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Antonio Banderas: la mia vita dopo l段nfarto

Alla soglia dei 60 anni Antonio Banderas rivoluziona la sua vita: torna in Spagna, apre un teatro e si gode l誕more!

Mar 29 Ott 2019 | di Alessandra De Tommasi | Interviste Esclusive
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Hai un faccino romantico, dovresti fare film”. Questa frase detta al bar da uno sconosciuto (era il regista Pedro Almodovar, ma lui ancora non lo sapeva) ha cambiato per sempre la vita di Antonio Banderas. Era giovanissimo e pieno di grandi speranze: voleva cambiare non solo il teatro in Spagna ma anche la società con un’arte rivoluzionaria, sovversiva, ribelle. Invece quell’incontro quasi casuale lo ha portato sulla via dorata di Hollywood, da cui solo ora sta facendo inversione di marcia. Dopo l’infarto di due anni fa, ha messo in prospettiva la carriera e ha fatto uno dei classici colpi di testa che si attribuiscono agli uomini di mezza età. No, non ha comprato un mega yatch o un’isola privata nel Pacifico: ha acquistato con i risparmi di una vita un teatro nella città natale, Malaga, che apre i battenti il 14 novembre. “In qualche modo dovrò pur sperperare i miei soldi, no?”, dice facendo spallucce al Festival di Toronto. Impossibile contraddirlo, soprattutto se tira fuori quel broncio furbetto. 

Perché torna a teatro?
«Perché il teatro è una forma d’arte unica: quando arrivi sul palco è come se raggiungessi la meta di un lungo viaggio fatto di settimane di prove e lì davanti a te trovi la risposta del pubblico, immediata, pura, sincera. Al cinema, invece, sei parte di un ingranaggio e il processo non sai come verrà completato, non dipende più da te, è in mano al regista e puoi solo fidarti».

È stato un bene che abbia debuttato sul grande schermo con Pedro Almodovar, allora.
«Con lui mi sono sempre buttato, ho seguito l’istinto e ha funzionato. Ho buttato dalla finestra il metodo che avevo imparato alla scuola d’arte di Malaga per tre anni e ho iniziato ad attingere dall’esperienza per tirar fuori i personaggi».

Oggi sembra molto centrato e saggio, lo è?
«Lo sono diventato dopo l’infarto. Ho visto la morte negli occhi e non mi sono più sentito invincibile. In un attimo tutte le cavolate e le preoccupazioni inutili sono scomparsi. I tre stunt nel mio corpo in seguito all’operazione mi hanno trasformato». 

È stato un fatto momentaneo?
«L’infermiera del turno di notte in ospedale me lo aveva detto: “Guarda che poi diventi emotivo”. Non le ho creduto ma aveva ragione. Mi sono sentito fragile e indifeso e non volevo farlo vedere». 

Poi cos’è successo?
«Ancora una volta mi è venuto in aiuto Almodovar. Mi ha detto: “Smetti di nascondere quelle emozioni, abbracciale e usale”. E così nell’interpretare parte della sua vita in Dolor y gloria ho fatto proprio questo: dopo essere stato un eroe come Zorro torno a dar vita a personaggi più umani».

È una critica a Hollywood?
«Dico solo che negli Stati Uniti lo showbusiness è un settore competitivo e io mi sono sempre sentito come il giocoliere che al circo fa rompere i piatti che tiene in equilibrio, per questo me ne torno in Europa per un po’ e prendo decisioni che sento più mie». 

Ricorda gli esordi in America?
«Avevo 31 anni, non capivo la lingua e imparavo le battute in maniera fonetica, mi sentivo tagliato fuori e mai all’altezza. I colleghi latini mi dicevano: “Qui ti faranno fare solo la parte del cattivo”. Per fortuna si sbagliavano perché il nemico di Zorro invece aveva occhi celesti e capelli biondi. In quel momento qualcosa stava cambiando e le generazioni di immigrati sudamericani avevano studiato e si erano preparati a ricoprire posti di rilievo nella società, ruoli che hanno meritato con sacrificio e duro lavoro».

Cos’è cambiato per lei?
«Ho ottenuto il ruolo in “Evita” ma ad un certo punto ricevevo solo gli stessi tipi di copioni e litigavo con i miei agenti perché volevo ruoli più intimi. E mi sentivo di nuovo quel circense che faceva girare i piatti. Allora ho fatto quello che faccio sempre quando la situazione si fa dura, ossia abbassare la testa e lavorare ancora più sodo. Me l’ha insegnato mio padre e ancora oggi non conosco alternative».

Come si trova nell’era dei social?
«Penso al nome “selfie” e mi sembra sinonimo di narcisismo, passiamo le giornate a fotografarci e sembra che quello che non viene scattato non esiste, motivo in più per cui amo il teatro, che è unico e irripetibile. Ecco perché ho comprato il palazzo e ho messo su una compagnia, penso sia il modo più romantico per rovinarmi. Si trova al centro di Malaga, nell’area pedonale dove si ha un vero contatto con la gente e spero cambi il corso delle relazioni umane».

Come se lo immagina?
«Immagino le scuole di mattina che assistono agli spettacoli, alle lezioni per i giovani attori e alle messe in scena serale. Non voglio fare il naive, so che non c’è spazio nel mondo per tutti quelli che hanno aspirazioni nell’ambito della recitazione, ma studiando possono scegliere altre professioni in campo artistico, dal produttore al costumista. Tutto quello che ho imparato voglio metterlo a loro disposizione. E non sarò solo, porterò – come ho già fatto – i miei amici di Hollywood in Spagna e da Salma Hayek a Catherine Zeta-Jones, anche tutte quelle splendide artiste a cui ho portato tanta fortuna».
 

 
 

RITORNO A CASA

Antonio Banderas, nome d’arte di Josè Antonio Dominguez Bandera, a 59 anni ha deciso di cambiare vita e tornare a casa, nella sua città natale, Malaga, dove ha comprato il Teatro del Soho Caixabank in cui debutta il 14 novembre con “A Chorus Line”. Proprio in uno dei periodi più floridi della carriera, con la conquista della Palma d’oro a Cannes per “Dolor y Gloria” di Pedro Almodovar, disponibile in Italia in versione home video. L’attore ha rivelato al Festival di Toronto l’intenzione di lasciare un segno nell’industria culturale che l’ha visto nascere e crescere e si è così preso una pausa da Hollywood, almeno come residente. Appena sbarcato accanto a Meryl Streep su Netflix con “Panama Papers” (pellicola presentata alla Mostra del Cinema di Venezia), ha in cantiere altri sette progetti. Poliedrico e autoironico, è passato dall’interpretazione di Picasso nella serie “Genius” al doppiaggio del Gatto con gli stivali nella saga di “Shrek” per poi tornare alle origini, al regista che l’ha lanciato con “Labirinto di passioni”. Ad Hollywood, grazie a “The Legend of Zorro”, la sua fama è diventata inarrestabile. Ha una figlia, Stella, da Melanie Griffith, seconda moglie. Dal 2015 frequenta la consulente Nicole Kimpel. L’infarto del 2017, però, gli ha totalmente cambiato la vita e le priorità.

 


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