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Hikikomori: la dipendenza da internet non c'entra

Elena Carolei, presidente dell'ass. Hikikomori Italia Genitori Onlus, e quei 100mila casi stimati

Mar 29 Ott 2019 | di Angela Iantosca | Attualitā

Elena Carolei è presidente di Hikikomori Italia Genitori Onlus, l’associazione di genitori nata dopo la creazione del gruppo Facebook creato da Marco Crapaldi nel 2016. 

«Il mondo esterno non conosce il problema e tende a svalutarlo. Si sente chi dice che basterebbe un po’ di forza di volontà. C'è chi pensa che sia dipendenza da internet e che basterebbe togliere il computer. Ma non è così: a Torino, a giugno, una mamma ha tolto internet e il figlio si è buttato dal quinto piano. Chi non conosce il problema dà consigli gravemente nocivi».

Elena, oltre che presidente, è una dei fondatori dell'Associazione della quale fanno parte 550 famiglie. È un fenomeno in crescita? 
«Probabilmente sì». 

Quale è la causa? 
«Multifattoriale. Nel senso che ci sono tre tipologie di fattori: individuali, familiari, ambientali. Per prima cosa si riscontra sensibilità, tendenza ad essere introversi e a essere molto condizionati dal giudizio degli altri. Si prova vergogna per come si appare. Inoltre le famiglie generalmente hanno alte aspettative sui figli e li sollecitano parecchio a raggiungere determinati risultati. Altro fattore è quello ambientale: sicuramente una società sempre più rivolta alla cura degli aspetti narcisistici, a evidenziare il successo, la popolarità, la bellezza, l’eleganza, la ricchezza: è una società che non ha a che vedere con la sensibilità di qualcuno».

Quale è l'età più colpita?
«L’insorgenza non è per tutti uguali: comunque va dai 14 ai 25 anni. Con un picco intorno al primo e secondo superiore e colpisce soprattutto i maschi».

Come si comporta il ragazzo hikikomori? 
«Il ragazzo esce poco, rinuncia alle uscite con gli amici, non si fa trovare quando lo cercano. E poi evita le gite, gli incontri, arrivando anche ad abbandonare la scuola o il lavoro. L’adolescenza, invece, è l’età in cui si sta con gli altri: se il ragazzo rifiuta questo aspetto sicuramente è da interpretare come un segnale di allarme. Sono ragazzi che tendono sempre più a chiudersi in casa, arrivando anche ad evitare il confronto con i genitori, dormendo di giorno e stando svegli di notte». 

Questo cosa determina? 
«A causa del molto tempo trascorso online dai ragazzi hikikomori, i genitori spesso pensano che i loro figli stiano a casa e svegli di notte per rimanere connessi alla rete e che siano dipendente da internet. Invece non è così, perché i dipendenti da internet continuano a stare con gli altri, a vedere gli amici».

Cosa si può fare?
«Essendo ragazzi che non escono, è difficile che insegnanti e psicologi possano fare qualcosa. Spesso le uniche persone che possono far qualcosa sono i genitori, a meno che si trovino dei professionisti che vanno a domicilio. I genitori possono intervenire abbassando per prima cosa le aspettative, rendendo il ragazzo libero dalle pressioni che sente, facendogli sentire di essere compreso e smettendo di punirlo come se fosse pigro o dipendente da internet. È importante capire che soffrono. Ci sono delle buone prassi da seguire che aiutano il genitore ad orientarsi per aiutare il ragazzo al desiderio di avvicinarsi agli altri… è fondamentale aprire un dialogo, altrimenti il ragazzo sarà sempre più chiuso. Se noi genitori ricordiamo ai ragazzi sempre i loro doveri - devi andare a scuola, devi uscire, cosa fai tutto il giorno? -, questo li fa chiudere ancora di più e alla fine non riusciamo più a vederli. Riducendo a zero la possibilità di intervento!».

A cosa si arriva?
«I ragazzi si chiudono in camera per evitare le pressioni. Se il genitore è insistente, interrompono totalmente la conversazione. Alcuni escono dalla camera per mangiare con i genitori, altri no. Diciamo che cercano di evitare anche i rapporti all’interno della famiglia…».

L'hikikomori è una malattia?
«Non è riconosciuta come malattia né dovrebbe esserlo, proprio perché è un fenomeno sociale multifattoriale. Non è nel DSM (Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali - ndr), come è giusto. È un problema sociale e la società deve rendersi conto della sua responsabilità».

Ci sono dei miglioramenti possibili? 
«Noi, all’interno dell’associazione, anche se il percorso è lungo, vediamo un miglioramento in diversi ragazzi. Ma prima che tornino ad una socialità ci vuole tempo. Dopo due anni ci sono ragazzi che stanno meglio e altri che hanno ripreso la socialità, vanno a scuola, hanno una fidanzata…».

Come funziona l'associazione? 
«Gli incontri sono tra genitori e i Italia ci sono una sessantina di gruppi. Quasi tutte le regioni sono dotate dei nostri gruppi. I gruppi si trovano attraverso incontri nei quali i genitori si trovano mensilmente in presenza di uno psicologo. È un sostegno, un aiuto accogliente che riceviamo e diamo…».

C'è vergogna tra i genitori? 
«In associazione non c'è! Sicuramente il genitore viene da un percorso di estrema emarginazione, perché dall'esterno si tende a giudicare senza sapere e quindi il genitore di un figlio che si isola dal mondo è visto come un genitore incapace, che non ha saputo educare, che non ha saputo intervenire togliendo il computer. Quando i genitori vengono in associazione gli facciamo capire che tutti ci siamo passati, che tutti abbiamo subito lo stesso stigma. E questo alleggerisce molto chi arriva. Diamo accoglienza attraverso l’esperienza di qualcuno che ha vissuto e vive lo stesso problema e sa come si sta male».

Ci sono stime?
«Casistiche ufficiali non ci sono: ci sono stime. Si stima che possano essere 100mila i ragazzi coinvolti. Noi ne abbiamo intercettati duemila con l’associazione. Ovviamente questi 100mila avranno diversi gradi di serietà. C’è qualcuno che è all’inizio, che va a scuola a singhiozzo, e quindi esce ancora, e qualcuno che è ritirato e non esce da casa da 7-10 anni».


 

Come contattarci

Nel giugno 2017 si costituisce ufficialmente l'associazione "Hikikomori Italia Genitori", aperta a tutti i genitori e parenti di ragazzi con problemi di isolamento sociale che desiderano sostenere la causa.

Info: www.hikikomoriitalia.it 
www.facebook.com/HikikomoriItalia/
info@hikikomoriitalia.it 



Io, papà di un recluso volontario


Da anni il figlio non esce: gli errori commessi, le strategie da attuare, il terapeuta a domicilio e quella risalita lenta per evitare l’embolia...

“E' cominciato tutto cinque anni fa con la sottovalutazione di alcuni segnali di disagio. Disagio a relazionarsi con gli altri”. È un papà che parla. Un papà che fa parte dell'associazione Hikikomori Italia Genitori Onlus e che in questa intervista chiameremo Marco. 
«Una costante che ho trovato in questi anni, frequentando l'associazione, è che questi ragazzi hanno tutti un minimo comune denominatore che è una sensibilità spiccata. E poi sono introversi. Sicuramente hanno alte potenzialità, sono tutti molto intelligenti, introspettivi e molto critici verso un sistema che la società gli sta proponendo».

Come lo era suo figlio. 
«Anche mio figlio aveva altissime potenzialità e nel momento in cui doveva esprimerle si sentiva pressato e schiacciato dalle alte aspettativa. All’epoca attuava la strategia del cambiare interesse: per esempio, quando faceva atletica, nel momento in cui doveva affrontare le competizioni mollava. Così anche a scuola. Aveva un buon potenziale e lo ha dimostrato fino alle scuole medie. Ricordo che la professoressa delle medie ci disse: “Potrebbe fare tutto, dallo scienziato allo scrittore”. Ma tutta questa attesa lo ha fatto implodere, spingendolo a rannicchiarsi nella sua tana. Quando è andato alle superiori, abbiamo cominciato a notare un po’ di difficoltà a relazionarsi con gli altri e con le aspettative: quando ha iniziato a non riuscire a mantenere quanto ci si aspettava da lui e a non corrispondere più all'immagine che aveva di se stesso ha cominciato a ritirarsi. “Piuttosto che confrontarmi con altri e fallire, preferisco rimandare il confronto”, questa è la considerazione alla base. Che pian piano è diventato mal di pancia, mal di testa, rinuncia alle uscite, rinuncia allo sport, rinuncia agli amici, rinuncia alla scuola. Atteggiamenti che ci avrebbero dovuto allarmare nel modo giusto». 

Ma come accade a tutti i genitori Marco non ci ha pensato, commettendo degli errori.
«Lo trascinavo con forza a scuola, si urlava spesso: le cose più sbagliate che potevo fare le ho fatte. Ho tolto internet, ho modificato tutto l’impianto elettrico della casa che, a una certa ora, non funzionava più, tranne le luci. Un errore enorme, ma lo abbiamo fatto su consiglio di un terapeuta sbagliato. Cinque anni fa di hikikomori non se ne parlava e noi brancolavamo nel buio! Non abbiamo compreso – e non lo ha compreso il terapeuta – che internet non era il male, era solo un rifugio. La dipendenza da internet non c’entra niente. È come una uscita di sicurezza per preservare il corpo. Perché, sentendosi incastrati, non vedendo soluzioni, attivano l'idea di farsi fuori socialmente. L'idea è quella di isolarsi per un po'. Un periodo che, tuttavia, diventa lungo perché in quella fase perdono competenze sociali, non sanno più mettersi in relazione con gli altri. E l'isolamento volontario non fa altro che crescere in loro alcune convinzioni che li allontanano sempre di più dagli altri. Nel caso di mio figlio, quelle poche persone che hanno provato a riagganciarlo hanno trovato alti muri…».

È stato un incontro, poi, a cambiare tutto e a far comprendere ai genitori quale fosse il reale malessere.
«Ho avuto la fortuna di incontrare una persona che ne sapeva molto di hikikomori, un luminare che ha iniziato a farmi ragionare, domandandomi che risultati avevo ottenuto con la mia aggressività, le pretese, il mio metterlo sempre davanti ai suoi fallimenti. Mi ha fatto poi capire come, nel caso di mio figlio, il premiare sempre i suoi successi non fosse uno stimolo ma un appesantimento… Avremmo al contrario dovuto accettare quello che veniva: per ottenere risultati, nel suo caso, bisognava osservare, non spingere».

Cosa sta succedendo nella nostra società? 
«La proiezione che noi abbiamo sui nostri figli come persone che vivranno dopo di noi in questo momento storico li appesantisce molto. Si vedono continuamente messi a confronto con noi che abbiamo fatto molto, che abbiamo conquistato dei diritti. È come se i ragazzi domandassero: a noi cosa rimane da fare? In questi anni qualche risposta si è trovata! Nostro figlio si è appassionato a studiare il cambiamento climatico…».

Come avete affrontato il problema?
«Questi ragazzi non riescono ad andare dal terapeuta. Quindi si deve trovare qualcuno che viene a casa. Come hanno fatto in Giappone! Nel nostro caso un terapeuta è venuto a lungo a casa nostra, cercando di instaurare un dialogo. Quello che è emerso è che una delle cause del malessere sono stati gli errori dei primi anni. Perché quando si manifesta il problema, non puoi andare a stanare tuo figlio, ma lo devi lasciare libero di uscire… Questo errore che abbiamo commesso ha allungato i tempi della terapia. Per farvi capire, vi faccio l'esempio che mi fece la terapeuta: il sub impiega lo stesso tempo per scendere e per salire per evitare danni collaterali… per riemergere i ragazzi devono risalire pian piano perché come i sub, lì in fondo hanno perso la cognizione dello spazio e del tempo, il senso dell'orientamento nel mondo e se risalgono in fretta rischiano l'embolia». 
 

 


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