è incredibile come questa gente sia in grado di dare questa forza... A volte vedo file chilometriche di gente per comprare un I-phone. E poi vedo file chilometriche per un panino. È il 2019 e siamo a Roma».

Chi incontri?
«Ho conosciuto gente violentata dai genitori, gente che dorme per strada e che deve sopravvivere la notte. Perché c'è la guerra dei poveri. C'è la guerra del cartone. C'è gente che si trova con l'orecchio tagliato la mattina...».

Ti chiedono aiuto?
«Sì, ma non aiuto economico. Chiedono di essere trattati da persone. C'è l'idea che chi finisce per strada, anche se prima era un professore o un imprenditore, non è più nessuno, non conta niente».

Da quando li frequenti come guardi la città?
«Con occhi differenti. Prima camminavo, li vedevo, ma non riuscivo a capire perché stessero lì. Quando giri di notte, invece, capisci che la città ha due volti: la notte è come la livella, perché il centro diventa una periferia. Certo qualcuno non sta bene di testa, c'è gente che lo fa per scelta. Ma ci sono anche persone che ci sono finite non volendo. Ho conosciuto gente cacciata per strada per eredità o per problemi di salute. Ho conosciuto gente buttata per strada perché i fratelli non volevano lasciargli la parte di casa che gli spettava».

L'hai vista peggiorata Roma in questi anni?
“Molto! Sia come quantità di poveri che come rapporto con i poveri. Il fatto che si sono alzati i toni ha creato confini più forti. E anche loro se ne sono accorti. C'è gente che porta avanzi, abiti sporchi, coperte strappate che lancia il panino. È meglio non farlo, se lo si deve fare così!».

Ma è anche aumentata la solidarietà?
«C'è molto associazionismo. Meno male. Sicuramente molto attivo è il mondo cristiano. La mensa di Madre Teresa è l'unica che non chiude mai, tranne il giovedì perché è il loro giorno di preghiera. Altre mense chiudono. Quindi da noi, oltre che per un fatto di fidelizzazione, vengono persone da ogni parte della città. A volte mi dicono che prendono l'autobus e arrivano dal Corviale. Si fanno un'ora e mezza di bus per un piatto caldo. Magari perché sono abituati alla semplicità. Il più delle volte hanno bisogno di una carezza, di un abbraccio».

È necessaria la preghiera per fare tutto questo o sarebbe sufficiente considerare gli altri semplicemente come prolungamento di sé e usare la preghiera come forza?
«Per me la preghiera è fondamentale. Ma credo che occuparsi degli altri sia umano, al di là dell'essere cristiano. Poi, secondo me, c'è una differenza nell'approccio tra chi lo fa in modo laico e chi no. La carezza che dà un cristiano ha una impronta diversa... Mi spiego. Un giorno Madre teresa trovò una persona in una fogna, piena di vermi. Lo prese e lo pulì. E lui disse: ho vissuto 70 anni da scarto umano e ora muoio da angelo… Così decise di creare un luogo per accogliere i moribondi, non tanto per guarirli, ma per accompagnarli alla morte nella pace, nella dignità. Quando sono stato lì, ho trascorso molto tempo in quel luogo, dove ho visto di tutto. Un giorno, era Venerdì Santo, una suora mi disse: “Tu sei un privilegiato a stare qui. Tu sei qui e vivi la Passione di Cristo in tutto e per tutto…”. Un altro giorno, mentre lavavo un povero – era la mia prima volta -  una suora mi disse semplicemente “è Gesù”. Ecco questo cambia tutto». 

Il libro è uscito a maggio 2019: perché lo hai scritto? 
«Erano anni che tenevo dentro un cassetto queste storie. Erano cose molto personali, molto intime. Non volevo si cadesse nel protagonismo. Non volevo fare una cosa egoica. Più volte mi avevano chiesto di testimoniare queste storie che spesso sono nascoste, tranne quando muore qualcuno o a Natale e Pasqua. Ma poi ho deciso di scriverne perché vorrei che queste storie le conoscessero soprattutto chi ha una visione distorta della povertà o chi non crede o chi vive di cose inutili o chi pensa che avere una villa possa compensare altre mancanze».

Che differenza tra Roma e Calcutta?
«Quando si arriva a Roma si pensa di arrivare in Terra Santa, perché c'è il Vaticano. Perché è nata la Chiesa. Negli anni ci si rende conto che, invece, a Roma è facile perdersi. La spiritualità può traballare. A Calcutta c'è una povertà materiale, manca la tachipirina, mancano i cerotti, le bende... In Occidente trovi tutto ciò che loro non hanno, ma manca la comprensione… A Calcutta c'è convivenza culturale: vedi i musulmani che pregano su una strada, mentre dentro c'è una adorazione eucaristica… Da noi sarebbe impensabile». 

 

 


LA PRIMA FARMACIA DI STRADA

È stata aperta a Roma la prima 'farmacia solidale di strada' italiana pensata per gli indigenti e per le persone più bisognose. Si trova a Roma in via della Lungara, nella sede del centro di accoglienza dell'associazione VO.RE.CO. Onlus, dove già esisteva un ambulatorio gestito da Medicina Solidale.



 

Docce per i bambini di strada a Roma

ARoma, nel mese di settembre, in zona Cinecittà, all’interno di un istituto salesiano dotato di un centro per l’infanzia, è partito un progetto per consentire ai bambini di strada l’accesso alle docce. Il progetto è stato creato da Medicina solidale con il sostegno dell’Elemosineria apostolica e con l’associazione “Dorean dote” fondata da monsignor Paolo Lojudice, già vescovo ausialiare di Roma Sud e oggi arcivescovo metropolita di Siena. 
 

 

Un centro d’accoglienza per una vita nuova

L’Angelo degli Ultimi a Caserta, oltre ad accogliere i bisognosi nella propria struttura, opera in strada distribuendo cibo e coperte
                                                                                               
Emanuele Tirelli


“La nostra unica regola ferrea, irrinunciabile, è che nessuno introduca alcol o entri ubriaco nella struttura. Per il resto siamo molto elastici, perché con la forza e con il buonismo non si ottiene niente». Antonietta D’Albenzio è presidente de L’Angelo degli Ultimi, che gestisce Casa del Sorriso di Don Giorgio Quinci in via Mondo a Caserta. 
L’associazione è nata ufficialmente tre anni fa, ma si occupa di cura e assistenza ai clochard su strada da almeno dieci. Oggi sono 40 i volontari iscritti e 15 quelli attivi tutti i giorni. 

Chi sono
Preferiscono i centri cittadini più grandi, con un buon transito di persone alle quali poter chiedere l’elemosina. A Caserta e in provincia, fino a Napoli, dice l’associazione, sono per la maggior parte polacchi e ucraini, con un numero di italiani aumentato percentualmente negli ultimi anni. Soprattutto, hanno dai 30 agli oltre 70 anni, senza lavoro, residenza, documenti, medico di base. Hanno perduto l’identità e vivono alla giornata, quindi una delle prime azioni è quella di far avere loro un documento di riconoscimento dal Comune. Hanno perduto anche la fiducia, e allora è importante che qualcuno dimostri di averne in loro.

La struttura
Due volontari sempre presenti, sedici posti letto per altrettanti ospiti. E poi i bagni, la cucina, una piccola sala con la televisione, lo spazio esterno e l’orto da curare. Ogni persona deve provvedere a cambiare le lenzuola, a lavare i propri vestiti e, a turno, a pulire la struttura, perché abbia cura di sé e si riabitui ad avere cura del luogo e della città in cui vive, facendo pure la raccolta differenziata. La permanenza non è obbligatoria e chiunque può andare via quando desidera, o scegliere di non entrare affatto. Deve però dimostrare concretamente di voler dare inizio a un percorso di cambiamento, che molti cercano di completare con l’indipendenza economica, iniziando a lavorare nei campi, nei maneggi o come artigiani.

In strada
Oltre a gestire tutti i giorni la Casa del Sorriso, ricevuta in affidamento dal Comune nel mese di agosto, L’Angelo degli Ultimi continua la sua azione in strada fornendo pasti, vestiti e coperte, ma assicurandosi innanzitutto che le persone non abbiano problemi di salute. Grazie al sostegno di medici e operatori socio-sanitari, viene fatta una prima valutazione e un’eventuale somministrazione di farmaci da banco. Se tutto questo non fosse abbastanza, viene chiamato immediatamente il Pronto Soccorso e, nel caso di degenza, alcuni volontari si occupano dell’assistenza in ospedale giorno e notte. L’associazione si impegna anche a procurare visite specialistiche, a provvedere al percorso di terapia e a favorire il ricongiungimento con le famiglie.
C’è poi tutto il lavoro di raccolta fondi, di organizzazione delle collette, dei rapporti con le istituzioni locali, ma anche con supermercati e panifici che vogliano donare generi alimentari invenduti.

Uscire dalla dipendenza
«Almeno il 70% dei clochard che incontriamo ha problemi di alcolismo - dice D’Albenzio -. Se ne vedete qualcuno per strada, non dategli soldi ma beni materiali. Lo ripetiamo spesso. La carità giusta consiste nell’acquistare un panino, dell’acqua, un caffè… e donargli eventualmente scarpe e abiti. L’importante è che non siano regali costosi, altrimenti il rischio è possano rivenderli per comprare del vino. Li aiutiamo a uscire dalla dipendenza e spesso facciamo in modo che non ricevano l’elemosina in strada. In questo modo blocchiamo la loro fonte principale per l’acquisto dell’alcol e li invogliamo a farsi aiutare». 



 

 

Il mensile della strada

“Scarp de’ tenis” è un giornale, ma anche un progetto sociale, nato a Milano nel 1994. Protagonisti del quale sono le persone senza dimora, e altre persone in situazione di disagio personale o che soffrono forme di esclusione sociale. Il giornale intende dare loro un’occupazione e integrare il loro reddito. Ma intende in primo luogo accompagnarli nella riconquista dell’autostima e di un’effettiva dignità da cittadini. Dal 2008 è nata la collaborazione con Caritas Italiana. 



 

Storie senza tetto

La parola a chi vive nella Casa del Sorriso a Caserta

Loredana prepara la cena. È una volontaria della Casa del Sorriso Don Giorgio Quinci a Caserta. Le storie dei senzatetto che incontro sono tutte nei loro occhi e nelle parole che alcuni scelgono di consegnarmi. C’è pure Angelo, settantacinquenne originario di Pietramelara, un piccolo comune di questa provincia. Mi racconta di una vita complicata in Emilia Romagna, dove lavorava e aveva una famiglia. Una storia di denunce fatte e ricevute, di carte bollate e minacce. È arrivato nella struttura due settimane prima del nostro incontro. Quando torno, mi dicono che si è trasferito in una casa famiglia poco distante.

Son
«Sono atterrato a Roma senza la mia famiglia, che è rimasta in Bangladesh. Poi sono andato in provincia di Napoli, a San Giuseppe Vesuviano. Dormivo in una casa con sette persone e lavoravo in una fabbrica dove stiravo i vestiti. Ho iniziato ad avere dei forti dolori alla pancia (un’ecografia recente dice che si tratta di un calcolo non curato, ndr) e il padrone mi ha mandato via. Ho vissuto anche in strada, poi ho incontrato Antonietta (presidente dell’associazione, ndr) che mi ha portato qui. Ho 34 anni e non torno nel mio Paese, perché non ho i soldi per il viaggio e perché lì non c’è lavoro».

Andrea 
«Nel 1986 avevo 35 anni e sono scappato dalla Polonia dove mi occupavo del controllo produzione in un’azienda. In Italia c’era mio fratello che mi ha fatto venire su “invito”, ma poi ho avuto problemi con i documenti e sono finito in un campo profughi a Latina e a Capua. Senza documenti mi era impossibile lavorare ufficialmente».
Adesso ha 68 anni. Prima di partire aveva divorziato da sua moglie, mentre suo figlio è andato a Capua. I volontari mi dicono che viveva in strada. Hanno cercato di riavvicinarlo al figlio, ma è stato solo per poche settimane e poi lo hanno ritrovato nei giardini nei pressi della Reggia.
«Vivere nel sud Italia è meglio. Se hai problemi, in Polonia fa troppo freddo per dormire fuori».

Mirko 
«Documenti in regola. Vengo dall’Ucraina: 20 anni fa. Nel mio paese lavoravo in una acciaieria, ma gli stipendi sono diminuiti troppo. Mia madre e mia sorella, invece, si sono trasferite in Toscana. A Caserta ero in una segheria, tutto in regola, contributi pagati. Poi il lavoro è calato e ho smesso. Ho cambiato molte case. Una era fatiscente e il proprietario voleva l’affitto senza aggiustare mai niente. Ci vivevo con altre persone di famiglia, ma i soldi sono finiti, il lavoro era poco e solo quando capitava. Avevo iniziato anche a bere».
Quando l’associazione ha conosciuto Mirko, le sue caviglie erano talmente gonfie che non riusciva nemmeno a infilarsi le scarpe, ed era sempre ubriaco. Adesso cammina senza nessun problema e non si ubriaca più. Tra poco compie 54 anni.

Konrad 
Mi riconosce subito. Io impiego qualche attimo, perché le ultime volte che lo avevo visto era per strada, poco presente a se stesso e con un cartone di vino accanto.
«Sono venuto tredici anni fa, prima a Santa Maria Capua Vetere e poi a Caserta, perché mio fratello lavorava già qui. Ho fatto il carpentiere, il muratore, lo stuccatore, il meccanico… Abitavo in una costruzione dove il padrone aveva sistemato due stanze da letto, una cucina e un bagno. Sempre a nero, mi chiamava tutti i giorni della settimana, a ogni ora, così non ce l’ho fatta più. Vengo dalla Polonia e non ci voglio tornare per motivi familiari. Ho perso anche i documenti. Però non sono più ubriaco. Prima mi svegliavo e volevo il vino, mentre qui mi davano il latte».
Maurizio 
45 anni compiuti. È uno dei volontari. Vive nella struttura e pure lui ha una storia complessa.
«Ho sempre aiutato gli altri, ma quando ho conosciuto Antonietta sono rimasto colpito dalla sua attività e ho continuato con lei. Mio padre italiano e mia madre tunisina mi hanno dato in adozione da piccolo, a Caserta. Per quindici anni ho avuto un’agenzia di scommesse, che ho dovuto chiudere quando il mio padre adottivo si è ammalato gravemente. Dopo la sua morte sono iniziati gli anni difficili con mia madre, che è mancata anche lei. Così mi sono ritrovato senza casa: c’è una causa in corso. Ne ho comprata una piccola a Foggia, dove abita una mia sorella, ma la mia città è questa qui». 

 

 

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